Thomas Sankara, la rivoluzione burkinabé e l’anti-imperialismo africano

Il 4 agosto 2023 ricorre il quarantesimo anniversario della rivoluzione burkinabé che portò al potere Thomas Sankara, definito il “Che Guevara d’Africa”. Anche se il suo governo durò solo quattro anni, i suoi ideali antimperialisti e femministi sono oggi motivo d’ispirazione per il mondo e, in particolare, per il continente africano ancora in lotta per la propria indipendenza.

Michela Fantozzi

Probabilmente il nome “Alto Volta” non dice nulla ai più.
Parliamo di un ex possedimento francese in Africa centro occidentale, territorio che una volta era parte dell’immenso impero Mossi, spazzato via dai colonizzatori francesi.
Il protettorato fu istituito il 1° settembre del 1919 e fu mantenuto fino al 1960, quando, a seguito delle rivolte dei movimenti contro il colonialismo, il paese ottenne l’indipendenza.
Un’indipendenza travagliata, dato che dal 1960 al 1982 si susseguirono quattro colpi di stato militare. In questo contesto le continue interferenze estere, in particolare quelle francesi, contribuirono a mantenere il paese in uno stato di crisi costante, alimentando divisioni interne e soprattutto sabotando qualsiasi tentativo di costruzione di una cittadinanza e di un comune senso di appartenenza.
Così andò fino al 4 agosto 1983, esattamente quarant’anni fa, quando ci fu un quinto colpo di Stato ad opera di Blaise Compaoré . La poltrona di Primo Ministro, però, fu offerta ad un altro militare, Thomas Sankara.
E la prima cosa che Sankara fece una volta al potere fu disfarsi del nome “Alto Volta”. Prese due parole, una della lingua moré e una della lingua dioula, e le mise insieme: Burkina Faso. Che tradotto in italiano suona più o meno come “la terra degli uomini integri”.
Ma Thomas Sankara non si limitò al solo nome: quello che regalò al suo Paese (e al mondo) fu un sogno.

La rivoluzione di Sankara
Quando il popolo si alza l’imperialismo trema. Perché qui, a Ouagadougou, lo seppelliremo”.
L’Alto Volta era un paese colpito da continue carestie, la speranza media di vita era di quarant’anni, due bambini su dieci morivano prima di compierne cinque e c’era un medico ogni cinquantamila abitanti[1]. Ma il Burkina Faso di Sankara voleva essere qualcos’altro.
È difficile riassumere in poche righe il pensiero di quello che è considerato il “Che Guevara d’Africa” e il suo agire politico.
Sicuramente parliamo di un rivoluzionario ispirato agli ideali del marxismo e del socialismo, ma da una prospettiva che metteva al centro la critica antimperialista africana, oltre che l’utopia panafricanista.
Con la rivoluzione in Burkina Faso siamo di fronte soprattutto al tentativo di un piccolo Paese di divincolarsi dalle relazioni subalterne con l’ex colonizzatore francese. Un Davide contro Golia.

