“Terra Contesa. Israele, Palestina e il peso della storia”: intervista a Lorenzo Kamel

Colloquio con Lorenzo Kamel, docente di Storia globale e Storia del Medio Oriente e del Nord Africa all’Università di Torino, autore di "Terra Contesa. Israele, Palestina e il peso della storia" (Carocci, 2022, ristampa 2023).

Roberto Rosano

Professor Kamel, qualche mese fa ha parlato di epistemicidio in relazione a ciò che sta avvenendo nella striscia di Gaza. A cosa si riferiva?
700 anni fa il celebre viaggiatore tangerino Ibn Baṭṭūṭa visitò Gaza e scrisse che “è un luogo di ampie dimensioni e attraenti mercati […] non ha alcun muro intorno ad essa [lāsūrʿalayhā]”. L’espressione “striscia di Gaza” è figlia della storia martoriata di questi ultimi 76 anni: non ha precedenti in quella dei secoli e dei millenni precedenti. Gaza è stata, tra molto altro, parte di un crocevia strategico noto come “la via dei Filistei”, che collegava l’Egitto con la terra di Canaan. In questo piccolo lembo di terra, chiuso negli ultimi decenni ai suoi quattro lati, tutte le università e le biblioteche sono state rase al suolo o gravemente danneggiate. Negli ultimi tre mesi sono stati uccisi circa 100 docenti e almeno 4.327 studenti e studentesse. Anche i registri demografici sono stati distrutti così come i certificati, ad esempio quelli di laurea. Provi a immaginare l’attenzione e le condanne se qualcosa di simile fosse avvenuto in qualunque angolo del nostro Occidente.
Questo conflitto è diverso dagli altri?
Non è mai semplice comparare, ma quattro aspetti meritano particolare attenzione. Il primo riguarda la proporzione dei civili coinvolti. Uno studio pubblicato lo scorso 9 dicembre dal quotidiano britannico Guardian e da quello israeliano Ha’aretz ha documentato che “la proporzione di morti civili nella Striscia di Gaza è superiore a quella di tutti i conflitti mondiali avvenuti nel Ventesimo secolo”. Il secondo aspetto riguarda l’insicurezza alimentare. Un rapporto stilato dall’Integrated Food Security PhaseClassification (IPC) ha provato che quello registrato nella striscia di Gaza è il “più alto livello di insicurezza alimentare mai registrato a livello mondiale”. Ai due punti pocanzi menzionati si aggiunge il fatto che la striscia di Gaza è l’unica area al mondo in cui una popolazione, in larga parte composta da bambini, non ha alcuna possibilità di scappare, nascondersi o andarsene. E stiamo parlando di un contesto in cui lo Stato che sta compiendo dei bombardamenti – in larga parte indiscriminati – da oltre tre mesi, controlla ogni aspetto relativo a chi e cosa possa entrare e uscire in quel lembo di terra. Il quarto e ultimo elemento peculiare riguarda il fatto che Hamas – che tiene in ostaggio ancora 108 persone – ha introdotto un nuovo modello ibrido di guerra sotterranea-terrestre con i membri di Hamas che si ritirano rapidamente sotto terra dopo aver ingaggiato le forze israeliane. È un tipo di guerra che, per alcuni versi, non ha precedenti nella storia e anche per questo i risvolti e le conseguenze di tutto ciò appaiono, se possibile, ancora più incerti.
Ma in questa vicenda, è possibile prendere una posizione?
Nel mio libro “Terra contesa” cito Tiziano Terzani, il quale notò che “i fatti non sono mai tutta la verità […] al di là dei fatti c’è ancora qualcosa”. Con ciò non intendo suggerire che sia sbagliato prendere delle posizioni, non fosse altro per il fatto che in caso contrario lo storico e, di riflesso, il lettore si trasformano in semplici cronisti. Ma prendere posizione, che in questo contesto significa far emergere i torti e le cicatrici della storia, non esclude la possibilità di mantenere molti punti interrogativi che, nel caso del mio lavoro di storico, sono cresciuti di pari passo con la profondità dell’analisi sviluppata. Non ho mai “parteggiato” per una data etnia o religione. Seguo solo i princìpi in cui credo. Le persone possono deludere, i princìpi no.
Mark Twain, durante il suo viaggio in Terra Santa, nel 1867, disse che gli occorreva disimparare molte cose a proposito della Palestina. Che cosa dobbiamo disimparare per capire l’attuale situazione?
