The Uneducated Nation: il Paese che ha paura dell’educazione sessuale

Le polemiche scatenate dalla campagna pubblicitaria della serie-tv Sex Education confermano ancora una volta il bigottismo di cui questo Paese è affetto.

Ingrid Colanicchia

Da quando è uscita la terza stagione di Sex Education, una settimana fa, io e il mio gruppo di amiche non abbiamo fatto che parlarne, tra commenti più o meno entusiasti sullo sviluppo delle vicende che hanno per protagonisti Otis, Maeve e gli altri ragazzi al centro di questa serie-tv, che parla senza peli sulla lingua di sesso e in particolare di sesso tra adolescenti.

Quando ho letto delle polemiche suscitate a Milano dalla campagna pubblicitaria per la promozione della serie (che usa arance, banane, ostriche eccetera a ricordare forme falliche e vulve) un commento in particolare, tra i tanti scambiati con le mie amiche, mi è venuto in mente: “La mia adolescenza sarebbe stata diversa se ci fosse stato qualcosa come Sex Education. Non mi sarei sentita diversa, sbagliata”.

Non so come sarebbe stata la mia di adolescenza, che non mi sono mai sentita particolarmente sbagliata, ma inaccettabile è l’idea che, nel nostro Paese e non solo, certe scoperte in ambito sessuale (tutte le scoperte in ambito sessuale, forse) siano demandate al caso, alle più o meno fondate competenze di amici e compagni di classe, alla capacità non così comune di affrontare la questione da parte dei genitori (io non ringrazierò mai abbastanza la redazione del settimanale Cioè, che rispondeva alle domande più incredibili di giovani lettori e lettrici senza battere ciglio e senza mai esprimere un giudizio). Così come inaccettabili sono le polemiche sollevate a Milano da Fratelli d’Italia e dall’associazione Pro Vita, preoccupati che qualche immagine che richiama i genitali sia sotto gli occhi di tutti, “bambini e ragazzini compresi”.

Certo, molto meglio lasciare che le cose rimangano come sono, che l’educazione sessuale – come ha detto Barbara Mazzali, consigliera regionale e candidata alle elezioni comunali di Milano – “resti in capo alla famiglia”. Non sia mai che a qualcuno torni in mente di inserirla – finalmente! – nelle scuole.

Nonostante il buon senso (e molti studi) suggeriscano che l’educazione sessuale contribuisce alla salute fisica e mentale degli adolescenti (nonché a ridurre le gravidanze indesiderate), le resistenze che incontra chi cerca di lavorare in questo senso sono fortissime. Come ci raccontava qualche mese fa Monica Martinelli, fondatrice della casa editrice Settenove, progetti scolastici che vi facciano minimamente riferimento vengono osteggiati in ogni modo. “Il nostro Paese – era la sua valutazione – è davvero difficile sotto questo profilo. Una buona parte dell’opinione pubblica non sembra preparata né pronta a parlare di questi temi. Chi, come noi, si occupa di tali questioni può essere accusato di tutto: dalla manipolazione mentale dei bambini all’istigazione alla masturbazione collettiva”.

In questa terza stagione di Sex Education, la madre del protagonista, sessuologa di fama, pubblica un libro sull’educazione sessuale dei ragazzi intitolato “The Uneducated Nation”. Niente mi pare si presti meglio a definire il nostro Paese da questo punto di vista: siamo “la nazione ignorante”. E tale vogliamo restare.



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