Un leader che vuole liberare il suo popolo dalla dipendenza sia materiale che culturale, tanto da parlare di “decolonizzazione delle menti”. Che lotta contro quell’imperialismo che, suo malgrado, è stato lungo e persistente e da cui ancora oggi alcuni Paesi cercano di liberarsi (prova ne sono le manifestazioni anti-Francia di questi giorni in Niger).
Un paese che segue il suo leader e che anela ad un orizzonte di solidarietà e dignità per tutti gli africani e la diaspora africana, tormentati da secoli di razzismo e sfruttamento.
I detrattori di Thomas Sankara minimizzano la sua impresa bollandola come l’ennesimo colpo di stato che ha portato all’instaurazione di una dittatura. I suoi sostenitori invece, come lui stesso, la chiamano “la rivoluzione del popolo”. In realtà si tratta di entrambe le cose.
All’alba di quel 4 agosto la gente dell’ancora Alto Volta appartenente alle classi subalterne, agli indigenti, agli studenti, era già stufa del regime corrotto che governava il Paese.
Pochi mesi prima, nel maggio dell’83, Thomas Sankara, che era già una figura molto popolare, era stato arrestato dal regime perché visto come una minaccia. Ma al suo arresto la gente comune si rivoltò chiedendone la scarcerazione, marciando nella capitale e intonando canti in suo onore. A partire dalla forza di quelle rivolte un gruppo di militari vicino a Sankara approfittarono della situazione per liberarlo, rovesciare il governo e consegnargli la poltrona del primo ministro.
È giusto notare che spesso l’etichetta di “colpo di Stato” è abusata dalle organizzazioni internazionali nel contesto africano per delegittimare le istanze di libertà e indipendenza che spesso governi antimperialisti, anticapitalistici (e quindi antiamericani) e antifrancesi perseguono. Istanze a volte rappresentate dalle armi dell’esercito, unica carriera lavorativa e di istruzione in un contesto come il Burkina degli anni ’80, dove più del 90% della popolazione era analfabeta. Per Thomas Sankara è stato così, bollato come pericoloso dagli Stati Uniti e osteggiato dalla Francia.

Il grande carisma che possedeva, la semplicità e la forza dei suoi discorsi pubblici, l’umiltà di Sankara riuscirono a catturare l’opinione pubblica, ispirata dall’idea di Paese che il rivoluzionario comunicava. Finalmente la gente comune ebbe qualcuno in cui identificarsi e un’ideale al quale associare la propria cittadinanza.
Il governo di Thomas Sankara era guidato da una serie di obiettivi: combattere la corruzione dell’élite politiche locali espressione degli interessi francesi, combattere la fame, democratizzare la società burkinabé e, soprattutto, promuovere l’uguaglianza dei sessi e perseguire l’autosufficienza statale.
Sankara inaugurò una lotta contro l’inefficienza dell’amministrazione pubblica, tagliando gli stipendi ai dipendenti pubblici e andato a caccia di quelli più oziosi nei suoi famosi “tour nei bistrot” vicino agli uffici governativi. Per finanziare la sua grande campagna di vaccinazione contro la polio vendette tramite asta le auto di lusso governative, sostituendole con delle utilitarie[2]. La sua campagna lampo di vaccinazione riuscì, in due settimane, a raggiungere la cifra di 2milioni di bambini vaccinati, risultato che ricevette il plauso dell’Unicef e che salvò una generazione dalla morte.
Scelse di dislocare i soldati dell’esercito in diverse parti del paese, impiegando le forze dei soldati nell’allevamento e nell’agricoltura per due ragioni: la prima, era quella di evitare un altro possibile colpo di stato contro il suo governo; la seconda, imporre ai soldati l’umiltà e il patriottismo attraverso lavori che li equiparavano ai cittadini comuni[3]. I funzionari pubblici, i soldati e i politici dovevano vivere modestamente, secondo Sankara, in un Paese in cui le grandi masse popolari soffrivano così tanto la povertà.
Diamo un po’ di numeri per concretizzare i risultati che il Burkina Faso raggiunse nel primo anno del governo di Sankara: 351 scuole costruite, 314 centri ospedalieri, 88 farmacie, 274 bacini idrici e più di 2000 pozzi[4].
Anche gli stipendi medi aumentarono del 27%. La svolta che Sankara aveva imposto al paese stava portando vertiginosi risultati in un piccolissimo lasso di tempo.

