Tassazione minima delle imprese globali: il diavolo si nasconde nei dettagli

L’aliquota minima del 15% di global tax è una misura gattopardesca, un cambiamento formale per tacitare l’opinione pubblica mondiale, in modo che (quasi) nulla cambi veramente.

Pompeo Della Posta

Notizie di stampa relative a fatti di evasione e/o elusione fiscale da parte di grandi imprese globali (fra cui Amazon, Google e Apple), avvenuti nel corso dell’ultimo decennio hanno avuto un’ampia risonanza mediatica, determinando un forte impatto sull’opinione pubblica mondiale. È per questo che già dal 2013 il G20 (gruppo dei venti paesi economicamente più sviluppati al mondo) ha incaricato l’Ocse di lavorare al tema della tassazione di tali imprese nei paesi in cui vendevano i propri prodotti o in cui esercitavano la propria attività economica.

Per alcuni paesi (in particolare gli Stati Uniti) questo obiettivo contrastava con quello di salvaguardare gli interessi economici e strategici di imprese nazionali di grande peso economico, come è appunto il caso di giganti della tecnologia e del web come le stesse Apple, Google o Amazon ricordate sopra.

Nel corso degli ultimi anni, quindi, i tentativi di riforma del sistema di tassazione di queste grandi imprese non avevano avuto alcun esito. Paradisi fiscali apertamente dedicati all’evasione ed elusione fiscale (ad esempio le famose Isole Cayman, Bermuda o le Isole Vergini Britanniche) sono stati imitati nella corsa al ribasso delle imposte sulle imprese che vi stabilivano la residenza fiscale anche da stati nazionali appartenenti all’Unione europea. Tale comportamento veniva giustificato dal diritto all’esercizio della sovranità nazionale in materia fiscale (i nomi che vengono subito alla mente sono quelli di Lussemburgo, Cipro, Malta, e perfino della altrimenti virtuosa Olanda o della laboriosa Irlanda). In fondo, questo il ragionamento seguito, se in nome dell’efficienza economica si incoraggia la concorrenza fra imprese, perché non ammettere, sempre per la stessa ragione, la possibilità di una concorrenza fra stati? I più virtuosi saranno proprio quelli che sapranno accontentarsi di aliquote fiscali più basse grazie al fatto che sanno evitare sprechi e limitare la spesa pubblica allo stretto necessario (qualunque cosa questo voglia dire…). Inoltre, minori imposte sui profitti delle imprese lascerebbero loro maggiori risorse per effettuare investimenti, favorendo così la crescita economica dell’intera economia. Poco importa se poi queste belle teorie non trovano riscontro nella realtà.

L’opinione pubblica era però sempre più pronta a reagire a notizie di evasione ed elusione da parte di grandi gruppi economici e al senso di iniquità e disuguaglianza che tutto questo comportava. La crisi pandemica ha fatto il resto. La necessità di reperire fondi per far fronte agli imponenti aumenti di spesa pubblica necessari per rispondere alla crisi sanitaria ha ulteriormente evidenziato che non potevano essere solo i singoli individui, le famiglie o le piccole imprese nazionali ad essere chiamati a contribuire a tali spese, ma dovevano essere anche le grandi imprese.

All’incontro avvenuto a Londra il 5 giugno scorso, i ministri delle finanze dei paesi appartenenti al G7 e all’Unione europea hanno per primi approvato un documento per l’introduzione di una tassa globale sulle multinazionali. È seguita l’approvazione quasi unanime delle stesse misure prima da parte dei paesi Ocse (fra gli stati che non hanno aderito vi sono Ungheria, Estonia e Irlanda) e, nell’incontro tenutosi a Venezia agli inizi di questo mese, da parte dei ministri delle finanze dei paesi appartenenti al G20 (fra i quali Cina, Russia e Brasile). Nel prossimo mese di ottobre le misure saranno definitivamente finalizzate, attuandole a partire dal 2023.