Un esempio tra tanti altri riguarda ciò che molti pensano di sapere riguardo al sionismo. Mi riferisco all’approccio, sovente critico, adottato da numerosi autorevoli esponenti del sionismo in relazione al modo di rapportarsi alla popolazione palestinese locale. Asher Ginsberg, uno dei pensatori più influenti del sionismo, arrivò in Palestina nel 1891 e scrisse un articolo intitolato Emet me-EretzYsrael (La verità dalla Terra d’Israele): “Essi [Ginsberg si riferiva ai nuovi coloni che stavano arrivando dall’Europa] trattano gli arabi con ostilità e crudeltà, li picchiano vergognosamente senza alcuna ragione sufficiente, e addirittura si vantano delle proprie azioni. Non c’è nessuno che possa fermare questa tendenza spregevole e pericolosa”. Lo stesso anno (1891) arrivò in Palestina, da Kiev, lo scrittore Moshe Smilansky, il quale alcuni anni più tardi scrisse quanto segue: “Durante i trent’anni che siamo stati qui non sono loro [i palestinesi] ad essere rimasti alieni a noi, bensì noi a loro”. Yitzhak Epstein, — scrittore russo immigrato in Palestina nel 1886 — rivolgendosi al 7° Congresso Sionista del 1905, chiarì ai delegati riuniti che “nella nostra amata terra vive un intero popolo che ha dimorato lì per molti secoli e che non ha mai preso in considerazione l’idea di andarsene”. Questi pochi esempi sono lì a ricordarci che il movimento sionista fu tutt’altro che un monolite e che molti degli aspetti critici in rapporto alla popolazione palestinese erano ben presenti già al tempo.
C’è un capitolo del suo libro “Terra contesa” che trasformerei in una domanda: la terra di chi?
Alla data del 1946, anno dell’ultima rilevazione ufficiale effettuata in materia, la percentuale di terra acquistata da organizzazioni e privati sionisti era, nell’area tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo, il 6% del totale del suolo. Quanto lo feci notare a Hillel Cohen, uno dei miei docenti negli anni in cui studiavo all’Università ebraica di Gerusalemme, mi rispose che fosse necessario approfondire le categorie ottomane in relazione alla proprietà della terra. Decisi di seguire il suo consiglio e, anni dopo, scrissi un articolo accademico sul British Journal of Middle Eastern Studies intitolato Whoseland? Land tenure in late 19th and early 20th century Palestine. In quest’ultimo ho analizzato in particolare la tesi secondo cui, alla data della spartizione della Palestina (1947), “oltre il 70%” della stessa non appartenesse “legalmente” alla sua popolazione arabo-palestinese locale, bensì alla potenza mandataria britannica. Tale tesi – e torniamo alla questione della necessità di disimparare per reimparare – è basata sulla trasposizione di pratiche e consuetudini che avevano scarsa attinenza nel contesto locale: tende a tradurre in modo acritico termini arabi e turchi in presunti concetti equivalenti rintracciabili in un vocabolario legale prevalentemente europeo. In tutto l’Impero ottomano, con l’eccezione dell’Egitto e del Libano, era presente una quantità trascurabile – forse il 5 percento – di “proprietà privata” (mülk). Anche le popolazioni autoctone di questi Paesi – seguendo un modo di ragionare piuttosto diffuso – non avrebbero dovuto essere considerate “legalmente proprietarie” della quasi totalità delle terre sulle quali prosperavano. Ciò significa, ad esempio, che anche coloro che vivevano in Iraq – dove ancora nel 1951 solo lo 0.3 percento della terra registrata (ovvero il 50 percento del totale) era annoverata come “proprietà privata” – dovrebbero essere indicati come semplici “affittuari” su terre non loro.
Ma perché le autorità britanniche, che hanno governato quei territori fino al 1948, anno della nascita dello Stato di Israele, sottovalutarono o ignorarono il timore, le ambizioni e l’identità stessa della maggioranza arabo-palestinese?
All’inizio dello scorso secolo i palestinesi rappresentavano i nove decimi del totale della popolazione presente tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo. Pochi anni più tardi, nel febbraio 1919, esattamente 105 anni fa, il segretario di Stato del Regno Unito Arthur Balfour scrisse al primo ministro David Lloyd George ponendo l’attenzione sul “punto debole della nostra posizione” riguardo alla Palestina: “Noi”, notò, “deliberatamente e giustamente rifiutiamo di accettare il principio di autodeterminazione”. Il riferimento era alla volontà di rigettare le aspirazioni espresse dai palestinesi. A suo giudizio essi andavano considerati una minoranza rispetto agli ebrei: “In qualsiasi plebiscito sulla Palestina”, notò Balfour facendo eco a un pensiero piuttosto diffuso al tempo tra le autorità britanniche, “devono essere consultati anche gli ebrei nel resto del mondo”. La figura di Balfour rimarrà per sempre legata alla dichiarazione del 1917 che porta il suo nome. In tale dichiarazione il governo britannico si espresse a favore della creazione di un “focolare nazionale” ebraico in Palestina, una terra che lo stesso Balfour visitò per la prima volta nel 1925, quando presenziò, accompagnato dal futuro primo presidente dello Stato di Israele, Chaim Weizmann, all’inaugurazione dell’Università Ebraica di Gerusalemme.

 



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