Ferraris: “Non siamo schiavi della tecnologia, ma suoi padroni”

“La tecnica non è alienazione ma rivelazione dell’umano”. Nel suo ultimo libro (“Documanità. Filosofia del mondo nuovo”, Laterza) Maurizio Ferraris smonta molti dei luoghi comuni sul rapporto fra esseri umani e tecnologia. E invita a governare dei cambiamenti che, oltre a essere inevitabili, sono anche auspicabili.

Cinzia Sciuto

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Questo contributo è inserito nel numero di MicroMega+ del 16 luglio 2021.

Non siamo destinati a soccombere allo strapotere delle macchine, la tecnologia non è alienazione ma rivelazione dell’umano, l’automazione ci ha liberato e continuerà a liberarci dalla fatica, senza toglierci la nostra umanità, che sta principalmente nell’essere consumatori. Nel suo ultimo libro, Documanità. Filosofia del mondo nuovo, di recente uscito per Laterza, il filosofo Maurizio Ferraris smonta diversi luoghi comuni che, specie a sinistra, imperversano sul rapporto fra umani e tecnologia e ci invita a guardare con ottimismo al futuro.

Il linguaggio e la capacità di documentare e trasmettere conoscenze sono fra le caratteristiche che hanno consentito lo straordinario sviluppo di Homo sapiens. Con il web questa capacità si è ampliata in maniera esponenziale. Siamo di fronte a una rivoluzione antropologica? Cosa dobbiamo attenderci dal futuro?
Noi siamo cresciuti nel mito dell’Homo faber, quello rappresentato con l’incudine e martello sulle vecchie monete da 50 lire. Ora indubbiamente quella dell’Homo faber è stata un’epoca importante della storia dell’umanità, ma un’epoca che ha avuto un inizio (i nostri antenati infatti non erano faber, non erano produttori, ma raccoglitori) e potrebbe auspicabilmente avere una fine. Nulla infatti ci impedisce di pensare che l’automazione possa raggiungere un livello tale da far sì che non ci sia più bisogno dell’umano come produttore. Tutto ciò da un lato ci fa paura ma, per spaventevole e orrendo che possa essere questo mondo nuovo che si fa avanti, non sarà mai così spaventevole e orrendo come il mondo vecchio che ci siamo lasciati indietro. Noi soffriamo di una specie di complesso dell’età dell’oro per cui si pensa che prima si stava enormemente meglio. Ebbene, facciamo il conto. Torniamo indietro di cent’anni e troviamo la spagnola a causa della quale le persone morivano come mosche. Un’epoca nella quale si trovava del tutto normale mandare decine di migliaia di giovani di vent’anni ad ammazzarsi gli uni contro gli altri e si considerava che fosse degno di un essere umano starsene per dieci ore a una catena di montaggio. Andando molto più avanti nel tempo, fino a non molti decenni fa si trovava normale che una persona andasse in un ufficio alla mattina alle 9 e cominciasse a scrivere sotto dettatura per otto ore, poi finiva e tornava a casa. Adesso che ci sono i computer ci sembra inumano. Quindi non c’è dubbio che ci siamo liberati da molti aspetti faticosi del lavoro. Altri diranno: però ci siamo anche liberati del lavoro, nel senso che ci sono moltissime persone che non hanno più un lavoro. È questo il problema, che però si può risolvere soltanto cercando di concettualizzare il mondo nuovo che si fa avanti invece di continuare a guardarlo con le categorie del mondo vecchio.

Se tramonta il mito dell’Homo faber, se non siamo più principalmente produttori, allora cosa siamo?
Siamo consumatori. Lo so, è una parola che ormai è diventata quasi una parolaccia. Ma se ci pensiamo bene, mentre possiamo facilmente immaginare delle macchine che possano sostituirci in tutti i compiti di produzione, non possiamo neanche immaginare una macchina che ci sostituisca in quanto consumatori. Uno che dicesse “ho inventato una macchina per consumare il sushi” sarebbe esposto al ludibrio universale perché tutto il sistema di produzione del sushi è lì soltanto perché ci sono poi delle persone che vogliono mangiarlo. Se fai una macchina per mangiare il sushi fai una macchina assurda, inutile, autocontraddittoria. Così come possiamo immaginare una macchina che riproduce fedelmente dei quadri o addirittura che ne produce di nuovi, non possiamo immaginare una macchina che gode di fronte a un dipinto (e neanche una che gode nel farlo, per questo anche la più sofisticata delle macchine non può essere un artista). Dovremmo smetterla con questa demonizzazione dei consumi. Come tutti quelli della mia generazione sono cresciuto in un mondo in cui si parlava malissimo del consumo e si continua a farlo tutt’ora. Questo sostanzialmente perché quando si pensa al consumo si pensa a delle forme particolarmente poco significative di consumo e spesso allo spreco. Come se leggere un libro o ascoltare musica classica non fossero forme di consumo! Nella condanna di certi consumi ci sono spesso motivazioni salutistiche oppure moralistiche, ma la sostanza del consumo è la medesima.

