I luoghi dell’ideologia

“Il soggetto surinterpellato. Ideologia, conflitto e resistenza in Althusser e Pêcheux” di Stefano Pippa suggerisce una ripresa critica della teoria althusseriana, per analizzare in che modo l'ideologia possa essere luogo di conflitto e come sia perciò pensabile resistere ad essa.

Emanuele Lepore

«L’incontro del marxismo italiano – pur vivace in alcune sue componenti – con il marxismo di Althusser è per il momento un incontro mancato, o quanto meno un incontro che “non fa presa”» – così Maria Turchetto, nella sua Prefazione ad un volume di Cristian Lo Iacono, dedicato alla ricezione italiana del filosofo francese[1].
Dopo poco più di un decennio, Il soggetto surinterpellato di Stefano Pippa (Mimesis 2022) offre buoni elementi per un giudizio d’altro tipo, segno com’è di una più profonda penetrazione del pensiero di Althusser nel dibattito filosofico italiano d’ispirazione marxista. In questo libro, l’autore propone una lettura aggiornata e filosoficamente impegnata della parabola teorica di Althusser. Facendo ampiamente ricorso a documenti inediti, custoditi nel fondo ‘Althusser’ dello Institut Mémoires de l’Édition Contemporaine (Saint-Germain-la-Blanche-Herbe), Pippa compie uno scandaglio teorico volto ad una comprensione della teoria althusseriana dell’ideologia filologicamente accurata e teoricamente vivace.
Dalle pagine di questo volume, che si aggiunge ai Quaderni di Teoria Critica della Società editi da Mimesis, traspare l’urgenza di elaborare un apparato teorico adeguato alla comprensione delle forme diversificate in cui le ideologie oggi «si impongono sulla stragrande maggioranza degli uomini»[2]. È a questo fine che Pippa interroga la teoria althusseriana dell’ideologia nel suo farsi.

Chi leggesse Il soggetto surinterpellato si troverebbe anzitutto dinnanzi ad un articolato tentativo di oltrepassare una rappresentazione ‘superficiale’ di Althusser, cementatasi attorno all’accusa di funzionalismo e all’idea «un po’ stereotipata della ‘negazione del soggetto’» (Pippa 2022, p. 10). Si tratta di superare teoricamente e filologicamente una versione ristretta della teoria dell’ideologia, consegnata da Althusser al celebre testo Ideologia e apparati ideologici di Stato (1970), confrontandosi con il manoscritto postumo Sur la reproduction (1995) e con les papiers Althusser dell’IMEC. Ne deriva una teoria meno stabilizzata ma più promettente quanto alla possibilità di articolare una critica dei fenomeni ideologici contemporanei, che tenga conto della conflittualità che attraversa gli Apparati Ideologici di Stato.
Tra gli sviluppi della matrice althusseriana, Pippa indaga attentamente quello elaborato da Michel Pêcheux – che firma i suoi primi lavori con lo pseudonimo ‘Thomas Herbert’ –, dedicando la seconda parte del libro ad un autore non ancora studiato fino in fondo. È dunque lodevole che Pippa abbia raccolto l’invito di Pierre Macherey – «oggi dobbiamo rileggere Thomas Herbert e Michel Pêcheux»[3] –, contribuendo all’esame critico di questa peculiare articolazione di materialismo storico, linguistica e teoria del discorso correlati ad una teoria del soggetto di marca psicanalitica[4].
La bisettrice tracciata tra Althusser e l’autore di Les vérités de la Palice (1975) punta all’ambizioso obiettivo de Il soggetto surinterpellato: mostrare che la teoria althusseriana dell’ideologia non solo sia più raffinata di quanto si sia a lungo creduto, ma offra anche delle importanti risorse per comprendere come sia possibile resistere al lavorio delle ideologie.

