I miracoli della politica con il termovalorizzatore dell’ottavo Re di Roma

La realizzazione dell’impianto a Santa Palomba non risolverà i problemi dello smaltimento dei rifiuti nella Capitale. Ecco perché.

Marco Omizzolo e Roberto Lessio

L’amministrazione di Roma guidata da Roberto Gualtieri ritiene che la soluzione ai problemi dello smaltimento dei rifiuti nella Capitale sarà la realizzazione di un termovalorizzatore (termine che esiste solo in Italia) nella zona di Santa Palomba, ai confini con i Comuni di Pomezia, Ardea e Albano Laziale. Si tratta in realtà di un sito nel quale doveva sorgere il famoso gassificatore/termovalorizzatore proposto anni fa dal Consorzio Ecologico Massimetta (sigla Co.E.Ma.), un sodalizio formato dalla Pontina Ambiente di Manlio Cerroni e dalla Ecomed Srl, a sua volta composta da AMA e ACEA. Era un accordo politico-imprenditoriale tra il principale gruppo privato nello smaltimento dei rifiuti del Lazio e le due società del settore, controllate rispettivamente al 100% e al 51% dal Comune di Roma, fatto quando il Sindaco della Capitale e il Presidente del Consiglio dei Ministri erano rispettivamente Gianni Alemanno e Silvio Berlusconi. Un patto che, malgrado il tempo trascorso, produce tutt’oggi i suoi effetti nefasti.

