Trieste, Genova e i no green pass “sociali”

Mauro Barberis

Sin qui, avevamo avuto varie categorie di no green pass: no vax, neofascisti, terrapiattisti, fondamentalisti ecologici, maestrini del sospetto, populisti professionisti, menefreghisti, psicolabili… A questa variopinta tribù, renitente all’obbligo generale di green pass in vigore da oggi, si sono aggiunti i portuali triestini: da non confondere con i portuali genovesi, molto più ragionevoli. Va detto subito, a scanso di equivoci, che la maggioranza dei portuali triestini non è né neofascista né no vax. Se proprio dovessi dar loro un’etichetta, li chiamerei no green pass “sociali”, fra virgolette.

Sono infatti sociali sia le loro motivazioni sia i loro obbiettivi. Le motivazioni sono riassumibili in questa intervista: «Siamo stati mandati allo sbaraglio per mesi, privi di mascherine e protezioni nel pieno della pandemia, a contatto diretto con camionisti di tutto il mondo […] Ora che la grande paura dei colletti bianchi è finita, ecco il loro premio: toglierci lavoro e libertà se non ci pieghiamo a quanto prima ci hanno negato». Gli obbiettivi: blocco del porto di Trieste a oltranza, sinché l’obbligo di green pass non sarà revocato: ma non solo per loro – gli hanno offerto tamponi gratis, ma loro li hanno rifiutati – bensì per tutti. Avete capito bene: per tutti i cittadini italiani.

Non ci vogliono molti argomenti per mostrare che una richiesta di questo tipo è semplicemente irricevibile: non trovo altro aggettivo. Irricevibile: altro che contrattare esenzioni, tamponi gratis o sottocosto, o con scadenza allungata, come gli yogurt, che fra l’altro il nostro sistema sanitario, già provato di suo, non potrebbe sopportare. Tutti questi compromessi, ha giustamente notato il ministro del Lavoro Orlando, suonerebbero come un insulto per quanti, come l’ottanta per cento degli italiani, si sono vaccinati e dotati di green pass. Così adempiendo a quelli che la Costituzione, tante volte citata a sproposito dai ribellisti di tutte le risme, chiama sin dall’art. 2 «doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

Se mai il governo Draghi cedesse dinanzi a rivendicazioni simili, non perderebbe solo la faccia: innescherebbe la guerra di tutti contro tutti. Qualsiasi altra categoria economica – dagli operai metalmeccanici ai raccoglitori di funghi della val di Fassa – si sentirebbe autorizzata ad avanzare richieste simili a quelle dei portuali triestini, trasformando la gestione della pandemia in un colabrodo e l’economia nazionale in una guerra per bande. Essenziale, da questo punto di vista, sarà vedere come reagirà il paese sin da oggi, data d’inizio della vigenza del decreto. Se mai si tollerassero evasioni di massa dell’obbligo, blocchi dei trasporti o eventuali violenze, la Capitol Hill alla vaccinara di sabato scorso diverrebbe una scena abituale.

Detto questo, è evidente che il green pass, e anche la protesta triestina, sono solo il segnale di un disagio economico, sociale e anche psichico – sia detto senza ironia, parlando della città di Franco Basaglia – che va prima capito, poi rispettato, infine gestito, per dir così, con pugno di ferro in guanti di velluto. E non solo perché, a Trieste come altrove, non se ne può più di kapò improvvisati che ti ricordano come e perché devi portare la mascherina. Il ministro Talleyrand, che un po’ di queste cose ne capiva, ripeteva ai propri funzionari: soprattutto, nessun eccesso di zelo. Perché in questo clima avvelenato anche un filo di arroganza, un gesto equivocato, una parola di troppo, possono diventare il cerino che appicca l’incendio.

 

(credit foto ANSA/PAOLO GIOVANNINI)



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