La questione femminile
Insieme a Samora Machel e Amilcar Cabral, Sankara fu uno dei grandi panafricanisti convinti che la libertà dell’Africa passasse per la libertà della donna africana.
La sua visione politica riconosceva nella lotta delle donne al patriarcato l’elemento centrale per l’emancipazione di tutti gli africani dal giogo coloniale europeo e americano.
Era convinto che gli uomini e le donne dovessero ripensare profondamente a sé stessi per poter abolire lo sfruttamento del sesso femminile e quindi anche ogni altra forma di sfruttamento, poiché creato a sua immagine e somiglianza. Credeva che “diventare non-patriarcali è un processo necessario attraverso il quale gli uomini ‘diventeranno umani’”[5].
Per questo divenne fondamentale per il suo governo creare, oltre che una serie di leggi che punissero i comportamenti e le tradizioni più brutali diffuse nella società burkinabé (matrimoni forzati, mutilazioni genitali, poligamia), anche spazi che potessero facilitare l’emancipazione femminile.
“Facilitare” era tutto ciò che lo Stato e gli uomini potessero fare, perché Sankara era convinto che la libertà delle donne non era qualcosa che gli uomini potevano dare, ma un percorso che le donne dovevano fare da sé e per sé, un percorso di lotta a quel patriarcato che gli uomini si ostinavano a difendere.
“Porre la questione femminile nella società burkinabé di oggi, è voler abolire il sistema schiavistico in cui la donna è stata mantenuta per millenni. E prima di tutto voler comprendere questo sistema nel suo funzionamento, coglierne la vera natura in tutte le sue sottigliezze per riuscire a condurre un’azione capace di portare all’affrancamento di tutte le donne.
In altri termini, per vincere una lotta che è comune alla donna e all’uomo occorre conoscere tutti i contorni della questione femminile, tanto a livello nazionale che universale, e capire che oggi la lotta della donna burkinabé si congiunge alla lotta universale di tutte le donne, e più in generale, a quella per la riabilitazione totale del nostro continente”[6].

Il rivoluzionario non ha mai dichiarato le fonti del suo “femminismo”, ma dai suoi discorsi e dal suo lavoro si può dedurre che avesse letto Simone de Beauvoir e Alexandra Kollontai, due tra le femministe socialiste che erano popolari negli studi dei rivoluzionari marxisti dell’epoca.
La sua analisi della prostituzione lo può facilmente dimostrare:
“L’universo maschile, in una società di sfruttamento, ha bisogno di donne prostitute; […].
La prostituzione non è che la quintessenza di una società dove lo sfruttamento è divenuto regola ed è il simbolo del disprezzo che l’uomo prova per la donna.
[…] In questo sistema, sul piano economico la prostituzione può far confondere prostituta e donna sposata come “materialista”. Fra la donna che vende il proprio corpo in quanto prostituta e la donna che lo vende nel matrimonio, la sola differenza consiste nel prezzo e nella durata.
Tollerando l’esistenza della prostituzione, mettiamo tutte le donne nella stessa condizione: prostitute o sposate. La sola differenza che la moglie legittima, pur oppressa, in quanto sposa beneficia almeno del sigillo di onorabilità che conferisce il matrimonio. Quanto alla prostituta, non resta che l’apprezzamento mercantile del suo corpo, un apprezzamento che fluttua sulla base del valore delle borse fallocratiche.
Non è forse un genere che acquista valore o lo perde in funzione del grado di turgore del suo fascino? Non è forse retto dalla legge della domanda e dell’offerta? La prostituzione è una sintesi tragica e dolorosa di tutte le forme di schiavitù femminile […][7]”.