Il luogo individuato è Santa Palomba, in un terreno che fino a venti anni fa era una cava di estrazione di lapilli e che costituisce l’ultimo lembo a sud del IX Municipio capitolino. Dall’altra parte dell’accesso principale al sito, la Via Ardeatina, iniziano i territori dei Comuni di Ardea e Pomezia, mentre il suo ingresso minore è condiviso con la Tenuta di Massimetta (da qui il nome del Consorzio), che amministrativamente ricade nel Comune di Albano Laziale. Coincidenze miracolose fanno sì che in questo stesso Comune, in località Roncigliano – frazione di Cecchina, ad appena 800 metri in linea d’aria dal sito scelto da Gualtieri, siano collocati l’impianto di TMB andato a fuoco nell’estate del 2016 e la mega-discarica recentemente riattivata. Entrambe queste strutture sono state gestite fino a pochi anni fa proprio dalla “cerroniana” Pontina Ambiente Srl, nel frattempo coinvolta da due interdittive antimafia, emesse nel 2008 e nel 2014. La seconda è stata inizialmente annullata dal TAR e successivamente riammessa dal Consiglio di Stato su ricorso del Ministero dell’Interno e della Prefettura di Roma. Un provvedimento che ha rischiato di far saltare il ciclo dei rifiuti a Roma che era ed è tutt’oggi strettamente legato agli impianti TMB (Trattamento Meccanico-Biologico) per soli rifiuti indifferenziati. All’epoca della sentenza, i TMB funzionanti a servizio della Capitale erano quattro: due di proprietà di Cerroni attraverso la capogruppo Co.La.Ri. e due di proprietà di quell’AMA che di Cerroni è sempre stata ed è ancora una forte debitrice. Con l’avallo amministrativo della Regione Lazio, il TMB e la discarica di Albano-Roncigliano sono state volturate negli anni scorsi ad altre due società “cerroniane”, la Colle Verde Srl e la Ecoambiente Srl (la stessa che gestisce il sito di Borgo Montello di cui MicroMega già si è occupato). Nell’emergenza infinita dei rifiuti a Roma la discarica di Albano-Roncigliano è stata riaperta a suon di ordinanze pochi mesi fa e oggi, con la “miracolosa” scelta di Gualtieri, tornerà ad avere nuova vita. Ogni termoinceneritore di rifiuti, infatti, anche se viene definito “termovalorizzatore”, ha sempre bisogno di una discarica di servizio per smaltire le ceneri residuali della combustione: ovvero, rifiuti speciali e pericolosi prodotti proprio dalla combustione di rifiuti ordinari. C’è però un problema di trasparenza che questa volta le istituzioni preposte (accordi politici esclusi, s’intende) dovranno risolvere una volta per tutte. Lo scorso mese di febbraio l’avvocatura della stessa Regione Lazio, interpellata a tal proposito dall’attuale Direzione dell’Area Rifiuti, ha messo nero su bianco che l’affitto versato a due altre società “pulite” appartenenti allo stesso gruppo di quella “sporca” proprietaria degli impianti di Albano-Roncigliano, costituisce a tutti gli effetti una manovra elusiva della legislazione antimafia. Vale a dire che anche le due volturazioni delle attività di discarica e di TMB, avvallate a suo tempo dalla Regione, fanno parte della stessa manovra elusiva. Una bella gatta da pelare, visto anche che, all’atto pratico, la scelta prospettata da Gualtieri il 20 aprile scorso è la medesima alla quale non hanno creduto altre istituzioni: prima il TAR del Lazio, poi il Consiglio di Stato e infine persino la Corte di Giustizia Europea. Ricordare i fatti, in questa intricata vicenda, può servire a capire meglio l’intera storia. Nel giugno del 2009 Cerroni e i vertici di allora di AMA e ACEA firmarono con il Gestore Nazionale dei Servizi Energetici una “convenzione preliminare” che avrebbe permesso l’apertura del cantiere per la realizzazione di un gassificatore Co.E.Ma. nell’area di Roncigliano: la tecnologia di gassificazione e incenerimento era la stessa poi andata in “tilt” a Malagrotta. Il Consorzio Co.E.Ma., con sede legale nel quartier generale di ACEA, avrebbe costruito e gestito l’intera struttura. Un provvidenziale Decreto dell’allora Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi nell’ottobre 2007 aveva esteso i poteri commissariali in capo al Presidente regionale di turno, che all’epoca era Piero Marrazzo. Gli impianti di smaltimento dei rifiuti si potevano autorizzare con una semplice ordinanza, anche senza preventiva V.I.A., come nel caso in specie. I cittadini di Albano non la presero bene e, prima con la sentenza del TAR del Lazio e poi con quella del Consiglio di Stato, il provvedimento firmato da Marrazzo fu annullato. Ma il caso non era chiuso. Nel 2014 il decreto “Sblocca Italia” del governo Renzi diede la stura per la realizzazione di 12 nuovi termovalorizzatori in tutto il paese. Questa volta insorse il mondo ambientalista, con l’esito che tra il 2019 e il 2020 la Corte di Giustizia Europea bocciò l’art. 35 del decreto. Nonostante tutto questo, oggi assistiamo alla riapparizione dello stesso impianto, degli stessi protagonisti e nello stesso posto, salvo collocarlo ad appena 800 metri di distanza dal procedente progetto. Anche sotto l’aspetto tecnico però le cose non quadrano. Nella Regione Lazio attualmente c’è un solo termovalorizzatore in funzione che si trova nel Comune di San Vittore nel Lazio (FR) e che è di proprietà di ACEA: una società quotata in Borsa il cui capitale sociale è controllato al 51% da Roma Capitale, al 23,33% dal colosso francese dell’acqua e dei rifiuti Suez SA e al 5,45% da società che fanno capo a Francesco Gaetano Caltagirone. Fino a cinque anni fa gli impianti in funzione erano quattro con sei linee di produzione. Nel frattempo, soprattutto a causa della progressione della raccolta differenziata negli altri Comuni della Regione, sono stati chiusi quello di Colleferro e quello di Malagrotta (la stessa tipologia del Co.E.Ma). L’impianto di San Vittore, che ha in corso la V.I.A. per la quarta linea di produzione, è attualmente autorizzato a smaltire 400mila tonnellate annue di materiali combustibili (il cosiddetto CSS) selezionati dagli impianti di TMB per rifiuti indifferenziati. I TMB del Lazio già oggi risultano sovradimensionati rispetto al fabbisogno attuale, come certificato dall’attuale Piano Regionale dei Rifiuti approvato nel 2020. Fatti due calcoli, l’impianto di Gualtieri dovrebbe avere una capacità di smaltimento di 600mila tonnellate annue che, sommate alle 400mila di San Vittore, porterebbe la capacità complessiva di smaltimento per incenerimento nel Lazio a un milione di tonnellate l’anno: cioè un terzo della produzione complessiva attuale di rifiuti a livello regionale. La scelta dell’attuale Sindaco di Roma, causa debiti di AMA e ricavi per ACEA, sostanzialmente servirebbe a tenere in piedi il sistema attuale, fatto di raccolte stradali inefficienti di materiali non differenziati, che poi hanno bisogno dei TMB e che a loro volta dovranno essere smaltiti nelle discariche e nei termovalorizzatori. Film già visto tante volte nel cinema dell’emergenza infinita romana e che da alcuni anni a questa parte gode persino di una garanzia giuridica con le miracolose prescrizioni dei reati. Era il 9 gennaio 2014 quando l’ottavo Re di Roma fu arrestato nell’ambito dell’inchiesta denominata “Cerronopoli”. Anche quella sembrò la morte di un impero fino a quando, nel giugno di quattro anni fa, arrivò la sentenza del Tribunale penale di Roma n. 14783/2018 che dichiarò prescritti i reati sul traffico illecito di rifiuti (capi B e AA delle imputazioni) e la frode in pubbliche forniture (parziale imputazione capo G). Per tutti gli altri reati, in particolare per l’associazione a delinquere, non apparvero chiare condotte illecite e anzi la sentenza sottolineò che gli imputati si erano adoperati per risolvere un’emergenza che durava dal 1999: la prima (sic) fu dichiarata per il Giubileo del 2000, mentre un altro è previsto per il 2025. A pag. 174 della sentenza si precisa che, non essendoci concorrenti sul mercato oltre a Cerroni, di fatto nessuno può essere accusato di monopolio a prescindere dalle modalità con le quali questo si è realizzato. In sostanza, che colpa ne hanno i monopolisti sulla situazione in cui versa il pianeta? Gli obiettivi imposti dall’UE sulla raccolta differenziata e l’applicazione della tariffa puntuale, sui cambiamenti climatici dovuti alle troppe emissioni di gas serra, sulla chiusura del ciclo dei rifiuti senza spreco di risorse e sull’economia circolare nel suo complesso, inclusa questa strana idea della transizione ecologica del nostro mondo produttivo, possono andare a farsi benedire ancora una volta.

(credit foto ANSA/MASSIMO PERCOSSI/DC/DIB)



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