Totalitarismo antistatalista

Come un’idea di gestione pensata per facilitare l’avanzata delle Panzerdivisionen naziste si rivela funzionale al progetto di società neoliberale.

Marco d'Eramo

È possibile un regime totalitario in uno stato frugale? O, in altre parole, è possibile un totalitarismo anti-statalista? Sono domande che ci siamo posti molte volte in questi anni di neoliberalismo trionfante. A cominciare dal lontano 1973 quando il regime dittatoriale del generale Augusto Pinochet mise in pratica i dettami economici della scuola neoliberista di Chicago, passando per i vari regimi militari fautori di privatizzazioni a tappeto, fino alle discussioni – non importa quanto pretestuose – sulla “dittatura sanitaria” degli attuali regimi neoliberali durante la pandemia.

Apparentemente il totalitarismo esigerebbe uno stato forte, onnipresente, appunto “totalitario” secondo la vulgata diffusa già nel 1944 da Ferdinand von Hayek nel suo Road to Serfdoom stampato in versione ridotta dal Readers’ Digest a un milione di copie.[1] Anzi, secondo Hayek, una società comincia a scivolare sulla china verso il totalitarismo appena il suo stato si preoccupa della sicurezza economica dei cittadini, e la traiettoria è irreversibile: si comincia con la Mutua e si finisce con i Lager (o i Gulag). L’onnipresenza dello stato sembra far parte della definizione di “totalitarismo”, nel senso di Hannah Arendt.

Ma un breve libro è venuto a mettermi una pulce nell’orecchio. Si tratta di Libres d’obéir. Le management, du nazisme à aujourd’hui (Gallimard 2020) di Johann Chapoutot, tradotto quest’anno in tedesco e in italiano ma (come spesso accade) non in inglese. Lo spunto da cui parte è interessante, da un punto di vista sia teorico che storico. Peccato che poi l’autore non lo sviluppi e si rifugi nella retorica antinazista (un espediente a buon mercato: chi mai si rifugerebbe nel suo opposto, la retorica nazista?). Il personaggio centrale del libro è Reinhart Höhn (1904-2000), giurista, accademico e generale delle SS, condannato a morte per crimini di guerra, poi graziato.

Höhn fa parte di un gruppo di raffinati intellettuali che fornirono l’impalcatura teorica non tanto del nazismo, quanto della Gestapo, delle SS e dell’occupazione di gran parte dell’Europa: insieme a lui spiccano, fra gli altri, Werner Best (1903-1989), anch’egli giurista, ma soprattutto poliziotto, anzi capo della polizia dell’Assia e poi dirigente della polizia politica, infine plenipotenziario nella Danimarca occupata; Wilhelm Stuckart (1902-1953), avvocato, consigliere giuridico del partito nazista, membro delle SS, formulatore e redattore (tra l’altro) delle leggi razziali di Norimberga del 1935;[2] Franz Alfred Six (1909-1975), laureato in filosofia, Ph.D. in scienze politiche, academico e membro delle SS; Otto Ohlendorf (1907-1951), studi economici, dottorato in giurisprudenza, consulente economico e colonnello (Standartenführer) delle SS, comandante di un’unità cui furono attribuite 90.000 uccisioni in Ucraina, condannato a morte a Norimberga e impiccato.

Il primo punto che stupisce è proprio l’esistenza di un’élite intellettuale sofisticata alla guida di uno dei più feroci apparati repressivi e di controllo mai ideati nella storia umana, élite che contrasta con l’immagine parossistica che tanti film americani sulla seconda guerra mondiale ci hanno trasmesso degli ufficiali delle SS. Un’immagine che con la sua rozzezza al limite del comico scongiura l’eventualità che un fenomeno come il nazismo possa ripetersi e quasi ne garantisce l’innocuità intellettuale: simili energumeni non potranno mai veicolare, tanto meno concepire, idee pericolose.

Il secondo punto (che è quello che maggiormente interessa Chapoutot) è la traiettoria sociale di alcuni tra loro dopo la caduta del nazismo. Franz Six (dopo la condanna a 20 anni, in seguito ridotta) diventa consulente pubblicitario della Porsche; Werner Best lavora come consulente per l’impresa Hugo Stinnes A.G. e diventa consulente per il ministero degli affari esteri della Repubblica federale tedesca; ma è soprattutto Reinhart Höhn a impressionarci. Dopo essere sfuggito alla condanna a morte, ed essersi nascosto sotto falso nome esercitando l’omeopatia, nel 1956 fonda l’Akademie für Führungskräfte der Wirtschaft (“Accademia per dirigenti d’impresa”) a Bad Harzburg in Bassa Sassonia. Per questa scuola transiteranno 200.000 managers tedeschi del dopoguerra fino al pensionamento di Höhn nel 1972 e 600.00 fino alla sua morte. Nella scuola insegnano anche altri ex-SS come Justus Beyer e il già citato Franz Six.