È da questa cruna che passa la tenuta dell’interpretazione di Pippa, imperniata sul concetto di surinterpellazione: già presente ‘allo stato pratico’ nei testi di Althusser, esso avrebbe bisogno di una ulteriore messa a punto per guadagnare un più solido statuto epistemologico. Il nucleo di questo concetto è da Pippa così descritto: «ogni interpellazione, che dipende da una ideologia concreta, ‘funziona’ all’interno di una pluralità contraddittoria di altre interpellazioni che, poiché strutturano il campo dell’ideologico, la surdeterminano» (p. 110). Determinata sul calco della surdeterminazione, la surinterpellazione restituisce l’immagine di una soggettività quale «processo complesso-contraddittorio di interpellazioni, da cui segue anche che ogni interpellazione (dipendente da una particolare ideologia) agisce su e in un complesso contradditorio di interpellazioni già-sempre dato» (ibidem).
Mettendo a frutto elementi teorici depositati nelle Tre note sulla teoria dei discorsi (1966[5]) e in Théorie, pratique théorique et formation théorique. Idéologie et lutte idéologique (inedito risalente al 1965[6]), Pippa invita a riportare al centro della teoria dell’ideologia la lotta di classe – che nell’articolo del 1970 sugli AIS compariva soltanto alla fine –, riaprendo un potenziale diffalco tra l’ideologia in quanto tale e le ideologie storicamente determinate che, di volta in volta, innervano gli Apparati Ideologici di Stato.  Com’è noto, la nozione di surdeterminazione consentiva allo Althusser di Per Marx proporre una visione specificamente marxista della contraddizione, che tenesse conto della pluralità di fattori contraddittori che possono produrre una situazione oggettivamente rivoluzionaria. In maniera analoga, la surinterpellazione tende al riconoscimento di una pluralità contraddittoria di ‘chiamate’ attraverso cui passa la soggettivazione, senza sacrificare quella di classe. Allo stesso tempo, se ogni interpellazione agisce in un campo conflittuale di altre interpellazioni, allora la chiamata ad essere soggetti non è più descrivibile in maniera lineare e univoca. In altri termini, non è più legittimo accettare a priori che l’interpellazione giunga «sempre a destinazione»[7] – per impiegare un’espressione lacaniana.

La possibilità che il soggetto possa resistere è dunque profondamente legata al conflitto che può darsi tra le molteplici interpellazioni, e che permea gli stessi Apparati Ideologici. Si tratta di una lettura della teoria althusseriana dell’ideologia che si oppone apertamente a chi ha ritenuto che in essa non vi fosse alcuno spazio per la resistenza all’interpellazione. La più proficua di queste opposizioni è quella che riguarda Judith Butler, alla quale Pippa dedica un passaggio di notevole importanza nell’economia argomentativa del libro[8].
È su questo punto che vorremmo insistere, con una breve riflessione conclusiva.

Va anzitutto detto che, grazie alla frequentazione filologicamente accurata dei testi althusseriani, Pippa ha buon gioco nel mostrare che Judith Butler – almeno in La vita psichica al potere – si attesta ad una versione ‘diminuita’ di Althusser: ella non prende in esame Sur la reproduction e opera una eccessiva ‘lacanizzazione’ della teoria althusseriana. La critica mossa a Butler manifesta però un’istanza teorica, non solamente filologica, in quanto le sue osservazioni «procedono anche nella direzione di una ricerca di una ‘garanzia’ della resistenza, o per la resistenza, di tipo antropo-ontologico, la quale rischia di eliminare, o perlomeno di rendere secondario, ogni riferimento ad un contenuto socialmente determinato» (p. 121). In altri termini, interrogarsi circa il fondamento della resistenza all’interpellazione sarebbe fuori posto, poiché ruoterebbe attorno alla confusione tra il piano generale dell’ideologia – infallibile anche secondo Althusser – e quello storicamente e socialmente più specifico delle ideologie (p. 243)[9].
Si dovrebbe, invece, «porre il problema della resistenza […] precisamente come un rapporto di forze, permettendo così di pensare la resistenza all’interpellazione in quanto ‘resistenza determinata’» (ibidem). E ciò sarebbe possibile appunto grazie al concetto di surinterpellazione, che consente di scompaginare analiticamente le diverse voci che risuonano nella chiamata ideologica, e sfruttare la conflittualità interna allo stesso campo dell’interpellazione.
Pur apprezzando alcuni elementi della critica butleriana ad Althusser – ad esempio, una certa intonazione teologica della teoria dell’ideologia –, Pippa ritiene che essa sia nel suo complesso non soddisfacente, e che non contribuisca veramente a pensare una possibile resistenza all’interpellazione: «se Butler sostiene che vi è una preliminare apertura alla ricezione dell’interpellazione […], la questione della resistenza all’interpellazione rimane non solo non risolta, ma la sua stessa possibilità è resa ancor più remota» (p. 128).

