Lettera di fine anno sulla difficile arte di discutere di temi “divisivi” tra femministe

Tutti i nodi critici del dibattito femminista nel bilancio di fine anno di una femminista storica.

Monica Lanfranco

E che lettera di fine anno sia. La fine non di un anno, ma di quasi due di tremenda, ineguagliabile crisi pandemica che ogni essere umano di età superiore ai quattro anni serberà per sempre come snodo esistenziale. Quasi due anni dai quali avremmo dovuto imparare a riposizionare le priorità: comprendendo che la sanità pubblica è centrale per preservare vite; che la riduzione, ragionevole e momentanea, delle libertà individuali per motivi sanitari è sinonimo di responsabilità collettiva; che l’interconnessione tra gli esseri umani è questione di corpi e non di megabyte.

Se non capiamo adesso tutto questo e non mettiamo al primo posto la cura del mondo non ci sarà una prossima volta.
Detto questo ecco a chi vorrei indirizzare brevi considerazioni, pensieri e alcune domande: le mie prime interlocutrici sono le donne, e le femministe in particolare. Comincio con chi insiste a modificare la parola femminismo, come se da sola, priva di suffisso, o al singolare, o senza specifiche aggiuntive fosse incompleta e inadeguata. Perché non si parla così spesso di socialismi, comunismi, liberalismi, ma è solo il femminismo che viene nominato plurale? Posto che ovviamente si è libere di pluralizzare a piacere, domando e mi domando: come mai la visione femminista da sola appaia, per talune, obsoleta, e da qualche tempo vi si anteponga la parola trans, o si trovi necessario aggiungere intersezionale?

Ho il dubbio, (e spero di sbagliare), che in noi femministe, in quanto donne, (persino le più salde e avvertite), scatti un atavico meccanismo di oblatività compulsiva, che nel caso del termine transfemminismo intenda modificare, non sono certa se in modo davvero inclusivo quanto piuttosto deviante, un percorso politico ancora molto lungo e bisognoso di focalizzazione.

Parimenti la specifica intersezionale mi sembra che faccia rientrare dalla finestra la dominanza del patriarcato di sinistra, che tollera il femminismo solo se non bianco, assai relativista e piuttosto antioccidentale. La filosofa Luce Irigaray a fine Novecento affermò: «È il rapporto tra donne e uomini la questione che dobbiamo pensare nel prossimo secolo. Non basta guardare insieme nella stessa direzione, occorre farlo in un modo che non abolisca le differenze, ma le renda alleate. Se andiamo per la strada dell’abolizione della differenza sessuale, non ci sarà un futuro per l’umanità».

La ben più giovane scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie ha intitolato di recente uno dei suoi più noti pamplet Dovremmo essere tutti femministi. Aggiungo: fatevi un giretto nelle scuole italiane, dove svolgo formazione e incontri sulla violenza maschile contro le donne e il sessismo da oltre 20 anni. È un buon test per capire come ci sia un disperato bisogno di ragionare di femminismo, differenza sessuale e diritti delle donne (che sono universali e dirlo suscita fastidio e atteggiamenti negazionisti): negli ultimi cinque mi è capitato, di continuo, di ascoltare una quantità inquietante di pregiudizi e stereotipi sessisti inculcati in ragazzi e ragazze con meno di 19 anni come neppure negli anni Sessanta.

Ho poi parole dubbiose per chi usa la locuzione “libertà di scelta”. Scelta è parola importante e densa, ma sembra essere diventata la nuova, modernissima religione neoliberista professata però da chi sostiene di essere antiliberista, e trasforma ogni obiezione, o dubbio, sulla libera scelta in fobia, una pratica sempre più diffusa per bloccare ogni scambio, conflitto e interlocuzione.

Se, ad esempio, critichi l’uso politico delle religioni e la loro ingerenza nello spazio pubblico va tutto bene fino a che non tocchi l’islam.
Se provi a discutere criticamente di velo, hijab o burka diventi islamofobica.

Uno schiaffo in pieno volto al lavoro che da anni donne provenienti da culture e Paesi a maggioranza musulmana svolgono contro il fondamentalismo, il reato di blasfemia, per la laicità e la libertà di espressione come Maryam Namazie, Marieme Helie Lucas, Nadia El Fani, solo per citarne alcune, lavoro sintetizzato in modo straordinariamente femminista, a partire dal titolo, nel libro Anatomia dell’oppressione e negli incontri internazionali della Secular Conference.