In questa Accademia, gli intellettuali delle SS riversarono il frutto di tutte le riflessioni degli anni del nazismo quando erano stati chiamati a fornire un quadro concettuale per problemi logistici enormi creati dalla conquista di praticamente tutta l’Europa: in un testo dal titolo “Problemi di fondo per un’amministrazione tedesca del Grande spazio” Best scriveva nel 1941: “La rapida e potente espansione del territorio su cui il popolo tedesco esercita direttamente o indirettamente la sovranità, ci obbliga a rivedere tutti i concetti, i principî e le modalità con cui questo esercizio di sovranità è stato pensato e costruito”. Insomma, per quanto aumenti il territorio sotto il dominio tedesco, il “popolo tedesco non potrà mai permettersi di raddoppiare gli effettivi” della funzione pubblica. Sarà necessario fare molto di più con meno personale (anche perché una gran parte della popolazione maschile adulta è sotto le armi). Le procedure devono essere più snelle, e soprattutto più flessibili. Best propone infatti (senza successo) a Himmler una relativ lockeren Besetzung (“occupazione relativamente allentata”). Gli intellettuali SS si fanno così fautori di una gestione flessibile, dalle procedure snellite e ridotte all’essenziale (già allora la tanto decantata “flessibilità”!).

Infatti il metodo Bad Harzberg insegna un tipo di management per obiettivi (Management by target) direttamente derivato dalla riforma della catena di comando nella dottrina militare, quale era stato elaborato da Höhn, un metodo di comando in cui l’ufficiale superiore esige solo che i suoi ufficiali inferiori raggiungano gli obiettivi che sono loro prescritti, ma lasci loro libertà nel decidere su come conseguirli, si limiti a controllare ed intervenga direttamente solo in casi eccezionali (Management by exception): è qui che Chapoutot si blocca e, invece di indagare le specificità del Metodo Bad Harzberg rispetto al management by target propugnato negli Stati uniti (e invece di consultare un conoscitore delle teorie del management), arriva alla scontata conclusione che l’unica libertà lasciata agli ufficiali sottoposti (e ai quadri inferiori delle imprese) è quella d’obbedire: ma negli eserciti (e nelle aziende) la disciplina proprio in questo ha sempre consistito, prima del nazismo e dopo. È ovvio che nessuna riforma del comando può mettere in discussione l’obbedienza; quel che può fare è cambiare il tipo di obbedienza. L’interessante è che il management per obiettivi abbia trovato la sua prima formulazione nell’espansione militare tedesca, per far fronte alla necessità di un gigantesco compito amministrativo con effettivi ridotti.

Soprattutto, di fronte a un moltiplicarsi così smisurato di compiti e di responsabilità, non è lo stato da solo che può farvi fronte. Anche perché questi teorici del nazismo hanno una forte idiosincrasia per la legge e per il diritto che, come è noto, sono creazioni giudaiche (i comandamenti della Bibbia) e latine (i codici romani), comunque di popoli inferiori, del tutto estranee alla fiera anima germanica che rivendica libertà da qualunque legge. Questo porta a una diffidenza radicata nei confronti dello Stato in quanto garante e responsabile dell’osservanza della legge, lo Stato come corpo codificato e ossificato che impedisce la flessibilità e la rapidità necessarie all’espansione del Lebensraum: i nazisti parleranno sempre di Reich (impero), mai di Staat (stato).

È per questo motivo che nel testo più su citato, Best ingaggiò una discussione con Carl Schmitt che vedeva gli stati come i reali portatori dell’ordine politico, mentre lui aveva sviluppato l’idea di una Völkische Großraumordnung (“ordine popolare del Grande spazio”), in cui i popoli dominanti creavano una zona di dominio intorno a sé e non dovevano vedersi esposti a nessuna restrizione normativa. Il potere era la sola fonte onnicomprensiva dell’ordine politico; a parte i popoli (e non, come per Schmitt, gli stati), non c’erano altri punti di riferimento normativi che potessero essere contrapposti all’ordine stabilito del nazionalsocialismo.

