Tolkien, a 50 anni della morte restituirlo definitivamente alla letteratura

Lo scrittore britannico nel nostro Paese è stato spesso oggetto di indebite appropriazioni. Mezzo secolo dopo la sua scomparsa, avvenuta il 2 settembre 1973, è giunto il tempo di collocarlo semplicemente tra i grandi della letteratura, conferendogli quello status che la nostra intellighenzia troppo a lungo gli ha negato.

Saverio Simonelli

Tornare a Tolkien. Sembra paradossale ma a cinquant’anni dalla sua morte in Italia è ancora necessario sgombrare il campo da ogni tipo di posticcia appropriazione e restituirlo come autore alla letteratura, quella con la L maiuscola, territorio che peraltro da molta intellighenzia nostrana gli era stato interdetto. Ed è invece proprio lì che dobbiamo provare a ricollocarlo, non solo per la straordinaria inventiva, l’impareggiabile capacità di creare mondi inimmaginabili eppure al loro interno perfettamente coerenti, ma soprattutto per una sua caratteristica molto poco messa in evidenza: la sua complessità.
Perché John Ronald Reuel Tolkien, nato nel 1892 e scomparso esattamente cinquant’anni fa, il 2 settembre del 1973, non è stato da meno di tanti intellettuali, artisti e scrittori che hanno attraversato e interpretato il secolo della contraddizione per eccellenza. E lui stesso fu un uomo ricco di contraddizioni quanto di fantasia e capacità immaginativa. Filologo eccelso e rigoroso ma perennemente tentato dal fascino della poesia. Affascinato dall’eroismo pagano ma capace di metterlo ferocemente in discussione. Cattolico autentico ma anche intimamente provato dal senso della caducità del creato, dell’inevitabilità della morte. E tutto questo traspare così nitidamente dalle sue opere, prima tra tutti il suo capolavoro, Il Signore degli Anelli, tanto che a una lettura anche solo sommaria pare incredibile come non si possa notarlo anziché arruolarne l’autore in questa o quella ideologica fazione.
C’è poi il problema della sua modernità. Furono molti i critici, anche Oltremanica, a farsi ingannare dall’impressione di trovarsi di fronte a un epigonale risciacquo di motivi arcaizzanti e, storcendo il naso, non vollero vedere come i veri eroi di quella “nuova epica” fossero i piccoli hobbit, che col cliché oramai usurato dell’epica classica non avevano nulla a che spartire. Eroi che soprattutto brillavano di ambiguità in una figura straordinaria e modernissima come Gollum, capace di uno sdoppiamento della personalità da fare invidia agli autori del Bloomsbury Group. Perfino un critico del calibro di Edwin Muir si fermò alla risibile osservazione che in Tolkien “i personaggi sono assolutamente buoni o assolutamente cattivi” e, occhieggiando a Milton, non ci sarebbe stato spazio per un “Satana insieme tragico e malvagio.”
Questo creatore di mondi passò gran parte della sua vita tra cattedra, quella prestigiosissima di Oxford, e codici, su tutti il Beowulf, poema fondativo della letteratura inglese, ma sarebbe errato definirlo una sorta di topo di biblioteca perché dal suo ricco epistolario si ricava il profilo di una personalità pienamente inserita nell’attualità e nei dibattiti non solo culturali della sua epoca. Un uomo curioso, ironico, malinconico e fondamentalmente pessimista sulle umane sorti nient’affatto progressive, illuminato da una fede radicata e assieme problematica, mai trionfalistica, di un’intimità tenerissima, che si manifesta con rigore e pudicizia come nell’occasione di una lettera rivolta al figlio Christopher, in cui gli raccomanda di frequentare preferibilmente funzioni in cui magari il prete farfuglia, i bambini schiamazzano e tirano su col naso così da sentirsi immerso nell’imperfezione della natura umana sempre bisognosa della Grazia.

