Tassare i ricchi più dei poveri: le scelte di Biden e i problemi della politica italiana

“È il momento per le imprese e l’1% più ricco di pagare quello che è giusto”. Il cambio di rotta di Joe Biden rispetto alla globalizzazione neoliberista è la strada da seguire per riformare il nostro fisco e far crescere l’economia.

Giorgio Pagano

Nella tragedia, la pandemia ha avuto un’unica conseguenza positiva: la crescita della consapevolezza dell’importanza dello Stato, dei servizi pubblici, di un loro funzionamento e finanziamento adeguati. Il tema dello Stato e del welfare pubblico rimanda a quello delle risorse necessarie per la loro ricostruzione, quindi al tema del fisco. Ciò è tanto più necessario in un Paese come il nostro, in cui sempre meno la spesa sociale è coperta da contributi commisurati alle retribuzioni dei lavoratori, per effetto della caduta del reddito da lavoro e di provvedimenti come quelli introdotti dal Jobs Act: nel 2018 la quota di spesa sociale finanziata dai contributi era del 51,1%, in netta diminuzione rispetto al 56, 2% del 2005 e al 67,6% del 1995.

Ma il ricorso alla fiscalità generale è necessario non solo per il welfare. Anche il futuro del lavoro dipende dagli investimenti pubblici. L’American Jobs Plan di Joe Biden è partito dalla consapevolezza dell’intreccio tra le due problematiche: il crollo degli investimenti pubblici, caduti del 40% in America dagli anni Sessanta fino a oggi, è in buona parte la chiave per comprendere i problemi odierni del lavoro.

Questa impostazione comporta una domanda – “dove prendiamo i soldi per il welfare e per gli investimenti pubblici?” –, la risposta alla quale non può che stare dentro un quadro interpretativo che rilanci la centralità della distinzione tra destra e sinistra: un fisco giusto, basato sulla progressività fiscale e sull’aumento della tassazione dei più ricchi.

Joe Biden è stato molto netto anche in questo: “La trickle-down economics non ha mai funzionato. È il momento di far crescere l’economia in modo inclusivo, dal basso verso l’alto e allargando il ceto medio”.  È stata liquidata la teoria egemone negli Usa e nel mondo dalla fine degli anni Settanta, quella secondo cui l’arricchimento dei più ricchi avrebbe portato, con “sgocciolamento” a cascata, effetti positivi verso il basso. I dati della realtà l’hanno smentita: uno studio recente della London School of Economics sulla riduzione delle tasse ai ricchi e alle imprese negli ultimi 50 anni in 18 Paesi mostra come queste “riforme” abbiano aumentato il reddito dell’1% più ricco della popolazione, ma senza alcun effetto sugli investimenti. Ora, ha detto Biden, “è il momento per le imprese e l’1% più ricco di pagare quello che è giusto”.

Da qui la riscoperta della progressività fiscale, che Tommaso Faccio, esperto di fiscalità internazionale, così sintetizza: “aumento dell’imposta sui redditi delle imprese dal 21 al 28%, introduzione dell’aliquota minima globale del 21% per tassare i profitti delle multinazionali americane all’estero, aumento dell’aliquota più alta sui redditi dal 37 al 39,6%, ma soprattutto aumento dell’aliquota delle plusvalenze (capital gains) dal 23,8% al 43,4% per chi ha un reddito oltre il milione di dollari, una misura che interesserà solo lo 0,3% più ricco”. Sono i super ricchi, infatti, ad avere beneficiato maggiormente del sistema attuale: i 400 americani più ricchi erano soggetti nel 2018 a una aliquota effettiva inferiore al 25%, più bassa di quella pagata sia dal ceto medio che dai più poveri.