A tutt’oggi, infatti, le imprese possono stabilire la loro sede legale nel paese che applica la percentuale di tassazione più bassa possibile e dichiarare in tale paese le imposte da pagare, anche se i profitti sono stati ottenuti da vendite o attività effettuate altrove. Questo permette loro di minimizzare le imposte da pagare, avvantaggiandoli ulteriormente nella concorrenza con le imprese dei paesi dove operano e ai quali, per di più, sottraggono entrate fiscali che sarebbero preziose per favorire il loro sviluppo e la loro crescita economica. I dati dicono che una cinquantina di grandi aziende americane, tra cui Nike, Hp o Fedex, non hanno pagato alcuna imposta nell’ultimo anno, ricevendo invece sostanziosi crediti. Tutto questo condurrebbe ad una perdita di circa 240 miliardi di dollari a livello globale, 70 dei quali riguarderebbero la zona euro e 3 l’Italia. Altri dati suggeriscono che l’attrattiva esercitata verso le multinazionali globali dai soli paesi europei che offrono una bassa tassazione (i già citati Cipro, Belgio, Irlanda, Lussemburgo, Malta, Olanda) sarebbero tali da comportare una riduzione del gettito fiscale che oscilla fra il 15% e il 25% circa delle imposte pagate dalle imprese multinazionali in paesi come Italia, Francia o Germania.

Allargando lo sguardo ai paesi in via di sviluppo, non è difficile comprendere il danno, oltre che l’ingiustizia, risultante dal sottrarre loro le entrate fiscali a cui avrebbero diritto: l’ennesimo esempio di un sistema iniquo che toglie ai poveri per dare ai ricchi, rendendo così questi ultimi ancora più ricchi e i primi ancora più poveri.

Quanto precede sembra condurre alla conclusione netta che l’introduzione di una tassazione globale sulle multinazionali fosse non solo opportuna, ma anche necessaria, e che, quindi, non si possa fare altro che concordare con le tante dichiarazioni rilasciate dai capi di stato dei maggiori paesi al mondo, che parlano di un intervento di portata storica, che porrebbe fine alla corsa al ribasso nella tassazione delle imprese da parte dei governi e che finalmente opporrebbe giustizia e solidarietà all’iniquità dei paradisi fiscali.

Molti commentatori, però, hanno osservato fin da subito che “il diavolo si nasconde nei dettagli”, per parafrasare una nota espressione usata in lingua inglese. L’osservazione che a me pare più appropriata è che si tratti di una misura gattopardesca, un cambiamento formale per tacitare l’opinione pubblica mondiale senza mordere davvero dove sarebbe stato necessario farlo, in modo che (quasi) nulla cambi veramente.

Le dichiarazioni positive rilasciate dai portavoce di aziende come Amazon, Google o Facebook, che sottolineano come le misure introdotte permetterebbero di ottenere la stabilità del sistema di tassazione globale e aumenterebbero il grado di fiducia nello stesso, probabilmente rappresentano già da sole una conferma di quanto detto sopra.

Si potrebbe però pensare che queste imprese globali abbiano fatto una valutazione oggettiva, secondo la quale l’eventuale pagamento di maggiori imposte sarebbe più che compensato dal beneficio che otterrebbero in termini di riduzione del rischio di perdita di reputazione, potenzialmente devastante per i loro affari. In fondo si sono avuti già diversi esempi (basti pensare al caso Nike legato al lavoro minorile) di come l’opinione pubblica possa determinare il successo o la crisi di un’azienda. Lo stesso potrebbe accadere con aziende che si sa che utilizzano paradisi fiscali per evitare la tassazione dovuta. È proprio questa la direzione che aveva preso la Commissione europea nel proporre rapporti periodici miranti a conoscere in piena trasparenza l’ammontare delle imposte pagate dalle imprese multinazionali nei diversi paesi: un modo per fare naming and shaming ed avere così un forte strumento di pressione nei confronti delle imprese globali a rischio di perdita di reputazione.

Ma è davvero questo tipo di valutazione e trade-off che ha portato all’adozione della tassa sulle imprese multinazionali globali? Davvero il legittimo guadagno reputazionale sarebbe ottenuto pagando il giusto prezzo di un significativo sacrificio finanziario da parte loro? O quanto è stato approvato non assomiglia invece forse più a un regalo alle stesse imprese ottenuto a un costo prossimo allo zero?

In effetti diversi elementi sembrano indicare che sia proprio questo il caso.

Quanto deciso da G7, Ocse e G20 (il “secondo pilastro”) prevede che sia fissata una tassa minima globale sulle imprese nella misura del 15%. Questo vuol dire che se un paradiso fiscale provasse ad attrarre una grande impresa proponendo una tassazione del 10%, il paese di residenza della multinazionale potrà comunque reclamare il restante 5%, vanificando così l’attrattiva della minore aliquota di tassazione. L’aliquota stabilita, tuttavia, non è significativamente superiore a quella del 12,5% già adottata, per esempio, dal governo irlandese e che è servita ad attrarre una impresa globale come Apple.