La lingua, qualcosa che vive
La cifra più intima della sua disposizione intellettuale è il rapporto con la lingua. Già da giovanissimo Tolkien ricava piacere dall’invenzione di linguaggi e soprattutto dalla contemplazione dei suoni che diventano parole: una personalissima inclinazione che acquisisce progressivamente sistematicità. Un processo che si può agevolmente ricostruire leggendo il testo di una conferenza preparata dallo scrittore ma mai pronunciata pubblicamente e in seguito raccolta dal figlio Christopher col significativo titolo di A secret vice, un vizio, appunto e, come tutti i vizi, segreto. Tolkien ricorda ad esempio l’estasi che da bambino suscitava in lui il passaggio di camion provenienti dal Galles con quelle scritte piene di suoni misteriosi e arzigogolati. Quando poi rievoca la scoperta del finlandese attraverso la lettura del poema Kalevala, Tolkien dice espressamente di aver avuto la stessa impressione di chi scopre una cantina con svariate bottiglie di vino dal gusto sopraffino e raro. Il gotico addirittura suscita “una tempesta nel mio cuore”. Gallese e Finlandese saranno alla base dei linguaggi dei suoi elfi: il Quenya e il Sindarin, nel corso degli anni sviluppati con una sofisticata e ramificata costruzione linguistica indipendente dalle lingue “reali” ma coerente con una propria logica evolutiva. Qualcosa che vive esattamente come i suoi personaggi, che la useranno anche per comporre quei versi che risuonano maliosi e antichi ne Il Signore degli Anelli.
Il piacere linguistico non ha solo la sua naturale dimensione estetica ma dischiude uno spazio narrativo, che muove, e questo può sembrare paradossale, da una dimensione privata, intima, quasi al di fuori della logica. Tolkien di fronte a questa sensazione si arrende a quella che per lui è un’evidenza: c’è qualcosa in alcune lingue “che fa come suonare un campanello, suscita la risonanza come di strumenti a corde nella nostra natura linguistica”. Un gusto che, come spiegherà in una lettera al poeta Auden, può certo mutare nel corso degli anni e con le letture ma rimanda a un patrimonio personale profondamente radicato, tanto che “come test per determinare la propria discendenza ha la stessa validità, se non migliore, del gruppo sanguigno.”

Un mito per il Novecento
E narrativa per Tolkien significa costruzione di un mito, un mito per la sua patria, l’Inghilterra; un’affermazione, la sua, che fa il paio con l’altra ancora più celebre “Ho inventato i miei mondi per dare uno spazio alle mie lingue inventate”. Potrebbe sembrare un paradosso ma la sua ragione ultima è che per lui la nascita del linguaggio è coeva a quella del mito, che è “un’invenzione umana intorno alla verità”, come spiegò all’amico Clive Staples Lewis. Una fitta costruzione simbolica non per comprendere l’inconoscibile che circonda la mente originaria ma un modo per narrare l’impressione che quella mente ricava dal suo essere in contemplazione di quel mondo.  Secondo la sua definizione l’uomo diviene così un “subcreatore”, in quanto arricchisce il creato in virtù di un’innata disposizione a “ricreare” a riempire – parole sue – “gli interstizi del mondo”. È l’alfabeto simbolico di quel mondo in cui vi sono elementi che significano altro; dove, proprio come la sua, si è espressa la sensibilità di altri uomini, che dal profondo del passato hanno sentito nelle manifestazioni naturali una presenza misteriosa che pur non sapendo spiegare hanno percepito e quindi rappresentato. Così quell’alfabeto di immagini e parole primitive è diventato il corpo materiale delle storie.