La rivoluzione dentro cui ci troviamo immersi ruota attorno al web: qual è la sua caratteristica principale?
La definizione più diffusa del web è quella di “infosfera”. Ma pensare al web come una infosfera significa confonderlo con Wikipedia, e oltre tutto con la Wikipedia scritta nella lingua di chi lo consulta. Perché se io trovo una voce di Wikipedia in tamil l’informazione per me è pari a zero. Definire il web prioritariamente con un apparato di informazione significa non aver colto la differenza essenziale fra l’analogico e il digitale e cioè che con il digitale la registrazione, la documentazione – che nell’analogico era una fase successiva e opzionale a qualunque azione – coincide con l’azione stessa. Qualunque atto noi compiamo sul web – attenzione: atto, non informazione – viene registrato di default. In questo modo noi produciamo una quantità di documenti – i cosiddetti Big Data – senza paragoni rispetto a tutte le epoche precedenti dell’umanità perché il processo di produzione di questi documenti non è intenzionale ma intrinseco a ogni atto. Quella che noi concepivamo come infosfera è in realtà una docusfera cioè un gigantesco oceano fatto di documenti e questi documenti sono l’accumulo di tutti gli atti dell’umanità depositati nel web.

E così produciamo inconsapevolmente valore, a tutto vantaggio dei proprietari delle piattaforme…
Esatto, e qui sta il problema e il cambiamento che dobbiamo governare. Perché è ovvio che una fabbrica che non paga i lavoratori realizza delle plusvalenze straordinarie. In questo caso i “lavoratori” neanche si accorgono di lavorare, perché stanno semplicemente vivendo e però, vivendo, producono valore. Ma se è valore allora è lavoro e se è lavoro allora deve essere retribuito.

E come lo governiamo questo cambiamento?
Ci sono due soluzioni: la prima è quella che ha intrapreso la Cina, che ha preso questo enorme plusvalore, l’ha nazionalizzato e l’ha ridistribuito. Certo in questo sistema c’è il problemino che essendo lo Stato proprietario delle piattaforme va anche a ficcare il naso nella tua vita. Ma questa è la regola del gioco del comunismo: avrete sicurezza sociale e in cambio non avrete libertà sociale. Invece nel liberalismo la regola attualmente è: siete liberi ma anche liberi di morire ubriachi in un angolo di strada perché avete perso il lavoro. È giunto il momento di introdurre dei meccanismi – certamente la tassazione delle multinazionali del digitale va in questa direzione, ma non è sufficiente – affinché anche in un sistema liberale riusciamo a garantire un minimo di sicurezza sociale senza rinunciare alle nostre libertà.

Le macchine della rivoluzione digitale hanno una caratteristica specifica: il loro uso è semplicissimo e alla portata di tutti mentre il loro funzionamento è estremamente complesso e solo in pochi lo capiscono fino in fondo. Inoltre, ci sono degli studi recenti che dimostrano come gli algoritmi introiettino gli stereotipi. E se naturalmente questo non è “colpa” delle macchine, ma delle informazioni che noi diamo loro, è altrettanto vero che mentre siamo disponibili a tollerare un errore fatto da un essere umano siamo meno disponibili ad accettare un errore fatto da un algoritmo.
In verità, avere a che fare con dei meccanismi complessi che noi non comprendiamo non è una caratteristica specifica del nostro rapporto con le macchine. Per esempio, il nostro rapporto con la società è così: la gran parte delle cose che accadono dentro una società non ci è chiara. Sulla questione dell’errore e della giustificazione: certo se un algoritmo mi rifiuta un mutuo io devo sapere in base a cosa ha compiuto questa decisione. Anche se il problema del non saper giustificare il perché un algoritmo ha dato un risultato invece che un altro non mi sembra decisivo, perché moltissime cose all’interno del mondo umano funzionano proprio così: noi non sappiamo perché accadono. Ma ragioniamo su un altro aspetto: all’epoca della bolla immobiliare si è scoperto che le banche concedevano mutui a persone che non se lo potevano permettere soltanto per speculare. Ecco, questo è un comportamento tipicamente umano, una macchina non l’avrebbe mai escogitata una cosa del genere. Così come solo un umano può concedere dei favori in cambio di prestazioni sessuali oppure solo un umano può guidare una macchina in stato di ebbrezza. Insomma, quando confrontiamo la macchina con l’umano confrontiamo un’immagine molto elevata dell’umano, come saggio illuminato disinteressato. Ma le cose, ahimè, non stanno così.