Va anche osservato che la percentuale per una tassa globale che da più parti veniva ritenuta ragionevole era ben maggiore, vale a dire del 25% e che lo stesso Biden, a nome del governo americano (rovesciando la posizione precedente tenuta da Trump, che era contrario all’introduzione di una tassa minima sulle imprese globali, nel timore che danneggiasse irrimediabilmente le eccellenze americane) aveva inizialmente proposto un’aliquota del 21%.

Un altro dato consente di valutare meglio la misura adottata del 15%: perfino nel Regno Unito, patria del libero mercato dai tempi della Thatcher, le imprese sono tassate oggi con un’aliquota del 19%, quindi superiore a quella proposta. Va notato anche che, sempre nel Regno Unito, si parla di un possibile aumento dell’aliquota al 25% nel 2023 per permettere di coprire le spese dovute alla crisi pandemica. Più in generale, si deve osservare che l’aliquota di tassazione media applicata nel mondo alle imprese è ben maggiore del 15%. L’adozione di una tale aliquota minima a livello globale rischia quindi, come avverte Joseph Stiglitz, che in realtà diventi quella massima!

L’altro obiettivo delle misure approvate al G7 e G20 (il “primo pilastro”), riguarda il pagamento delle imposte da parte delle imprese globali nei paesi in cui si effettuano le vendite o dove ha luogo la loro attività. Insomma, non solo le multinazionali globali dovranno essere tassate, ma queste imposte dovranno andare proprio ai paesi dove esse operano. Ma anche nei dettagli di questo sacrosanto principio si nasconde un diavoletto: è previsto infatti che solo nel caso in cui le imprese globali abbiano un margine operativo di profitto (ricavi dalle vendite meno costi di produzione) superiore al 10% delle vendite, il 20% dei profitti che superano quel valore siano tassati con l’aliquota stabilita normalmente dal paese sui profitti societari. Solo in quel caso, quindi, i relativi proventi andrebbero al paese nel quale sono stati ottenuti. Cosa vuol dire in pratica? Che, per esempio, ad Amazon, che ha un margine operativo inferiore al 10% in quanto realizza i propri enormi profitti grazie alle grandi quantità di vendite effettuate piuttosto che in virtù di alti profitti unitari, tale norma non si applicherebbe.

Ma c’è di più. Gli Stati Uniti non hanno affatto lasciato senza protezione i loro giganti digitali. Già l’Unione europea e perfino il Regno Unito avevano applicato delle imposte digitali (web tax) su tali imprese e molti altri si apprestavano a farlo (Brasile, Repubblica Ceca, Indonesia, India, Turchia, e poi individualmente alcuni singoli paesi europei, come Austria, Italia e Spagna): l’accordo sull’introduzione dell’aliquota minima del 15% di global tax è stata accompagnata dall’impegno a eliminare quelle tasse sulle imprese digitali operanti su scala globale, con un risultato, dunque, alquanto dubbio circa gli effetti in termini di gettito netto. E il Regno Unito ha ottenuto, in cambio della sua rinuncia alla web tax sui campioni digitali mondiali, l’esenzione di qualunque tassazione sul suo sistema finanziario e bancario, il suo vero vantaggio comparato nell’economia mondiale.

È tutto da dimostrare, quindi, il recupero previsto di almeno 100 miliardi di dollari l’anno di elusione fiscale e il loro afflusso, almeno in una certa misura, nei bilanci dei paesi in cui le multinazionali fanno affari e incassi. Vedremo.

Cosa concludere, quindi? Forse siamo al consueto dilemma fra il “bene” e il “meglio”, come recita l’adagio popolare, secondo il quale “il meglio è nemico del bene” e ci si dovrebbe accontentare, vedendo il bicchiere mezzo pieno. Forse si dovrebbe concludere che è un primo passo che comunque permetterà di farne altri in avanti in futuro ed è meglio una misura non troppo soddisfacente che lo status quo. Forse. Ognuno ha la propria sensibilità e il proprio metro di giudizio e trarrà le proprie conclusioni, però è certo che si deve fare davvero un grande sforzo per vederla così.



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