“Il tempo è un’illusione”. Ovvero: del saluto romano

Salvo ogni eventuale e grottesco tentativo di negare l’ascendenza del saluto romano, l’intenso auspicio è che l’esecutivo in carica si dissoci pubblicamente dai “gesti” incriminati.

Giuseppe Panissidi

“Un passato che non passa, che passato è?”. La domanda retorica di G. W. F. Hegel.
Il tempo è un’illusione. Un’idea che, ormai, ci è familiare, antipode del pensiero di quanti, come Agostino d’Ippona, ritengono di non sapere che cosa esso sia. Fondamentale il guadagno essenziale della tradizione culturale occidentale, da Parmenide ad Einstein alla meccanica quantistica. Esistono solo “atomi di spazio” e l’universo e la sua storia non sono altro che modi in cui si essi si dispiegano e dispongono.
Epperò, l’“illusione”, posta a tema da Einstein, si rivela tanto “tenace”, da indurre i più a considerarlo vero e assoluto, il tempo.
Nella trepidante attesa del verbo regolatore delle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione, continua a rilevare un orientamento della giurisprudenza, secondo cui la norma vieta soltanto l’“effettiva ricostituzione” del partito fascista. Un’interpretazione (anche filologicamente) confliggente con la ratio costituzionale profonda della legge Scelba, vertente, altresì, sull’antigiuridicità delle manifestazioni fasciste, se è vero, com’è vero, che, all’art. 5, punisce chi “con parole, gesti o in qualunque altro modo compie pubblicamente manifestazioni usuali al disciolto partito fascista”.
“Ogni gesto è un evento – scrive Walter Benjamin – si potrebbe quasi dire: un dramma in sé”.
Mette conto sottolineare che la legge Scelba, n. 645/1952, attuativa della XII disposizione finale Cost., ha superato più volte il vaglio della Corte costituzionale, una cui pronuncia del 1958 precisa che la libertà di pensiero può (deve) essere compressa quando sia “concreto” il pericolo per l’ordine democratico. Pericolo: potenzialità/idoneità, “concreta” in quanto non ipotetica, bensì desumibile da atti o gesti oggettivi e univoci. Quod demonstrandum.
Ne discende che non occorrono atti o manifestazioni di carattere operativo o burocratico-organizzativo. Rilevano e sono sufficienti “manifestazioni mediante gesti usuali al partito fascista”. Questo il punctum dolens, epperò dirimente. Gesti, movimenti, ossia, della mano, del braccio, del capo, da cui tralucano stati d’animo, intenzioni o propositi. Nella lingua di Dante, peraltro al pari di qualsiasi altra, e alla luce di quella, pur malintesa, “italianità” che il duce degli Italiani celebrava come il “primo pilastro fondamentale dell’azione fascista”, belligerante contro “tribù più o meno abbaianti lingue incomprensibili” ai confini del Paese.
Sembra appena il caso di ricordare un passaggio di quello sproloquio, poco noto ma di cruciale significato. C’è gente che “si vergogna per esempio se gli emigranti italiani distribuiscono qualche generosa coltellata: ma tutto questo è un modo molto brillante di dimostrare che gli italiani non sono vigliacchi né rammolliti e che hanno il mezzo di difendere l’italianità quando i consoli non sanno difenderla”.
Salvo ogni eventuale e grottesco tentativo di negare l’ascendenza del saluto romano, l’intenso auspicio è che l’esecutivo in carica si dissoci pubblicamente tanto dai “gesti” incriminati, quanto, a fortiori, da ogni eventuale tentazione di “distribuire generose coltellate”, cui l’invocata libertà d’espressione, costituzionalmente protetta, potrebbe infine condurre “per difendere” la diletta… italianità. “Se comprendere è impossibile, ammonisce Primo Levi, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte e oscurate: anche le nostre”.
Allora, non è meglio rinunciare a tanta eroica “generosità”, magari sbirciando da dietro le porte di qualche buona scuola costituzionale d’infanzia?
