L’ultima estate di un figlio e della madre che lui detestava

“Una montagna russa di emozioni“: questa è la descrizione che La Razón fa di “L’estate in cui mia madre ebbe gli occhi verdi” (Keller Editore) di Tatiana Tibuleac, un romanzo commovente e intenso, fatto di odio, di rancore, di accudimento, di amore e consunzione.

Marilù Oliva

«Mia madre cominciò a ridere di me, cosa che mi terrorizzò ancor di più perché quando rideva era ancora più brutta. I suoi denti piccoli e bianchi si erano spostati dalla bocca verso il doppio mento gelatinoso. I suoi begli occhi erano spariti tra le pieghe della faccia cicciona, che si mischiavano velocemente come i pezzi di un puzzle. In quei momenti, mia madre sembrava un mostro felice»

“L’estate in cui mia madre ebbe gli occhi verdi” (Keller Editore), scritto dall’autrice moldava Tatiana Tibuleac e tradotto da Ileana M. Pop, è un libro che ha ottenuto diversi riconoscimenti e apprezzamenti, è “una montagna russa di emozioni”, come ha scritto La Razón.

A narrare in prima persona è Aleksy, un figlio disturbato e disagiato che si definisce matto, ma che in realtà ha alle spalle una vita segnata dalla perdita e dall’abbandono. Picchia sua madre quando lei lo fa innervosire, ha un vero e proprio rifiuto nei suoi confronti. Suo padre è scappato con una biondina senz’anima e più giovane, la sua amata sorellina è morta e sua madre ha smesso di occuparsi di lui: normale che sia cresciuto pieno di rabbia, nutrendo in sé sentimenti ostili verso la madre, con cui vive. Non ne fa mistero fin dall’inizio:

«Quella mattina in cui la odiavo più che mai, mia madre aveva compiuto trentanove anni. Era piccola e grassa, stupida e brutta. Era la madre più inutile che fosse mai esistita».

Parte con questo incipit scioccante un romanzo commovente e intenso, fatto di odio, di rancore, di accudimento, di amore e consunzione. Ma anche di luce e di seconde possibilità. Leit-motiv di tutto questo sono gli occhi di questa madre rifiutata, che ogni tanto si impossessano delle pagine con la loro potenza evocativa e il lirismo di certe pennellate:

«Gli occhi di mia madre piangevano da dentro.
Gli occhi di mia madre erano campi di steli infranti.
Gli occhi di mia madre erano le storie che non mi aveva mai raccontato.
Gli occhi di mia madre erano conchiglie cresciute sugli alberi.
Gli occhi di mia madre erano cicatrici sulla faccia dell’estate».

Con una lingua immediata, che fa spesso uso di similitudini ad effetto, Tatiana Tibuleac ci conduce lungo i precipizi di due esistenze, intrecciate ad altre perdute, che in fondo cercano solo amore. L’autodistruzione preme come impellenza, ma non è l’unica risposta possibile e Aleksy lo scoprirà in un’estate luminosa e feroce, che sarà una rivelazione di dolore ma anche di estrema tenerezza.

I tempi, come accadono nelle stanze liquide dei ricordi, si alternano tra passato e presente, condensando i flashback in un’estate di attimi eternati dalla memoria, ma quando il protagonista parla è un uomo adulto, un pittore di successo invalido, cui hanno strappato anche il cuore. I suoi quadri vanno a ruba, ma lui non sa che farsene di tutta quella fama, forse tutto quello che vorrebbe è tornare laddove lo conducono i suoi sogni, in quell’estate densa e onirica, sovvertita e imprevedibile, in cui madre e figlio presero la strada su una Volkswagen rossa.

 

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