La questione del debito

Chi ti da il cibo, ti controlla”.
La politica di Thomas Sankara mirava a creare un Burkina autosufficiente sul piano alimentare, ma non solo. Quello che voleva era tagliare gli “aiuti” internazionali dal quale il Paese dipendeva, fonti di assistenzialismo e impedimento per uno sviluppo endogeno. Era convinto che gli i prestiti finanziari servissero solo a produrre il debito tramite il quale gli ex colonizzatori potevano ancora controllare e indirizzare l’azione governativa delle ex colonie.
Un rivoluzionario marxista e antimperialista era ovviamente osteggiato da Stati Uniti e Francia, ma Sankara perse l’appoggio anche di Gheddafi (che tramò per la sua morte insieme a molti altri) e dell’Unione Sovietica, perché rifiutava di inserire il suo Paese al servizio delle mire egemoniche di altri. Ma ciò che decretò la sua condanna a morte fu il discorso sul debito del 29 luglio 1987, che aveva pronunciato ad Addis Abeba in occasione del vertice dell’Organizzazione dell’unità africana.
Sankara richiamò l’attenzione dei leader presenti alla questione del debito, che considerava pressante come quella della pace e che credeva dovesse essere affrontata con una strategia comune a tutti gli stati africani (compresa l’Africa araba):
“Riteniamo che il debito debba essere visto dalla prospettiva delle sue origini. Le origini del debito vengono dalle origini del colonialismo. Quelli che ci prestano denaro sono quelli che ci hanno colonizzato. Sono gli stessi che gestivano i nostri stati e le nostre economie. Questi sono i colonizzatori che hanno indebitato l’Africa attraverso i loro fratelli e cugini, che erano i finanziatori. Noi non avevamo collegamenti con questo debito. Quindi non possiamo pagarlo.
Il debito è il neocolonialismo, in cui i colonizzatori si sono trasformati in “assistenti tecnici”. Dovremmo piuttosto dire ‘assassini tecnici’”.
Per citare qualche cifra, il Burkina Faso degli anni ‘80 dipendeva dalla Francia. Parigi era di gran lunga il suo principale “donatore di aiuti”, fornendo circa 55 milioni di dollari ogni anno, che costituivano il 40% del bilancio del Burkina. Il Paese a quel tempo doveva alla Francia circa 155 milioni di dollari e il debito pubblico consumava un quarto delle entrate statali[8].
Con il suo agire politico nel paese e in sede delle Nazioni Unite, le sue alleanze con Cuba e Nicaragua, e infine con il suo discorso sul debito Sankara si oppose con forza alle potenze occidentali, colpevoli di aver sfruttato e impoverito il continente africano: “Non possiamo ripagare il debito ma gli altri ci devono quello che la più grande ricchezza non potrebbe mai ripagare, cioè il debito di sangue”. Secondo il rivoluzionario, le potenze imperiali avevano l’ardire di richiedere un pagamento per la libertà concessa ai popoli che avevano soggiogato. Libertà che, secondo Sankara, non avevano, nei fatti, intenzione di concedere, ricorrendo al debito finanziario per ristabilire i rapporti di dominio e sfruttamento preesistenti:

“Nella sua forma attuale, controllato e dominato dall’imperialismo, il debito è una riconquista dell’Africa abilmente gestita, intesa a soggiogarne la crescita e lo sviluppo attraverso regole straniere. Così, ognuno di noi diventa lo schiavo finanziario, vale a dire un vero schiavo, di coloro che erano stati abbastanza traditori da immettere denaro nei nostri Paesi con l’obbligo di ripagare. […] Il debito non può essere rimborsato, innanzitutto perché se non lo rimborsiamo, i prestatori non moriranno. Questo è certo. Ma se ripaghiamo, saremo noi a morire. Anche questo è certo”.
L’obiettivo del discorso di Sankara era convincere altri leader del Continente ad unirsi a lui e rifiutare di pagare il debito: “Se il Burkina Faso è il solo a rifiutarsi di pagare, io non sarò più qui per la prossima conferenza. Ma con il sostegno di tutti, di cui ho bisogno, con il sostegno di tutti non dovremmo pagare. In tal modo, dedicheremo le nostre scarse risorse al nostro sviluppo”.
Alla fine, una decisione fu segretamente presa e Thomas Sankara non sopravvisse fino alla conferenza successiva.
Quando al presidente Reagan giunse la voce delle intenzioni di Sankara sul debito e sul suo impegno nel convincere altri a seguire il suo esempio la sua pazienza era ormai esaurita da un pezzo. Il Burkina di Sankara, un piccolo paese in cui gli Usa non avevano alcun interesse strategico, l’aveva già pubblicamente richiamato in sede delle Nazioni Uniti per la sua politica imperialista in Sudamerica e per il supporto del regime di apartheid in Sudafrica. La Francia tramava già da un pezzo per l’assassinio di Sankara, che l’aveva umiliata più volte insieme al suo presidente Mitterand. Al colpo di stato, oltre che ai vicini Costa D’avorio, Liberia e Mali, si aggiunse anche Gheddafi, offeso dal rifiuto di Sankara di adottare il suo libro verde.
Così il 15 ottobre 1987, poco meno di tre mesi dopo il suo celebre discorso sul debito, Thomas Sankara fu assassinato da alcuni suoi compagni a Ouagadougou durante una riunione per il gabinetto di governo, insieme ad altri dodici ufficiali.