Come felicemente sottolinea Elena Lowenthal, “all’improvviso l’heritage è dappertutto… e include tutto dalle galassie ai geni. È il punto focale del patriottismo…. Difficilmente ci si muove senza imbattersi nel patrimonio culturale. Ogni eredità è protetta. Dalle radici etniche… da Hollywood all’Olocausto, il mondo intero è occupato a lodare – o lamentare – un qualche passato, sia esso realtà o fiction”.
Anche per la premier soyGiorgia il tempo dev’essere una mera illusione. Eppure, di acqua ne è passata tanta sotto i ponti. Troppa, per ignorare il significato scoperto e la potenziale pericolosità di certe frequenti manifestazioni. Il divieto sarebbe “controproducente”, si è blaterato. Per chi? A meno che, anche qui, non si versi in tema di eventi… “evanescenti”, non drammatici, si ricordi Benjamin. Come il delitto di abuso d’ufficio? Che, in realtà, si riscontrasse anche soltanto in pochi casi, data la sua natura di peculiare e sensibile fattispecie di cerniera, sarebbero pur sempre pochi casi… di troppo!
Invero, come non v’è pericolo di “sostituzione etnica”, così non v’è possibilità di sostituzione costituzionale.
Ma al cuore non si comanda, come si suol dire, perché “il cuore ha ragioni che la ragione non conosce”, ricorda Blaise Pascal. Nelle questioni di cuore vige un’altra logica, non meno elevata e rispettabile, e però diversa da quella razionale astratta, una ratio allotria, che non consente di valutare e comprendere con strumenti ordinari nell’analisi della realtà effettuale. Quando il cuore incalza, infatti, non è infrequente che sorpassi e scavalchi le funzioni intellettive o l’astuzia del calcolo, più o meno opportunistico, e la connessa necessità di tattiche e pratiche dissimulatorie…
Può così accadere che alla premier soyGiorgia, soi-disant “incompatibile con ogni nostalgia del fascismo”, il subconscio giochi un brutto scherzo. Cosicché, psicoanalisi a parte, la guardia deve restare sempre alta, in specie rispetto al vizio diffuso della creduloneria, che pone attenzione unicamente al formalismo farisaico, anziché esercitare una salutare oculatezza (cartesianamente) semi-scettica relativamente al non detto, ovvero al detto mediante significanti inequivoci, “i gesti”, per l’appunto, come tali esplicitamente incriminati da una norma della Repubblica democratica nata dall’antifascismo e dalla Resistenza.
Ed erra la Corte Suprema, quando, in qualche pronuncia, opera, rispetto alla inequivoca e coerente volontà del legislatore costituzionale, una distinzione vagamente creativa entro la tipologia delle “manifestazioni”. La contraddizion nol consente, patente la contraddizione in termini. A nulla, infatti, rilevano il carattere e la finalità di una manifestazione, qualora al suo interno si esibisca il saluto romano. Rectius: fascista. Se la manifestazione si svolge “pubblicamente”, quand’anche a carattere “commemorativo”, essa cade pienamente sotto la norma incriminatrice. Se, invece, e solo se, la commemorazione si svolge in forma privata, nulla quaestio, evidentemente, posto che non si tratta di “manifestazione”. Né giova precisare che il lemma “manifestazione” indica una dimostrazione di atteggiamenti e sentimenti condivisi da un gruppo, e si attua sfilando in corteo o riunendosi in luogo pubblico. La lingua e la logica semantica escludono manifestazioni… private!  Honni soit qui mal y pense.
Perché, anche se il tempo “non esiste”, a fratelli, sorelle e cognati d’Italia non deve sfuggire che siffatta prospettiva teorica resta incompleta e ambigua, qualora si ignori o dimentichi il valore, comunque determinante, che Einstein annette al tempo: “Ciò che noi facciamo mentre sta passando”. “Pereunt et imputantur”, recita il poeta latino Marziale. Passa, il tempo che non c’è, e ci viene addebitato.

CREDITI FOTO: ANSA / GIULIA MARRAZZO



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