Una storia di popoli
Quella di Tolkien è poi soprattutto un’epica multiculturale, un incontro di popoli. Capaci di opporsi al potere sordido e totalitario dell’Oscuro Signore soltanto mettendosi insieme e valorizzando le specificità di ogni stirpe. Nonostante la rilevanza che ogni popolo della Terra di mezzo attribuisce al proprio patrimonio di valori, ne Il Signore degli Anelli i personaggi vengono a poco a poco iniziati a un approccio “multiculturale” al mondo in cui vivono e che devono necessariamente difendere dal Male facendo “compagnia” e superando gli stereotipi identitari. E in questo si riflette alla perfezione il carattere di Tolkien, che nelle sue lettere disprezza e insulta Hitler, un ”dannato piccolo ignorante” per avere “rovinato, pervertito e reso per sempre maledetto il nobile spirito nordico”, attaccando però apertamente anche chi vorrebbe la distruzione del popolo tedesco, ribadendone la futura importanza per l’Europa.
Riconoscere l’importanza dell’altro da sé è quello che fanno i protagonisti più umani e nobili del suo romanzo. Conoscere attraverso il riconoscimento della propria precedente ristrettezza mentale. Lo dice apertamente Theoden, il re dei gloriosi guerrieri di Rohan, incontrando i piccoli trascurabili Hobbit: “A lungo abbiamo curato le bestie e i campi, costruendo case e foggiato attrezzi (…) Noi chiamavamo ciò la vita degli uomini, il corso del mondo. Ci occupavamo poco di ciò che si trovava oltre i confini del nostro paese. Vi sono canzoni che parlano delle cose cui alludi, ma le stiamo dimenticando e si insegnano solo ai bambini, come una qualunque consuetudine. Ma ora le canzoni giungono a noi da luoghi strani e camminano sotto il sole davanti ai nostri occhi.”

Filologo rigoroso, poeta sognatore
Tolkien diventa filologo ma nasce poeta. È vero che annota spunti per le storie mentre studia le lingue antiche (che ammira, innamorandosene), ma i primi tentativi di omaggiarne lo spirito avvengono indubbiamente in versi. Il suo sguardo però è uno, quello sguardo che contiene le due anime, ma può permettersela solo lì quella convivenza, nella regione della creatività. Il filologo studia le tradizioni manoscritte di un testo, fa collazioni e poi sceglie la lectio che più corrisponde a criteri che si tramandano dai tempi di Grimm e Lachmann. Deve essere oggettivo, restituire il testo nel modo che si avvicini il più possibile a come è stato pensato e quindi messo per esteso su un supporto di carta. Il poeta invece, magari di fronte a quello stesso testo, è libero di captarne le intenzioni nascoste o anche solo dedurle da qualche aspetto che nota solo lui senza doverlo razionalmente giustificare. Captare quelle simbologie che il suo animo addestrato ai voli afferra da qualche parte in una trasmissione che, attraversando i secoli, somiglia al viaggio della fiaccola che passa misteriosamente di poeta in poeta di cui parla Lucrezio, non a caso poeta della scienza più che scienziato della poesia.
Tolkien quindi non può fare altro che arrendersi al “dato di fatto”, anche controverso e spiacevole, e insieme amarlo, comprenderne l’ineluttabilità ma in una malinconica contemplazione. Da studioso della loro lingua e cultura, deve criticare i suoi elfi imbalsamatori rivolti a una malinconica preservazione, quasi mummificazione dell’esistente, che sono destinati per questo a svanire dalla Terra di Mezzo e dal corso della Storia. Sa che il divenire è implacabile, è inevitabile la sua esistenza ma non per forza gli deve tributare un applauso. E invece gli elfi li ama, ama il loro sguardo e sa che il loro intento è quello di renderla bella, quella terra che va trasformandosi e che devono guarire dalle ferite, sapendo che non solo non si rimargineranno del tutto ma che se ne produrranno delle altre. Questa benedetta ostinazione è quindi estremamente poetica a degna di ammirazione, soggiornando in quella regione della creatività dove non si deve per forza rendere conto oltre all’onore delle armi al divenire della Storia. È un fare senza speranza ma non danneggia che loro stessi ed in questo può solo commuovere. Quindi non ha senso dire di Tolkien se sia moderno o antimoderno: è un uomo del suo tempo che non guarda al passato ma a una regione dove bellezza e simboli forano la tettoia del tempo, una regione alla quale attingere senso per poi tornare a dibattersi tra le contraddizioni della Storia e del suo presente.

 

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