È proprio per questo discorso che Sankara è diventato celebre e d’ispirazione per tanti nel mondo, oggetto di numerosi articoli e documentari anche in Italia, scoprendo negli ultimi anni una popolarità che il suo personaggio prima non conosceva. La questione del debito, che ha caratterizzato tutti gli Stati africani dal momento dell’indipendenza, è diventata attuale anche per Paesi ricchi come l’Italia, che avevano goduto di una certa libertà d’insolvenza durante la Guerra Fredda. Questo perché i creditori erano interessati a mantenere la fedeltà al sistema capitalistico all’interno dei paesi del blocco occidentale, ma poi, con la caduta dell’Urss, i Paesi ricchi debitori sono stati catturati all’interno delle rigide regole di austerity del neoliberalismo. Come afferma Marco d’Eramo nel suo libro Dominio: “Il caso italiano è esemplare. Nel 1992 il debito pubblico dell’Italia era pari al suo Prodotto interno lordo. Da allora, per ventotto anni il bilancio dello stato italiano ha mostrato un saldo primario attivo (tranne il 2009, anno della grande crisi, in cui ci fu un disavanzo primario dello 0,9%). […] Ciononostante, nel frattempo il debito pubblico italiano è aumentato: se nel 1992 era pari al 100% del Prodotto interno lordo, prima della pandemia del 2020 superava il 130% e ora oltrepassa il 160%. Vuol dire che lo stato italiano non riuscirà mai a scrollarsi di dosso il debito [9]”.

Il Burkina Faso dopo Sankara e fino ad oggi

Statua di Sankara inaugurata a Ouagadougou nel 2018 una volta cacciato il Presidente Compaoré. Foto tratta da un video della BBC.