D’altronde fu proprio per far fronte al riarmo, ai preparativi di guerra e poi alle immense sfide logistiche imposte dall’occupazione dell’Europa, che i nazisti moltiplicarono le agenzie parastatali, a cominciare proprio dalle SS che erano una polizia “privata”, di partito (anche se i nazisti preferivano parlare di “movimento” Bewegung, piuttosto che di partito) e che contò fino a 915.000 effettivi. La stessa Organisation Todt nacque come impresa parastatale arrivando a impiegare 1,4 milioni di lavoratori stranieri per tutte le opere del genio civile e militare durante la guerra.

Lo stato diventa così uno dei tanti strumenti per conseguire gli obiettivi: da un certo punto di vista siamo sempre nella logica del Management by target.

Per Höhn infatti, “la teoria giuridica ha creato un’illusione, attribuendo allo Stato una ‘personalità invisibile’ e trasformandolo in un’istanza perenne di sovranità: la realtà, però, secondo Höhn, è che lo Stato non è altro che un ‘apparato’ al servizio del potere”, un apparato di cui “il movimento (nazista) ha preso possesso e gli ha assegnato altri compiti” (Chapoutot). Scriveva nel 1938 Höhn in un capitolo del volume collettivo Grundfragen der Rechtsauffassung (“Questioni basilari per la concezione del diritto”): “Lo Stato non è più l’entità politica suprema (…) È piuttosto un’entità che si limita allo svolgimento di missioni che le sono assegnate dalla direzione (Führung) che opera al servizio del popolo. In questo senso lo Stato non è altro che un semplice strumento a cui si fa ricorso, con gli obiettivi che di volta in volta si vede assegnati”.

È questa subalternità dello stato a obiettivi e compiti imposti dall’esterno il filo rosso che unisce le teorie di Höhn con il neoliberalismo. Contrariamente alla credenza generale, i neoliberisti non vogliono distruggere lo stato (sanno benissimo che senza stato non c’è mercato), ma vogliono invertire il rapporto di potere tra stato e mercato: non un mercato al servizio dello stato, ma uno stato al servizio del mercato: come per il nazista Höhn lo stato era solo un apparato tra gli altri apparati, adibito a particolari compiti per particolari scopi, così per i neoliberisti lo stato è un’impresa al servizio delle altre imprese, è appunto un’“impresa di servizio”, da valutare con la logica e con i parametri dell’impresa privata (redditività, flessibilità, best practices, benchmarking). Nulla di tutto ciò osta a un controllo capillare e occhiuto della popolazione, né alla repressione di ogni dissenso. D’altronde non è perché la guerra viene affidata ai contractors, cioè ai mercenari privati, che è meno sanguinosa e micidiale, meno “totale”.

L’indicazione che i nazisti ci forniscono è quindi quella di un’eteronomia statale, uno stato adibito a funzioni esogene, strutturato per obbedire a una logica esterna (di partito o di impresa privata), cioè ribaltano la conventional wisdom: il totalitarismo consiste non nell’asservimento a uno stato onnipotente, ma vuole imporre un regime in cui lo stato è asservito strumentalmente all’onnipotenza di un soggetto esterno. Eterogenesi dei fini! Un’idea di gestione che era stata pensata per facilitare l’avanzata delle Panzerdivisionen si rivela funzionale al progetto di società neoliberale. Si risolve così il paradosso Pinochet, di una feroce dittatura che impone con la violenza la libertà di mercato. Ma senza arrivare al 1973, sarebbe interessante rileggere i Bremer Orders del 2004 che vollero istituire una società e un’economia pienamente neoliberale, all’Iraq occupato militarmente dagli Stati uniti: “imposero la vendita ai privati di parecchie centinaia di imprese statali, dettero il permesso alle società straniere di possedere interamente ditte irachene e di rimpatriare tutti i profitti, aprirono le banche la controllo e alla proprietà straniera, eliminarono le tariffe doganali […] Dichiararono illegali gli scioperi ed eliminarono il diritto di sindacalizzarsi nella maggior parte dei settori, imposero una flat tax regressiva sul reddito, ridussero la tassa societaria a un 15% flat ed eliminarono le tasse sulle società detenute da stranieri.”[3]

NOTE

[1] Il pdf è scaricabile dal sito dell’Istituto Mises https://cdn.mises.org/Road%20to%20serfdom.pdf.

[2] Wilhelm Stuckart morì investito su una strada vicino Hannover nel 1953: l”incidente” fu da molti attribuito a un attentato del Mossad contro uno dei più accaniti antisemiti tedeschi.

[3] Wendy Brown, Undoing the Demos: Neoliberalism’s Stealth Revolution, Zone Books, New York 2012, p. 142 (sugli ordini di Bremer tutte le pagine da 142 a 150).



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