Tramonta l’epoca del commercio, tornano la guerra e la politica

La pandemia e la guerra in Ucraina hanno dissolto la fiducia nell’idea liberale dell’economia come potenza pacificatrice.

Mauro Barberis

I liberali di tutte le epoche hanno sempre condiviso almeno un’idea pacifista. Il mondo contemporaneo, che inizia con le grandi rivoluzioni occidentali – inglese, americana e francese – avrebbe sostituito l’età della guerra con l’età del commercio, noi diremmo dell’economia. Cosa c’era di pacifista in questa idea? Che fra i due modi di appropriazione dei beni che il pianeta ha conosciuto nei millenni – il modo antico, impadronirsene con la forza, e il modo moderno, commerciare per ottenerli – il secondo era destinato a prevalere perché (più) pacifico: perché risparmiava al genere umano lutti e distruzioni.

Le dure repliche della storia sono venute più volte: due guerre mondiali e poi – in un’epoca che noi, nel nostro cantuccio europeo, ritenevamo di pace, nonostante guerre della porta accanto come quella nella ex Jugoslavia – infiniti conflitti locali a bassa intensità e alta mortalità, una sessantina solo in questo momento, di cui continuiamo a venire a sapere solo quando ne parla la televisione. Eppure, era bastata la caduta del muro di Berlino, trent’anni fa, per farci illudere che la profezia liberale si sarebbe finalmente avverata.

Pensateci, a questi trent’anni di fiducia nella potenza pacificatrice dell’economia, condivisa non solo dai liberisti duri e puri, ma dai democratici della Terza via, i Blair, i Clinton, gli Schroeder, quest’ultimo sino al punto da passare al servizio di Gazprom. La globalizzazione dei mercati avrebbe collegato le economie di tutto il globo, riscattando dalla miseria interi subcontinenti, com’è avvenuto in India e Cina. L’Europa, regina del commercio, e in particolare la sua locomotiva, la Germania, iniziava la sua Ostpolitik, aprendo relazioni commerciali con Russia e Cina. Internet avrebbe fatto il resto, portando a tutti i popoli l’informazione, la scienza e la democrazia.

Sono bastati due eventi tutto sommato minori, che forse i libri di storia del futuro menzioneranno appena, a rimettere in discussione tutto quanto, riducendo la profezia liberale a una delle tante narrazioni consolatorie che ci raccontiamo nelle sere d’inverno. Uno è la pandemia, il lato oscuro della globalizzazione, il virus che in pochi giorni sbarca da Wuhan a Bergamo. Due anni dopo, l’industria occidentale ricomincia ad approvvigionarsi in paesi più vicini, mentre la Cina torna a chiudere intere città come Shanghai obbedendo ciecamente al proprio modello autarchico di lotta al Covid.

L’altro evento è l’invasione russa dell’Ucraina, alla quale abbiamo creduto solo quando l’abbiamo vista con le nostre telecamere. Perché non ci volevamo credere? Perché economicamente, questo l’avverbio decisivo, la guerra non conveniva a nessuno, neppure a Putin. Evidentemente – ecco la morale della storia – l’economia non è tutto, c’è anche la guerra. L’Ucraina sta in Europa, eppure l’Unione europea, regina dei commerci, conta tanto poco militarmente e politicamente che la pace, se si farà, verrà più facilmente dalle trattative fra generali americani e russi.

Poi c’è la politica, unica alternativa alla guerra. Caduta l’illusione di fare affari con paesi non democratici come la Russia di Putin o la Cina di Xi, finendo per dipenderne, ora bisogna cominciare a trattare, in un mondo ridiventato multipolare, diviso fra potenze regionali che difendono le loro sfere d’influenza. Se vogliamo la pace, ora sappiamo che non basta il commercio ma occorre la politica: bisogna negoziare tutto con tutti, anche la sopravvivenza di questo povero pianeta.



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