Rimando, a chi interessa l’argomento, alla lunga riflessione di Nova Daban, riportata dal sito secularism.org del cui scritto mi pare importante questo passaggio: «Nonostante il termine sia usato per descrivere pregiudizi e atteggiamenti di odio verso i musulmani è stato anche usato per proteggere l’islam dalle critiche, persino ostacolando gli sforzi per sfidare l’estremismo. Il concetto di islamofobia rischia di creare un codice blasfemo nemico della libertà di parola e di una democrazia liberale laica. Non c’è dubbio sulla necessità di affrontare il fanatismo anti-musulmano, ma tentare di farlo a spese della libertà di espressione è controproducente Il termine islamofobia fornisce agli islamisti un’arma per attaccare chiunque critichi tutto ciò che riguarda l’islam, dai testi religiosi alla misoginia e persino al terrorismo perpetrato in suo nome. Un esempio molto recente è quello di una scuola canadese che ha annullato un evento con Nadia Murad perché “favorirebbe l’islamofobia”. Nadia Murad, vittima yazida dell’Isis, è stata ridotta in schiavitù e violentata dai terroristi islamisti durante il loro assalto in Iraq e Siria. Descrive l’orrore che ha dovuto affrontare per mano della brutalità dello Stato islamico in un libro intitolato The Last Girl. Per molti musulmani non c’è niente di più offensivo dei terroristi che tentano di usare la loro religione e distruggerne la reputazione. Allora perché è islamofobo parlare di terrorismo, schiavitù e stupro? Fino a che punto definiamo islamofobe le critiche alle pratiche religiose e culturali antiche e regressive? Paesi a maggioranza musulmana come Siria, Algeria e Kazakistan hanno vietato i veli integrali (niqab e burqa) in molti contesti perché compromettono la sicurezza e simboleggiano la discriminazione contro le donne. Suggerire lo stesso nel Regno Unito porta automaticamente ad accuse di islamofobia. Quindi chiamiamo i musulmani che sostengono tali mosse islamofobici o riflettiamo sul motivo per cui questi dibattiti si svolgono anche nelle società musulmane?».

Altro versante nel quale la religione della scelta ha rovesciato il senso della liberazione dalle catene imposte dal capitalismo prima, e dal neoliberismo poi, è quello della libertà di vendersi (e conseguentemente di comprare i corpi, specialmente e maggioritariamente quelli di donne). Parliamo di prostituzione, che nell’accezione della libera scelta diventa sex work, una visione molto accreditata anche dal movimento dei Mra, Men’s righs activism, che sono in prima fila per la legalizzazione dei bordelli in tutto il mondo. Ne parlammo anche su MicroMega, in un denso numero speciale a fine 2020 dedicato al tema della prostituzione, nel quale ci si confrontò anche tra femministe.

Dal mio punto di vista, l’ombra scesa sulla parola libertà, proprio dopo il 2001, anno di snodo della calata massiccia del neoliberismo globale, ha a che fare con la contaminazione inconscia dell’aggressione neoliberista (notare come liberismo abbia la stessa radice di libertà) sulle coscienze, individuali e collettive. Senza la responsabilità, che agisce come limite della libertà individuale perché la mette in relazione con le conseguenze ampie che ogni scelta individuale provoca, la libertà rischia addirittura di diventare, nella pratica sociale, un’antagonista della liberazione.

Nella mia camera da letto campeggia un manifesto con una frase tratta da A Vindication of the Rights of Woman di Mary Wollstonecraft, parole che arrivano dal 1792: «È tempo di compiere una rivoluzione nei costumi femminili, tempo di restituire alle donne la loro dignità perduta e di renderle partecipi della specie umana in modo che, riformando sé stesse, riformino il mondo». Resto convinta che questo sia un monito importante da considerare e, di certo, è stato un pezzo della visione femminista del 2001, quando a Genova un mese prima del G8 oltre mille donne provenienti da tutto il mondo si riunirono nell’evento PuntoG-Genova genere globalizzazione per avanzare la critica femminista al neoliberismo e la visione ecofemminista per fermarne l’avanzata. Allora si diceva nelle piazze che “questo mondo non è in vendita”, di certo si intendevano soprattutto i corpi: a vent’anni di distanza non è così più così certo, almeno per alcune.

Restando sempre sulle parole (che nel 1955 Carlo Levi definiva «pietre», con immagine quanto mai fondativa per chi fa cultura e politica) vorrei fare un cenno al casus belli provocato dall’improvviso disagio nel pronunciare il sostantivo donna (al suo posto sarebbe più corretto, si dice in alcuni ambienti per non offendere, usare la locuzione persona con le mestruazioni, già adottata sulle confezioni di assorbenti in Inghilterra) e alla difficoltà a nominare il femminile, una pratica che la maestra Lidia Menapace diceva di primaria importanza politica perché «essere nominate significa esistere».

In alcuni ambienti femministi la soluzione trovata per la scrittura sarebbe quella di usare il segno grafico schwa. Peccato: avevamo da pochissimo iniziato a sessuare il linguaggio, a nominarlo questo femminile così scomodo, a prezzo di fatiche immani sia nelle redazioni giornalistiche così come nella scuola e nelle conversazioni pubbliche, ed ecco che al neutro maschile patriarcale che cancellava le donne si sostituisce una nuova forma di obsolescenza, ma questa volta con la benedizione di alcune femministe.

Rimando al dubbio espresso qualche riga fa: come è possibile che l’inclusione e la lotta contro la discriminazione risulti essere strumento di rimozione delle donne e della differenza sessuale da parte di pezzi del movimento femminista?
E come è successo che mettere al centro del dibattito politico la prima differenza umana, quella sessuale, attira odio e persino persecuzioni, come nel caso internazionale della scrittrice J.K. Rowling? Ecco, mi piacerebbe che l’anno che verrà portasse più intelligenza collettiva creativa e desiderosa di scambio, specialmente nel mondo femminista, che resta, per me, il principale luogo per costruire una visione che ci metta al riparo dai fondamentalismi e dalla “barbarie” che Rosa Luxemburg temeva già agli albori del Novecento, e oggi così vicina.

Il sito dell’autrice è http://www.monicalanfranco.it/

FOTO GIORGIO BENVENUTI/ANSA/TO



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