Texas, sempre più a rischio il diritto di voto. L’Aventino dei democratici

Nello Stato Usa l’offensiva dei repubblicani contro l’esercizio del diritto di voto si fa sempre più spinta. Al punto che i democratici sono volati a Washington per far mancare il quorum. Mentre un afroamericano di Houston rischia 40 anni di prigione per aver votato in regime di libertà condizionale.

Ingrid Colanicchia

Era diventato famoso per aver aspettato quasi sette ore in fila alle urne per esprimere il proprio voto alle primarie presidenziali del marzo 2020. Quando, all’1:30 del mattino, era uscito dal seggio, aveva risposto alle domande dei giornalisti con un sorriso smagliante, contento di aver fatto quello che riteneva il proprio dovere.

Ora, per quel voto, Hervis Earl Rogers rischia 40 anni di prigione. Il 7 luglio scorso è stato infatti arrestato e accusato di aver votato illegalmente in due occasioni: il 3 marzo 2020, appunto, e il 6 novembre 2018. All’epoca Rogers era infatti in libertà condizionale (per un furto con scasso per il quale era stato condannato nel 1995) e in Texas, dove Rogers risiede, a chi sia stato condannato per un crimine il voto è interdetto fino al completamento della pena, inclusi i casi di libertà vigilata e libertà condizionale (probation e parole, nei termini inglesi). Il regime di libertà condizionale, iniziato nel 2004, si sarebbe concluso per Rogers a giugno 2020[1].

Il Sentencing Project, organizzazione senza fini di lucro che si occupa di giustizia penale, stima che al 2020 circa 5,17 milioni di persone siano private dei diritti civili a causa di una condanna (una cifra inferiore di quasi il 15% rispetto al 2016, grazie alle nuove politiche adottate in materia da alcuni Stati; si stima che nel 1976 questa cifra ammontasse a 1,17 milioni di persone; nel 1996 a 3,34 milioni; nel 2010 a 5,85 milioni e nel 2016 a 6,11 milioni). Dato che la popolazione penitenziaria statunitense è sproporzionatamente composta da afroamericani ne risulta che sia privato del diritto di voto un afroamericano maggiorenne su 16: un tasso 3,7 volte superiore a quello dei non afroamericani, con oltre il 6,2 per cento della popolazione afroamericana adulta priva di questo diritto rispetto all’1,7 per cento della popolazione non afroamericana.

È vero, ignorantia legis non excusat ma lampante in tutta la sua ingiustizia appare l’entità della pena che Rogers rischia: da due a 20 anni per ciascun voto da lui espresso. Senza considerare che i vari sistemi elettoriali vigenti negli Stati Usa tutto sono fuorché improntati alla semplificazione e alla garanzia del diritto di voto.

Tra gli Stati in cui l’esercizio del diritto di voto risulta più difficile c’è peraltro proprio il Texas, dove, giusto in questi giorni, l’assemblea legislativa controllata dai repubblicani ha iniziato una sessione speciale durante la quale ha ripresentato un progetto di legge in materia che era stato bloccato in maggio dallo “sciopero” dei democratici, che avevano impedito il raggiungimento del quorum (si tratta di uno degli innumerevoli tentativi di restringere l’accesso al voto messi in piedi dai repubblicani per impedire che le prossime elezioni registrino la storica affluenza del 2020).

Dopo le proteste, i repubblicani hanno ritirato alcune delle disposizioni più controverse, ciononostante il nuovo progetto di legge continua a rappresentare una limitazione dell’accesso al voto che, come spiega il giornalista di Mother Jones Ari Berman (che da anni si occupa della questione), aggraverebbe il quadro già non roseo: in Texas attualmente il voto per corrispondenza è infatti limitato «alle persone con più di 65 anni, agli elettori che sono fuori città durante il voto, in prigione [in attesa di sentenza], o hanno una “malattia o condizione fisica” che impedisce loro di andare alle urne (è peraltro uno dei cinque Stati che non hanno ampliato il voto per corrispondenza durante la pandemia nel 2020)».

Da quando, nel 2013, la Corte Suprema degli Stati Uniti (a maggioranza repubblicana) ha stralciato una sezione del Voting Rights Act – approvato nel 1965 per limitare le discriminazioni elettorali nei confronti dei neri – il Texas «ha chiuso 750 seggi elettorali: più di qualsiasi altro Stato e in modo sproporzionato nelle comunità nere e latine», sottolinea Berman. «E nonostante nel 2020 abbia visto la più alta affluenza alle urne in quasi 30 anni, si piazza ancora al 44° posto tra gli Stati Usa per partecipazione al voto».

Per scongiurare l’approvazione di questo progetto di legge i democratici texani hanno lasciato ieri lo Stato al fine di impedire il raggiungimento del quorum e sono partiti alla volta di Washington per attirare l’attenzione del Congresso sulla questione. Ma gli sforzi di quest’ultimo per approvare il For the People Act, che bloccherebbe molte delle restrizioni a livello statale che sono state o potrebbero presto essere recepite in legge, al momento sono stati bloccati dai repubblicani in Senato.

«Abbiamo bisogno che il Congresso agisca ora, perché i repubblicani continueranno a convocare queste sessioni speciali per approvare la legislazione sulla soppressione del voto», ha detto Chris Turner, presidente del caucus democratico, all’arrivo del gruppo all’aeroporto di Washington-Dulles. «Il tempo stringe, devono agire prima della pausa di agosto».

 

Credit foto: Paul Sableman CC BY 2.0 via Wikimedia Commons

[1] A istruire la causa contro di lui, il procuratore generale del Texas, Ken Paxton, a sua volta sotto indagine dell’Fbi con l’accusa di corruzione, nonché promotore di un procedimento presso la Corte suprema degli Stati Uniti al fine di ribaltare la vittoria di Joe Biden.



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