Tampon tax: quanto costa ancora essere donna?

Gli assorbenti non sono un capriccio ma la modalità con cui vivere dignitosamente e serenamente la propria condizione di donna. In Italia però non sono considerati “beni di prima necessità” e la tassazione è ancora alta.

Teresa Simeone

“Donna non si nasce, lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo; è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna.” Questo famosissimo passo del saggio di Simone de Beauvoir “Il secondo sesso”, benché riguardi il processo di costruzione culturale del genere, può aiutarci a introdurre una problematica legata alla “naturalità” dell’essere donna che diventa, anche per decisioni socioeconomicopolitiche, un ulteriore ostacolo alla sua affermazione come soggetto autonomo e rispettato nella sua fisicità. “Tanto nelle femmine che nei maschi, il corpo è prima di tutto l’irradiarsi d’una soggettività, lo strumento indispensabile per conoscere il mondo…”. E ancora: “La donna non è vittima di nessuna misteriosa fatalità […] …non bisogna concludere che le sue ovaie la condannino a vivere eternamente in ginocchio”.

Ed è proprio questo il punto: la donna non può vivere in condizione di inferiorità a causa delle sue ovaie, che ne definiscono una corporeità da cui non può prescindere e da abbracciare senza attestazioni di orgoglio né rassegnate dimostrazioni di vittimismo o sterili lamentazioni ma nello stesso tempo senza che essa pregiudichi la pienezza di una vita condotta secondo principi di dignità e libertà. Eppure, a volte, anche un semplice gesto, come comprare degli assorbenti, diventa occasione di riflessione su quanto la società sia effettivamente matura da capirne la reale portata.

Chi è donna sa cosa significhi, in termini fisici e psicologici, la pubertà: a volte la si vive come un trauma, nel passaggio da una spensierata infanzia a una doverosa consapevolizzazione di nuovi impegni. Certo, questo passaggio è anche dell’uomo ma con una percezione diversa: lì c’è l’orgoglio del maschio, qui la necessità di “comportarsi bene”, di assumere in carico la responsabilità dell’irrompere di una sessualità che fino a pochi anni fa in molti paesi era vissuta come una colpa o quantomeno come qualcosa da trattare con cautela. Quando la donna aveva le mestruazioni non doveva parlarne o farlo accennando e scegliendo con estrema cura le parole da usare. Lasciamo da parte alcune leggende di cui magari non noi, le nostre mamme sì, però, almeno per la maggior parte, erano fatte oggetto, tipo il non toccare “in quei giorni” piante o vegetali né preparare conserve che “sarebbero andate a male”: il ciclo mestruale come impurità, come qualcosa da nascondere perché inquinante o, nel migliore dei casi, da evitare nelle discussioni. Come dimenticare l’episodio riportato su Ipazia di Alessandria che, per raffreddare Oreste, innamorato di lei, consapevole di provocargli disgusto, gli regalò un panno con il suo sangue mestruato? E tale visione di un periodo “immondo” non è stata superata da chissà quanto tempo: addirittura, nel Codice canonico del 1917, si raccomandava che non ricevessero la comunione le donne con le mestruazioni, prescrizione del tutto caduta con il Concilio Vaticano II. Consegniamo, comunque, all’antropologia culturale o a una futura discussione sociologica l’analisi e l’elenco di tutti i paesi in cui il tabù delle mestruazioni ha confinato la donna in un recinto di pregiudizi e di divieti che di fatto ne hanno condizionato la vita sociale.

Intanto la parola “mestruazioni”, in inglese ‘period’, fu pronunciata per la prima volta in uno spot commerciale solo nel 1985, giusto per testimoniare quanto fosse linguisticamente e socialmente repressa.

Sarebbe interessante ripercorrere anche la storia delle modalità con cui le donne, di volta in volta, ovviavano al problema di dover contenere il flusso di sangue: dal papiro ammorbidito degli Egiziani alla lana o alla stoffa nell’antica Roma, ai tamponi di garza e addirittura di muschio o a pelli di animali bollite dopo l’uso come in America.  Ma non si creda che alcune di queste soluzioni siano state abbandonate secoli fa: fino a qualche decennio, nelle nostre famiglie le donne ricorrevano a panni di cotone che poi lavavano e che, come si può intuire, non assorbivano grosse quantità, causando situazioni di perdite imbarazzanti e il ricorso continuo a un cambio difficile da gestire quando, ad esempio, si era fuori casa.

