Taranto, e ora? Gli scenari (e le lotte) dopo la sentenza sull’ex Ilva

Con una sentenza di primo grado che pesa sulle coscienze di una città e di un Paese, la domanda è: che ne sarà di Taranto e del suo modello di sviluppo?

Maurizio Franco

La storia ha iniziato a esprimersi sull’ex Ilva. La sentenza di primo grado del processo “Ambiente Svenduto” è l’incipit per un nuovo capitolo dell’esistenza di Taranto. Circa trecento anni di carcere e la confisca (definitiva al termine dell’iter giudiziario) dell’area a caldo della fabbrica, 47 imputati e 26 condanne per reati che vanno dall’associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale all’omicidio colposo.

C’è chi ha gioito alla lettura della sentenza. Sindacati autonomi, comitati, associazioni e singoli cittadini, riuniti in presidio davanti alle scuole della Marina Militare, hanno esultato. I Tamburi combattenti, Peacelink, i Cittadini e lavoratori liberi e pensanti, FridaysForFuture, Altamarea, Giustizia per Taranto e altri ancora. Realtà, i cui membri hanno patito sulla propria pelle la presenza ingombrante del complesso d’acciaio più grande d’Europa, e non hanno mai smesso di dire “No” alle bordate di diossina e benzo[a]pirine esalate dagli impianti: nel 2010, l’idrocarburo altamente cancerogeno aveva inondato l’aria del quartiere Tamburi, attestandosi, nei primi mesi dell’anno, a 3 nanogrammi al metro cubo, contro un limite annuo stabilito per legge di 1ng/m3.

Quindi, dopo l’esaltazione, che fare? Una domanda che perseguita l’attivismo politico da circa un secolo e che inchioda molte organizzazioni alle responsabilità che la storia le appioppa. A oggi – con una sentenza di primo grado che pesa sulle coscienze di una città e di un Paese – che ne sarà di Taranto e del suo modello di sviluppo? Un ulteriore questione che fuoriesce dallo squarcio giuridico prodotto nella calura del 31 maggio.

Giustizia per Taranto” ha chiesto, da sempre, la chiusura immediata dello stabilimento siderurgico. Ostinatamente contraria a ogni sotterfugio. La mattina del 12 maggio, prima ancora che il processo arrivasse al primo check point, l’associazione ha depositato una denuncia alla Procura della Repubblica per l’inquinamento spurgato dall’ex Ilva nella forbice temporale che va da ottobre 2019 a maggio 2021: il periodo della gestione Mittal e dei primi vagiti della neonata “Acciaierie d’Italia holding”, la creatura tricolore partorita, in parte, dallo Stato. “Ambiente svenduto” fa riferimento ai fatti che si snocciolano fino al 2013. L’associazione ha voluto rilanciare, partendo proprio dall’annata ’19 del nuovo Millennio, il mese dopo la cancellazione dello scudo penale. “È necessario chiudere con il passato, togliere questo fardello alla città e prefigurare nuovi scenari. In questi anni non è cambiato nulla e abbiamo vissuto un periodo di sospensione”. Leonardo La Porta è l’avvocato che nel processo ha rappresentato l’associazione Altamarea e alcuni abitanti del quartiere Tamburi, costituiti parte civile, e che ha difeso i cittadini della città pugliese davanti alla Corte Europea dei Diritti Umani (Cedu) nel 2019, vincendo. Fa parte di “Giustizia per Taranto” e il suo entusiasmo è palpabile. “La sentenza ci dà forza per continuare la nostra battaglia”. Conferma a MicroMega le parole d’ordine del movimento: chiusura degli impianti, bonifiche e riconversione. Il futuro è in questi tre passaggi. “Ci etichettano come coloro che non vogliono coniugare il lavoro e la tutela ambientale. Non è assolutamente vero. Da quando Arcelor-Mittal è subentrato alla guida della fabbrica, le promesse sul mantenimento dei livelli occupazionali non sono state rispettate. Nel frattempo, l’inquinamento e le polveri di ferro sono rimasti una costante nei cieli della città”.

La Porta, come molti dei compagni di strada che hanno fatto opposizione alle svolte repentine della siderurgia made in Italy, non crede all’acciaio green. O ritiene che le formule economiche e ingegneristiche alla base della transizione produttiva non gareggino con il processo di bonifica e riconversione ecologica. Criticando di fatto gli assiomi dei forni elettrici o dell’idrogeno verde, cari al “Governo dei migliori” del Presidente del Consiglio Mario Draghi.
“Taranto ha molte risorse, attualmente divorate da una fabbrica dalle dimensioni spropositate e dagli impianti fatiscenti. La città potrebbe fare scuola sul tema della trasformazione e della valorizzazione, attraendo energie, investimenti e forza lavoro su scala europea”. Il Mar Piccolo, da cui gli alveoli in ferro dell’ex Ilva attingono acqua per il loro funzionamento, è un giacimento di biodiversità e ricchezze naturali. Le cozze tarantine provengono da questa conca di acqua salata.

Costi e benefici sono sul tavolo di una politica che è stata compiacente o incapace di immaginare sbocchi diversi per il bacino ionico. Secondo l’avvocato, lo Stato dovrebbe prendere atto di aver sbagliato tutto e agire di conseguenza, contemplando una visione alternativa del territorio. “Oltre alle responsabilità penali individuate dai magistrati, ci sono le responsabilità politiche da addebitare ai governi, locali e nazionali, che si sono succeduti nel corso degli anni. Le istituzioni hanno letteralmente bloccato ipotesi altre di sviluppo e trasformazione dell’area” e ancora oggi balbettano, nonostante le stime sulle sostanze tossiche, sulle malattie e sulle morti siano oramai di dominio pubblico. Messe nero su bianco da istituti di ricerca e accompagnate dal pronunciamento della Corte d’assise.

Il 31 maggio, la gioia è esplosa in un “abbraccio collettivo”. Il primo giugno gli attivisti di “Giustizia per Taranto” si sono ritrovati nella loro sede per discutere l’impatto della sentenza sulla vertenza che ha accompagnato la vita di una comunità. “Non è un punto di arrivo, piuttosto di partenza per dare la spallata decisiva alla fabbrica assassina”, scrivono sul profilo Facebook dell’associazione, immortalando in una foto gli sguardi stanchi, i calici di birra alzati, e il fermento di una galassia in fibrillazione. “Fermarci, ora? Non abbiamo la possibilità di farlo”, dichiara La Porta. Sorridendo per il risultato epocale.



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