In effetti, Butler ritiene che il soggetto, quando interpellato, si volti perché è in qualche modo disponibile all’assoggettamento. Già ne La vita psichica al potere, però, la capacità passiva di potere – cioè di rispondere all’interpellazione – deve dialetticamente trasmutare in capacità attiva di potere e di resistenza. Nella posizione di Butler, vi è un elemento su cui il libro di Pippa non si sofferma: quello della reiterazione, cioè del meccanismo grazie al quale il soggetto è si scopre capace di riflettere su di sé[10]. Lo stesso ripiegamento su se stessi che è l’assoggettamento all’interpellazione è la mossa attraverso cui il soggetto scopre il potenziale della propria negatività. In questo senso, quella eccedenza che consente la resistenza all’interpellazione, non può immediatamente essere ricondotta ad ‘un vizio idealistico’, cioè ad una sopravvalutazione delle capacità trasformative del soggetto (147), poiché tale eccedenza non costituisce un al di là dell’interpellazione[11]. Hegelianamente, i processi ideologici mettono capo a vettori di socializzazione e universalizzazione dell’esistenza individuale, rispetto ai quali è possibile pensare un’eccedenza interna, non un al di là[12].  È proprio la sua ‘trazione hegeliana’ che consente a Butler di situare la resistenza all’interno della chiamata ideologica e dei legami appassionati attraverso cui ciascuna coscienza si forma[13], e su questo punto riteniamo che Pippa dovrebbe ‘riaprire i conti’ con la proposta butleriana – mettendo da canto la lettura di Althusser, su cui ha elementi decisamente persuasivi –, per elaborare ulteriormente la propria teoria della surinterpellazione.

[1]
[1] M. Turchetto, Prefazione a C. Lo Iacono, Althusser in Italia. Saggio bibliografico (1959-2009), Mimesis, Milano 2011, p. 11.

[2]
[2] L. Althusser, Marxismo e umanesimo, in Id., Per Marx, trad. ita. a cura di Franca Madonia, Editori Riuniti, Roma 1967 (1972), p. 208.

[3]
[3] P. Macherey, Lingua, discorso, ideologia, soggetto, senso, trad. ita. a cura di Giacomo Clemente, in «Quaderni Materialisti» n. 19, 2019, Riscoprire Michel Pêcheux, a cura di G. Clemente e S. Pippa, p. 40.

[4]
[4] M. Pêcheux, Overview and prospects, in T. Hak, N. Helsloot (eds.), Michel Pêcheux: Automatic Discourse Analysis, Editions Rodopo B. V., Amsterdam-Atlanta 1995, p. 123.

[5]
[5] Ora in L. Althusser, Sulla psicanalisi, trad. ita. a cura di G. Piana, Raffaello Cortina, Milano 1994, pp. 118-125.

[6]
[6] IMEC, fondo ‘Althusser’, dossier ALT2. A4-01. 02.

[7]
[7] J. Lacan, Seminario: II, trad. ita. a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 1991, p. 260.

[8]
[8] Vengono menzionati anche Slavoj Žižek e Alain Badiou, ma in una posizione “mediata” dal confronto con l’autrice de La vita psichica al potere (1997), trad. ita. a cura di F. Zappino, Mimesis, Milano 2007.

[9]
[9] Pippa s’impegna anche a mostrare come Butler tenda a leggere in Foucault gli elementi per una teoria della resistenza all’ideologia, quando essi erano già presenti nei testi althusseriani, che ne La vita psichica al potere non sono però presi in esame.

[10]
[10] Certo, per approfondire questo punto, occorrerebbe riandare a Corpi che contano, in cui il potenziale emancipatore della reiterazione è espresso più puntualmente.

[11]
[11] Un indizio in tal senso è costituito dalle riflessioni che Butler conduce sulla categoria di astrazione, nel serrato confronto con Ernesto Laclau e Slavoj Žižek (cfr. J. Butler, E. Laclau, S. Žižek, Dialoghi sulla sinistra. Contingenza, egemonia, universalità, trad. ita. a cura di L. Bazzicalupo, Laterza, Roma-Bari 2010). Su questi temi – oggetto anche della nostra ricerca –, ci impegniamo a tornare più diffusamente in un’altra occasione.

[12]
[12] In ciò, Butler ci pare scartare rispetto a quella filosofia del Novecento che ricade nell’esistenza come rifugio dell’autenticità, a cui si riferisce Pippa (p. 141).

[13]
[13] ‘Coscienza’ non è qui immediatamente sinonimo di ‘attività conscia’: ci pare che sia giusto il monito althusseriano a considerare l’ideologia quale insieme di strutture che si impongono «senza passare per la coscienza» (L. Althusser, Marxismo e umanismo, cit., p. 208), se ciò non implica l’impossibilità che l’ideologia passi anche per la coscienza – ad esempio, per quella di una specifica classe in cui rifluiscano gli ‘effetti permanenti’ prodotti da altre classi, come invita a pensare Nicos Poulantzas nel caso della piccola borghesia.



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