È facile immaginare come si vivessero quei giorni da parte di tante ragazze giovanissime e inesperte e del disagio legato a una settimana che non si vedeva l’ora che passasse. Fino al mese successivo. La situazione era ancora più grave se le mestruazioni erano accompagnate dai dolori fortissimi che alcune di noi vivevano tutti i santi mesi, con la difficoltà di andare a scuola e di analgesici da tenere sempre in borsa, comunque con i crampi in agguato o l’ansia delle vacanze al mare rovinate perché cadevano proprio in “quei giorni”. Come scritto all’inizio di questo pezzo, non ci si vuole lamentare ma indicare alcune problematiche oggettive con cui le donne hanno da sempre dovuto fare i conti. Comprese quelle situazioni di assenza di mestruazioni, l’amenorrea, per cui si doveva anche ringraziare la sorte per averle dal momento che una loro assenza denunciava una patologia in atto: della serie, dobbiamo invocare un dolore che è necessario all’attestazione della nostra salute!

In ogni caso, tra “coppette mestruali”, cinture per sorreggere assorbenti rudimentali e altre soluzioni più o meno sperimentali ed efficaci, si è arrivati ai primi “usa e getta”, con ali o senza, e ai tamponi interni che hanno liberato la donna da molte limitazioni nella sua vita quotidiana.

Il progresso scientifico è stato di aiuto nel trovare soluzioni pratiche alla necessità di vivere le mestruazioni senza particolari disagi, ma restano ostacoli di natura politico-economica: gli assorbenti, di qualsiasi tipo, hanno un costo e non sono considerati “beni di prima necessità” per cui in molti paesi, tra cui l’Italia, la tassazione è ancora alta. Il loro uso non è una scelta o una possibilità: è una necessità. Qualche anno fa da noi si pose il tema di abbassare l’IVA sugli assorbenti ma il M5S, allora al governo, bocciò la proposta del PD di abbassare l’aliquota dal 22% al 5%, prima adducendo motivazioni di inquinamento ambientale, poi chiedendo alle donne di utilizzare le coppette (ma quante sono a usarle?) e infine arrivando a una detassazione solo per quelli biodegradabili e compostabili, lasciando di fatto gli altri, quelli che in realtà troviamo nei supermercati, al 22%.

L’Italia sulla cosiddetta “tampon tax” era dietro persino al Kenya, uno dei primi Stati a detassare già nel 2004 gli assorbenti, oltre che a paesi europei come Spagna, con un’aliquota al 10%, la Francia, al 5,5%, il Portogallo e i Paesi Bassi dove è al 6% e l’Irlanda e il Regno Unito, dove la tassazione è stata del tutto azzerata.

Nella legge di bilancio 2022 del governo Draghi finalmente l’IVA è stata abbassata al 10%, ma è sempre troppo, considerando che i beni di prima necessità hanno l’IVA al 4% o comunque aliquote agevolate tra il 5 e il 10%. Per una donna fertile, che ha per sette giorni al mese le mestruazioni, la spesa annuale non è affatto ininfluente se al costo degli assorbenti aggiungiamo anche quello degli antidolorifici per la dismenorrea.

Nel 2020, la Nuova Zelanda, per combattere la cosiddetta “period poverty”, ha deciso di offrire alle studentesse assorbenti e tamponi gratuiti ma è dalla Scozia che ci viene la più radicale lezione di civiltà: da lunedì 15 agosto, grazie a una legge promossa dalla laburista Monica Lennon nel 2019 e approvata nel 2020, infatti, le donne potranno ottenere a costo zero assorbenti o prodotti per il ciclo mestruale andando nelle farmacie, nei centri di aggregazione sociale e centri giovanili, oltre che nelle scuole e università, dove erano già assicurati. La Scozia è stato così il primo Paese al mondo a consentire l’accesso gratuito agli assorbenti: una legge che garantisce dignità mestruale e che noi speriamo possa essere al più presto seguita da tutti i paesi europei.

Se tuttavia, allo stato attuale, quello scozzese risulta un traguardo economicamente insostenibile per l’Italia, che almeno il percorso avviato continui e si arrivi a un’aliquota del 4%, quella, cioè, che riguarda i beni di prima necessità, dal momento che gli assorbenti non sono un capriccio ma la modalità con cui vivere dignitosamente e serenamente la propria condizione di donna.



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