Dote ai diciottenni, una proposta neoliberale

Carlo Formenti

La proposta di Letta – prontamente scartata da Draghi – di tassare i super ricchi (aumentando l’imposta di successione) per “regalare” ai diciottenni delle classi medio basse una “dote” di 10.000 euro è realmente classificabile come una mossa “di sinistra”? Sì, se si adotta il significato che tale definizione ha progressivamente assunto negli ultimi decenni – a partire, diciamo, dagli anni Ottanta –, secondo la quale essere di sinistra vuol dire adottare politiche economiche di stampo liberale (appena un po’ meno forcaiole di quelle dei partiti di centrodestra), svolgere il ruolo di arcigni custodi dell’osservanza del linguaggio politicamente corretto da parte di media e personalità pubbliche, pronunciarsi in ogni possibile occasione a favore della parità (formale più che sostanziale) di genere, concentrare le energie su battaglie in difesa dei diritti individuali e delle minoranze oggetto di discriminazione per le proprie preferenze sessuali, promuovere politiche no border in tema di immigrazione e fare incessante professione di giovanilismo (dalla proposta del voto ai sedicenni alla succitata iniziativa di Letta).

Come si vede da questo elenco di nobili propositi – molti dei quali risultano meno nobili quando si traducono in proposte concrete (vedi legge Zan) – mancano del tutto obiettivi quali la piena occupazione, la possibilità di accedere a salari e livelli di vita dignitosi per i lavoratori, il contrasto ai tagli della spesa pubblica e del welfare e/o alla privatizzazione di imprese e servizi pubblici. Mancanze che fanno sì che oggi, a votare a sinistra siano in larga maggioranza gli abitanti dei centri urbani “gentrificati” (cioè riservati alle classi elevate e ai ceti medi “riflessivi”), mentre gli abitanti delle periferie cercano rappresentanza nei movimenti populisti (perlopiù di destra) o scelgono l’astensione.

Ma torniamo al nostro quesito: è o no di sinistra la proposta di Letta? Se il significato di tale definizione fosse ancora quello che aveva prima della mutazione genetica appena descritta, se fosse, per esempio, sinonimo di un’ideologia socialista, o addirittura comunista – quale orrore: questa parola verrà presto vietata in ossequio alla delibera del Parlamento europeo che l’ha assimilata al nazismo –, la risposta non potrebbe essere altra che un secco no. Perché? Perché si tratta di un obiettivo politico del tutto compatibile con l’ideologia liberale, anzi, più che compatibile, oserei dire che si tratta di una mossa pienamente funzionale al rafforzamento dell’egemonia assoluta della visione neoliberale che concepisce le persone come “capitale umano” (ecco perché il no di Draghi non è da intendersi come opposizione di principio, ma piuttosto come valutazione di opportunità tattica relativa alla tenuta del suo raccogliticcio governo di amici-nemici).

Una proposta di sinistra nel senso appena precisato (che d’ora in avanti non sarà più utilizzabile, pena creare reazioni di rigetto da parte degli strati sociali che delle politiche “di sinistra” – vedi abolizione dell’articolo 18 – sono stati le vittime predestinate, per cui toccherebbe chiarire preliminarmente che trattasi di proposta socialcomunista) avrebbe infatti le seguenti due caratteristiche. In primo luogo, non avrebbe le ridicole dimensioni quantitative suggerite da Letta. In un momento storico che vede una mostruosa concentrazione di ricchezza nelle mani di un pugno di privilegiati, una tassa di successione che aspirasse a ottenere reali effetti di riduzione dei livelli di disuguaglianza generati da decenni di neoliberismo, dovrebbe toccare livelli pari a quelli che negli Stati Uniti (non in Russia o in Cina!) furono raggiunti ai tempi di Eisenhower (non di Xi Jinping!), ossia parliamo del 95%.

Secondariamente, i soldi così raccolti non sarebbero distribuiti solo ai diciottenni, ma andrebbero a rimpinguare le casse di uno stato sociale degno di questo nome, del quale anche e soprattutto i giovani delle classi povere sarebbero i beneficiari. Dare a ognuno di costoro 10.000 euro di “dote”, significa trattarli come “capitale umano”, offrendogli un (peraltro misero) contributo per avviare una vita da “imprenditori di se stessi”, ciò che li metterebbe in feroce competizione reciproca in quanto individui, contribuendo a ridurne ulteriormente la già indebolita consapevolezza di appartenere alla stessa classe sociale e rendendoli del tutto responsabili del loro successo o del loro fallimento (del quale dovrebbero sentirsi colpevoli, senza interrogarsi sulla natura del sistema in cui vivono).

Per concludere: sì, la proposta di Letta è di sinistra nel senso che è una proposta neoliberale, ma anche no, nel senso che non è una proposta socialista.

 

(foto credit Niccolò Caranti, CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons)



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