Texas: i repubblicani votano l’arresto dei democratici fuggiti per bloccare la legge sul voto

Per scongiurare l’approvazione di un progetto di legge che restringe il diritto di voto, il 12 luglio i democratici texani avevano lasciato lo Stato al fine di impedire il raggiungimento del quorum. La risposta dei repubblicani texani è giunta ieri, con il voto che ha autorizzato le forze dell'ordine a obbligare i democratici assenti a presenziare all’assemblea, «sotto mandato di arresto, se necessario».

Ingrid Colanicchia

Negli Usa, come abbiamo già scritto, è in corso un vero e proprio assalto al diritto di voto, con innumerevoli leggi statali approvate o in discussione tese a limitarne l’accesso, mettendone a rischio l’esercizio in particolare da parte delle minoranze razziali, dei poveri e degli elettori più anziani. È la strategia dei repubblicani per impedire che le prossime elezioni registrino la storica affluenza del 2020, che ovviamente mina alla base la (già discutibile) democraticità del sistema elettorale statunitense.

Tra gli Stati in cui l’esercizio del diritto di voto risulta più difficile c’è il Texas, dove in luglio l’assemblea legislativa controllata dai repubblicani ha iniziato una sessione speciale durante la quale ha ripresentato un progetto di legge in materia che era stato bloccato in maggio dallo “sciopero” dei democratici, che avevano impedito il raggiungimento del quorum.

Dopo le proteste, i repubblicani hanno ritirato alcune delle disposizioni più controverse, ciononostante il nuovo progetto di legge continua a rappresentare una limitazione dell’accesso al voto che, come spiega il giornalista di Mother Jones Ari Berman (che da anni si occupa della questione), aggraverebbe il quadro già non roseo: in Texas attualmente il voto per corrispondenza è infatti limitato «alle persone con più di 65 anni, agli elettori che sono fuori città durante il voto, in prigione [in attesa di sentenza], o hanno una “malattia o condizione fisica” che impedisce loro di andare alle urne (è peraltro uno dei cinque Stati che non hanno ampliato il voto per corrispondenza durante la pandemia nel 2020)».

Da quando, nel 2013, la Corte Suprema degli Stati Uniti (a maggioranza repubblicana) ha stralciato una sezione del Voting Rights Act – approvato nel 1965 per limitare le discriminazioni elettorali nei confronti dei neri – il Texas «ha chiuso 750 seggi elettorali: più di qualsiasi altro Stato e in modo sproporzionato nelle comunità nere e latine», sottolinea Berman. «E nonostante nel 2020 abbia visto la più alta affluenza alle urne in quasi 30 anni, si piazza ancora al 44° posto tra gli Stati Usa per partecipazione al voto».

Per scongiurare l’approvazione di questo progetto di legge i democratici texani il 12 luglio avevano lasciato lo Stato al fine di impedire il raggiungimento del quorum ed erano partiti alla volta di Washington per attirare l’attenzione del Congresso sulla questione.

La risposta dei repubblicani texani è giunta ieri, con il voto (80 a 12) che ha autorizzato le forze dell’ordine a obbligare i democratici assenti a presenziare all’assemblea, «sotto mandato di arresto, se necessario». Undici democratici erano presenti in aula e assieme al repubblicano Lyle Larson hanno votato contro il provvedimento.

Il numero di democratici tornati non è sufficiente a raggiungere il quorum, pari a 100 rappresentanti, necessario per approvare la legge sul voto e mentre un nucleo di oltre 20 democratici texani è ancora a Washington si ritiene (così il New York Times) che un certo numero di colleghi sia tornato in Texas e potrebbe dunque essere passibile di arresto se le forze dell’ordine inizieranno in effetti a setacciare lo Stato alla loro ricerca.

 

Credit immagine: ANSA EPA/CRISTOBAL HERRERA-ULASHKEVICH



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