Tortorella, l’intellettuale partigiano

Nel 1944, a 17 anni, Aldo Tortorella viene arrestato per attività antifascista e condotto in carcere a Milano. Si ammala e viene quindi trasferito nel reparto carcerario dell’ospedale, dal quale il Comitato di liberazione nazionale favorisce la sua fuga grazie all’aiuto di una suora che verrà poi decorata con la medaglia d’oro al valore per la Resistenza. Ecco come Aldo Tortorella racconta – nella bellissima testimonianza contenuta nel numero di "MicroMega" in edicola e libreria – quell’avventura. La prima di tante altre.

Aldo Tortorella

[…] Quando giunse un ordine in tal senso, organizzarono la mia evasione, di cui suor Giovanna fu l’esecutrice. Era lei infatti a dirigere le infermiere, alcune delle quali comuniste (una la andrò poi a trovare a Ravenna trent’anni dopo, si chiamava Menghini se non mi sbaglio). In un momento in cui la guardia era addormentata – forse gli avevano dato un caffè con sonnifero – mi fecero uscire da una finestrella senza sbarre posta nella parte alta di uno sgabuzzino. Bisognava fare un po’ di acrobazie, passare su un cornicione sottile al terzo piano – adesso mi meraviglio di averlo fatto – ed entrare, attraverso una finestra lasciata aperta, in una stanza abbandonata in cui di norma non entrava nessuno e meno che mai le guardie perché non faceva parte del reparto carcerario e anche perché era una stanza della radiologia, con vecchie macchine da molto in disuso che si pensava fossero pericolose. In quella stanza c’era un piccolo montacarichi che era servito per portare le lastre ai piani sottostanti e al di sopra di esso c’era un minuscolo vano dove si poteva stare rannicchiati e nel quale suor Giovanna mi fece entrare. Vi rimasi un paio di notti. Suor Giovanna mi portava qualche cosa da mangiare e dell’acqua. Poi mi trasferirono. Nella struttura ospedaliera c’era una rete di cunicoli sotterranei per spostare le barelle che collegavano tra l’altro l’ospedale a quello che era il collegio delle infermiere, guidato da suor Giovanna. Mi condussero quindi in una stanza di questo collegio. Che ci fosse un uomo lì, in quella stanza, lo sapevano tutte e ogni tanto qualcuna infilava la testa, guardava e andava via ridendo.

Non fui l’unico di cui fu favorita la fuga in questo modo da parte del Comitato di liberazione nazionale: una volta toccava a un comunista, una volta a un socialista… E nessuna di queste infermiere parlò mai. Questo dimostra che la Resistenza non può essere ridotta – come invece scrisse tra gli altri Renzo De Felice – alla questione: quanti combattenti eravate? Quarantamila? Cinquantamila? Cosa volete che fosse rispetto a una popolazione così numerosa come quella dell’Italia dell’epoca? Perché il punto è che queste ragazze non erano politicizzate, erano allieve infermiere, per lo più di origine popolare, contadina, eppure non passava loro neanche per l’anticamera del cervello di andarci a denunciare. E perché non ci denunciavano? Perché stavano dalla nostra parte. I fascisti erano quelli della guerra che aveva portato via i fratelli o i fidanzati o un parente e tanti erano morti.

Passai tre notti in questo collegio – in attesa che i carcerieri fascisti si placassero e si convincessero che ormai ero fuori dalla loro portata – poi mi fecero vestire da infermiera e mi fecero uscire. Era una notte di gran pioggia, autunno inoltrato. Ad accompagnarmi c’era un’infermiera che a un certo punto mi tirò dentro un portoncino e mi diede un bel bacio vero: una cosa mai vista né prima né dopo! […]

[L’estratto qui pubblicato corrisponde al 2% del testo integrale pubblicato in MicroMega 1/2021]

 

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