Non c’è però dubbio che le macchine stanno diventando sempre più potenti. Non c’è davvero il rischio che prima o poi ne diventeremo schiavi?
Questa idea che siamo o stiamo diventando schiavi della tecnica è completamente sbagliata: non siamo noi ad avere bisogno della tecnica, è la tecnica ad avere bisogno di noi. Se non ci fossero gli umani, il web sparirebbe in 30 secondi. La tecnologia è completamente dipendente dagli umani e quanto più una tecnologia è sofisticata tanto più è dipendente dagli umani: un bastone può essere adoperato per molti scopi e anche da un animale mentre uno smartphone, nel suo uso proprio, può essere adoperato soltanto da un umano. Quindi la tecnica non è alienazione dell’umano ma rivelazione dell’umano.
Cosa vorrebbe dire che le macchine prenderanno il potere? Come pensare che il mio orologio o il mio smartphone fosse interessato alla presidenza del Consiglio! Le macchine non sono interessate al potere semplicemente perché non hanno interessi. Per avere interessi bisogna avere dei bisogni e, soprattutto, bisogna avere un tempo di vita limitato, bisogna essere mortali. E le macchine non lo sono. Quando una macchina si rompe talvolta diciamo “il mio computer è morto”, che è naturalmente una metafora.È un modo per dire che si è guastato in maniera irreparabile. Però non è che siano venuti meno dei processi che non possono essere ripristinati. Io posso creare un altro computer identico e solo per delle ragioni pratiche – magari perché non ci sono più i pezzi di ricambio – non faccio “risorgere” quel computer. Quindi solo gli umani sono mortali, e questo segna una differenza insormontabile con le macchine.

Però proprio lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e della tecnologia in particolare in ambito biomedico comincia a mettere in discussione anche questo postulato. La durata della vita è enormemente aumentata e si pongono già dei problemi sul quando e come porre fine alla vita, perché ci sono dei momenti in cui di fatto, senza una decisione attiva di qualcuno, la vita sembrerebbe quasi poter non finire mai. Che si fa nel momento in cui lo sviluppo tecnologico arriva al punto da mettere in discussione lo stesso postulato di distinzione fra noi e le macchine, ossia la mortalità dell’essere umano?
Questo è un punto importantissimo. Heidegger diceva addirittura che gli animali non muoiono e che solo gli umani muoiono. Ora evidentemente qualunque organismo muore e certi organismi sanno anche di morire senza essere umani. Quindi la distinzione tra umano e animale non sta nell’essere un organismo ma nel fatto che l’umano è un organismo sistematicamente connesso con dei meccanismi mentre l’animale no. Essere sistematicamente connesso con dei meccanismi significa che la nostra vita è strettamente legata alle tecnologie che noi stessi inventiamo e tramandiamo. Già noi viviamo molto più dei nostri antenati e assistiamo all’aumento e all’invecchiamento della popolazione mondiale. Banalmente se non ci fosse stato qualcuno che nel Medioevo avesse inventato gli occhiali, io ormai da parecchi decenni sarei abbastanza inabilitato nelle mie attività perché sono presbite. Ora, come suggerisce lei, l’unico modo per fare dell’umano una macchina sarebbe renderlo immortale. Ma riusciamo anche solo a concepirla una cosa del genere? Quando si parla di allungamento della vita si parla di vivere fino a 120 anni o giù di lì, ma potrebbe un umano vivere 2 miliardi di anni? Pensi il continuo addestramento che dovrebbe fare, quante lingue cambiano in due miliardi di anni e poi la memoria: ritrovi un tuo amico delle elementari, solo che le elementari le avete fatte milioni di anni fa! Questo per dire che noi possiamo immaginare un significativo prolungamento della vita umana ma mi sembra difficile concepirne un prolungamento sine die. E questo per ragioni trascendentali, perché quello che noi chiamiamo forma di vita umana implica il fatto di finire. Se noi creiamo un qualcosa che può durare all’infinito, non so se si possa più chiamare forma di vita umana.*

* Questa conversazione è nata dall’incontro con Maurizio Ferraris che si è svolto nell’ambito delle Giornate della laicità di Reggio Emilia il 10 giugno 2021.



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