Thomas Sankara viene ucciso in un colpo di Stato che ha diversi mandanti ma che è stato eseguito dall’amico e compagno Blaise Compaoré. Compaoré ha occupato il seggio di Primo Ministro per quasi trent’anni, periodo in cui il suo governo si è impegnato a screditare la memoria di Sankara di fronte all’opinione pubblica.
Tra la fine degli anni ’80 e gli anni ’90 furono adottati una serie di programmi detti “di aggiustamento strutturale”, fortemente contestati da sindacati e dalla società civile, sempre molto attivi nel Paese. Questi programmi prevedevano l’attuazione di una politica liberale orientata al mercato globale, con la realizzazione di una serie di privatizzazioni che aumentarono la disoccupazione e contrassero i salari. Tendenza che continuò quando, sotto pressione del Fondo monetario internazionale, il franco CFA, fu svalutato a metà degli anni ’90[10].
Dopo la crisi 2008 la tensione sociale raggiunse il suo picco, Qualche anno dopo, quando Compaoré tentò di modificare la Costituzione per mantenersi al potere le proteste esplosero in rivolte (2014) che costrinsero il primo ministro a lasciare il Paese (2016). Nel contesto delle proteste la figura di Sankara e il ricordo della sua rivoluzione funsero da propulsore della rivolta popolare.
Vale la pena menzionare che il primo ministro Compaoré riuscì a scappare grazie all’intervento delle forze speciali francesi, che lo trasferirono al sicuro a Abidjan, in Costa d’Avorio, dove l’ex presidente ha anche ricevuto la cittadinanza ivoriana per evitargli l’estradizione in Burkina.
Dopo la sua caduta nel 2016, infatti, si sono aperte le indagini sull’assassinio di Sankara per il quale Compaoré era accusato, insieme ad altri, e per il quale è stato condannato nel 2022. Non passerà un giorno in prigione ma almeno il processo e la sentenza sono serviti come mezzo di elaborazione di un lutto “nazionale” che si trascinava da troppi decenni.
Il Burkina Faso, dopo una prima felice fase di transizione verso la democrazia con le elezioni del 2020 – le prime avvenute nel Paese – ha subito altri due colpi di stato tra il settembre 2022 e il gennaio 2023.
L’attuale Presidente ad interim, Ibrahim Traoré, è un capitano dell’esercito. Questa svolta militare si è verificata a causa dell’insoddisfazione diffusa rispetto alla gestione dell’emergenza terrorismo nel Paese. Il Burkina infatti, come il Niger, sta vivendo una grave crisi a causa delle milizie jihadiste che stanno devastando il paese e ne controllano addirittura alcune aree.
Sempre come in Niger, la violenza terroristica e il sentimento antifrancese, oltre ad aver portato a colpi da Stato (il Niger rivendica di voler imitare il “modello Burkina”), ha avvicinato questi Paesi alla Russia di Putin, vista come l’unica forza capace di opporsi all’imperialismo europeo.
Illuminante rispetto ai sentimenti dietro alle rivolti di questo pezzo di Africa occidentale è il discorso del Presidente del Burkina al forum Russia-Africa tenutosi dal 27 al 28 luglio scorsi: Touré, infatti, oltre a dichiarare la sua amicizia con la Russia di Putin, ha dichiarato che il popolo burkinabé ha preso le armi per difendersi dallo jihadismo. Ha definito gli europei schiavisti e imperialisti che etichettano come ‘colpi di stato’ il senso di patriottismo di molti africani. Ha recitato parola per parola una citazione di Thomas Sankara (“uno schiavo che non organizza la propria ribellione, non merita di essere compatito per la sua sorte”), ribadendo l’importanza dell’autosufficienza alimentare e terminando il discorso come usava spesso fare il compianto rivoluzionario ispirato da Che Guevara: “Patria o morte, noi vinceremo”.
La situazione è complessa e richiederebbe un approfondimento a parte. Quel che si può capire però dal discorso dell’attuale presidente e dalle rivolte in Burkina degli ultimi 10 anni è che Thomas Sankara è ancora una presenza importante nella memoria e nell’identità dei burkinabé.

[1] [2] Thomas Sankara, oltre il mito, di Mariachiara Boldrini per africarivista.it: https://www.africarivista.it/thomas-sankara-oltre-il-mito/213221/

[3] [4] La Rivoluzione di SANKARA, il “Che Guevara” d’Africa che sfidò l’Occidente, documentario di Nova Lectio: https://www.youtube.com/watch?v=mcbRwDdexzg&t=27s

[5] [8] [10] A Certain Amount of Madness. The Life, Politics and Legacies of Thomas Sankara”, Edited by Amber Murrey, Preface by Horace G. Campbell, Afterword by Aziz Fall.

[6] [7] da Thomas Sankara – I discorsi e le idee, 2003 – Edizioni Sankara. Traduzione di Marinella Correggia: https://www.thomassankara.net/discorso-di-thomas-sankara-sulle-donne/?lang=it

[9] Dominio. La Guerra invisibile dei potenti contro i sudditi, di Marco D’Eramo, editore Feltrinelli, 2020
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CREDITI FOTO: Copertina del film Capitaine Thomas Sankara di Christophe Cupelin 2012

 



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