In questo cambio di rotta rispetto alla globalizzazione neoliberista, che potrebbe essere epocale, ha per noi italiani un particolare rilievo la proposta della minimum tax globale per le imprese pari al 21%, che Biden ha detto di voler concordare con i Paesi del G20 nella prossima riunione di luglio. Il tema dell’elusione fiscale delle multinazionali è un problema assai serio anche in Europa e in Italia: a livello globale le perdite di gettito vengono stimate in 240 miliardi di dollari l’anno, di cui 70 in Europa e 8-10 miliardi di euro in Italia. Ma la proposta americana è soprattutto l’occasione per una riforma complessiva della tassazione europea, che ponga le basi di un sistema fiscale comune. L’Europa deve trovare il coraggio per una svolta: più investimenti, europei e nazionali, sostenuti da un fisco comune, e giusto. A sua volta la riforma del fisco europeo avrebbe un impatto positivo sulla riforma che deve varare l’Italia.

Ma Biden ci indica anche la strada da seguire, più in generale, per la nostra riforma fiscale. Il sistema fiscale italiano presenta infatti le stesse problematiche di quello americano: aiuta i più ricchi. Il recente lavoro di ricerca “The concentration of personal wealth in Italy 1995-2016”, curato da Paolo Acciari, Facundo Alvaredo e Salvatore Morelli, stima che la quota di ricchezza dell’1% più ricco del Paese è aumentata dal 16% nel 1995 al 22% nel 2016. Si tratta di circa 500 mila persone con almeno 1,4 milioni di euro e con ricchezza media di circa 4 milioni di euro, per un totale di ricchezze possedute di circa 1.700 miliardi di euro. Dall’altro lato, il 50% più povero controllava l’11,7% della ricchezza totale nel 1995, e oggi solamente il 3,5%: la sua ricchezza media è calata dell’80% (da 27 mila euro a 7 mila euro a prezzi 2016).

Da questi dati emerge un ruolo crescente delle eredità e delle donazioni in vita, raddoppiate dal 1995 e meno tassate, e sempre più concentrate nelle mani di pochi. Da qui la necessità di una riforma organica che affronti anche il tema della tassa di successione. Più in generale si pone con tutta evidenza il tema di un’imposta straordinaria sulle grandi ricchezze. Un’imposta pari al 5% del patrimonio, rivolta esclusivamente al 3% più ricco della popolazione, garantirebbe un gettito di oltre 70 miliardi di euro: risorse necessarie per il welfare e per gli investimenti, ma anche per la riduzione di alcune tasse e per un fisco più giusto per tutti.

C’è infine un’altra grande questione, specificamente italiana. Il nostro sistema caotico non solo favorisce la rendita e vessa i più poveri e il ceto medio che lavora ma ha anche un’evasione spropositata rispetto agli altri Paesi avanzati: 130 miliardi di euro. Gli strumenti per abbattere drasticamente l’evasione, fino a dimezzarla rapidamente, sono noti da tempo: bisogna solo volerlo fare.

Il problema della riforma per un fisco giusto non è tanto quello del consenso popolare. Certo, pesa una campagna della destra – non è mai esistita una destra che sia realmente dalla parte del popolo – e dei poteri economici da cui dipendono i media. Ma sondaggi recenti, come quello promosso da Tax justice Italia e Millionaries for humanity, hanno registrato un ampio favore per interventi fiscali ispirati alla progressività e volti a finanziare interventi di solidarietà.

Il problema è soprattutto quello della politica italiana. Di un quadro politico che rende difficile immaginare una legge organica come esito della mediazione tra proposte diverse. Ma anche di un Partito democratico in cui è difficile rintracciare anche solo chi osi pronunciare la parola “patrimoniale”. La questione è certamente quella di un partito nato “fuori fase”, centrista e pigliatutto, proprio quando la crisi del 2007-2008 faceva tornare cruciale il conflitto tra destra e sinistra, tra chi sta sopra e chi sta sotto. Ma c’è anche un tema più di fondo: come è possibile che, pur con tutti i suoi limiti, oggi interpreti meglio lo spirito del tempo il Partito democratico americano che non il “partito di sinistra” nel Paese in cui a lungo è stato egemone il PCI? Il presente della sinistra italiana ha davvero radici lunghe, e la sua sconfitta di oggi è un dramma che può essere compreso solo in un vasto orizzonte.

 

(Credit Image: © Leigh Vogel Pool/CNP via ZUMA Wire)



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