Taranto, Italia

Il futuro dello stabilimento ex-Ilva e le sue ferite aperte – sanitarie, ambientali e sociali – dovrebbero essere questioni centrali nel dibattito elettorale.

Antonia Battaglia

Nella campagna elettorale in corso, sono tanti i grandi temi assenti dalla discussione. Tra questi le politiche per il Sud e la transizione ecologica, la quale dovrebbe esser dibattuta indipendentemente dalla questione contingente dell’aumento dei prezzi dell’energia, ma nella sua interezza quale proposta di cambiamento sistemico della produzione e dei consumi.

La questione Sud, come è spesso accaduto, rimane, insieme all’ambiente, marginale e non assume quella funzione di punto di snodo di politiche sociali, economiche e ambientali su larga scala quale dovrebbe essere. Si parla genericamente di divario Nord-Sud, ma appaiono poche e scollegate tra loro le proposte di intervento sulla disoccupazione giovanile e non al Sud, sulla sanità, sulla creazione di politiche di sostegno allo sviluppo economico e di promozione per l’inserimento delle donne nel mondo del lavoro. Per non parlare delle infrastrutture e dei trasporti.

Facciamo un passo indietro e prendiamo in considerazione solo l’aspetto che riguarda l’industria e l’ambiente. Osservando la campagna elettorale da una delle città italiane con più criticità in assoluto – questione ambientale e sanitaria, transizione dell’industria siderurgica e questione occupazionale – si rimane delusi dalla vaghezza di proposte e programmi, considerando che esiste un PNRR da realizzare e che l’Italia potrebbe mirare a una adeguata centralità economica e politica in Europa.

Appurato che il consueto festival di slogans che accompagnano da decenni la discussione sull’Ilva, o ex-Ilva, e Taranto, non sono stati in grado di risolvere le numerose questioni ancora in piedi (sanitaria, ambientale, industriale e sociale), si dovrebbe cominciare ad affrontare il tema legandolo a quello della transizione ecologica, che non vuol dire effettuare qualche opera di maquillage alla fabbrica ma decidere innanzitutto cosa farne per risolvere il nodo ambiente-salute e lavoro.

Realizziamo un distacco netto con il passato: Taranto e le sue ferite aperte sono centrali ai temi della campagna elettorale ed è surreale vedere in giro per la città cartelloni elettorali con le parole “ambiente e lavoro”.

Nelle proposte politiche non si trovano riferimenti chiari e motivati, dettagli su quali potrebbero essere le scelte che inaugurano una stagione nuova, tanto decantate da tutto il dispiegamento elettorale a destra e sinistra. L’ora è quella di una proposta, di una riflessione profonda sulla inettitudine delle decisioni politiche passate.

La crisi è economica? Ambientale? Sanitaria? No, la crisi, per prima cosa, è politica, perché sono mancate fin qui le decisioni politiche necessarie a risolvere i problemi in modo da non danneggiare la salute umana (caposaldo del PNRR, oltre che imprescindibile diritto umano). È necessario avviare una riflessione sul futuro dello stabilimento, che costituisce ancora una minaccia per la salute.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, su richiesta della Regione Puglia, ha prodotto nel giugno del 2021 uno studio (la pubblicazione ufficiale non è avvenuta, lo studio è stato pubblicato da Peacelink), in cui viene sottolineato il profilo sanitario preoccupante della popolazione locale e gli impatti prevedibili in fatto di morte e malattie a causa degli inquinanti e delle loro concentrazioni. Nelle conclusioni dello studio si legge che le stime della valutazione sono pienamente in linea con le precedenti valutazioni. Si dettaglia nelle conclusioni che l’impatto diretto anche sotto altre forme di contaminazione (acqua, catena alimentare, suolo) non può essere ancora quantificato ma avrà un impatto sulla salute, “la cui magnitudine è sconosciuta” (pag. 68). L’OMS scrive nella sua ultima nota delle conclusioni che si raccomanda che l’adozione delle future politiche e degli investimenti sia realizzata attraverso “la lente della salute umana”. I diversi livelli di leadership politica, dal locale all’europeo, rimandano de facto una decisione sul futuro dello stabilimento trincerandosi dietro interventi limitati già attuati o in corso d’opera, perché anche a lavori dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) completati, lo Studio dell’OMS fa una valutazione predittiva significativa in termine di morti premature. L’impatto sanitario continua a essere altissimo.

Cosa farebbero per Taranto le diverse forze politiche in campo? Abbiamo sperimentato recenti fallimenti e tracolli di promesse elettorali tali da far tremare le mura della città. Si spera siano passati, ma la questione centrale rimane aperta: sull’ex-ILVA si vuole continuare a far finta di nulla, declamando poi sulla stampa le virtù della transizione ecologica, del Green Deal e di quanto sia moderna l’Italia, mentre a Taranto la gente continua ad ammalarsi e morire per salvare il lavoro e produrre l’acciaio?

Oppure si vuole chiudere lo stabilimento? Non sembra. Si vuole tenere aperto, e allora è necessario immediatamente studiare, creare e mettere in atto come si produce l’acciaio in quei posti in Europa e in Asia dove la produzione convive con la popolazione senza seminare morte e malattia. Se lo stabilimento deve rimanere aperto, per comprovate esigenze nazionali che fatico a individuare, è necessario allora un piano di smantellamento dell’attuale impianto non atto a una produzione senza elevato impatto ambientale e alla sua sostituzione con impianti realmente moderni.

Considerando il problema solo dal punto di vista della competitività e della redditività, non andrebbero considerati i costi sociali invece che i meri costi di produzione aziendale?

Dal punto di vista delle scelte politiche, il peggio che si possa fare è lasciare la gestione delle politiche industriali e siderurgiche italiane nella attuale zona grigia da cui non emergono visioni concrete di cambiamento per la transizione ecologica e lo sviluppo sostenibile di Taranto cosi come delle altre realtà italiane.

(credit foto ANSA/DONATO FASANO)



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