Tuamore. Ritratto di una perdita

La supplica di un figlio che vorrebbe tenere, per un attimo, con sé la propria madre. Riflessione a partire del libro di Crocifisso Dentello.

Federico Bonadonna

Tuamore di Crocifisso Dentello (La nave di Teseo, 2022), è la supplica di un figlio che vorrebbe tenere ancora un attimo con sé la propria madre.
Racconta del breve transito terrestre di una donna, Melina Vella battezzata Carmela, nome da lei odiato, madre di tre figli tra cui l’autore che, fin dalle prime pagine, rivela: “Sei stata la classica mamma che ti prepara il pranzo, che ti stira le camicie, che ti tormenta di telefonate apprensive, ma anche molto più di questo. Sarà che da figlio scapolo non ho mai abbandonato il nido, sarà che non mai avuto una vita sociale degna di questo nome. Con te ho perso la mia migliore amica”.

Ma racconta anche il contesto di ristrettezze estreme in cui questa donna forte, vitale e allegra, nonostante la durezza della povertà (“Bisogna andare avanti” il suo motto), è vissuta; racconta cioè l’Italia a cavallo tra la fine degli anni Cinquanta e i nostri anni Dieci, tra la Sicilia e la Brianza.

“Educata sin dal primo giorno a non avere niente, tantomeno a desiderare qualcosa”, Melina nasce nel 1958, a Gela, quarta di otto figli. Dopo vari sfratti, sopravvivendo a stento, nel 1966 la famiglia è costretta a emigrare nel grande Nord dove i portoni dei palazzi sono disseminati di cartelli “Non si affitta ai meridionali”. Il razzismo dei pari è spietato, ma se una compagna di classe apostrofa Melina come “selvaggia”, la ragazzina, ingoiando lacrime di rabbia, tira fuori gli artigli rispondendo: “Uè milanesina, vai a cagare che tieni il cesso fuori di casa!”

Quando nel 1968 viene assassinato Bob Kennedy, Melina, dieci anni, è disperata. Racconterà al figlio che, seppure non capisse nulla di politica, “aveva percepito che una cosa bella che poteva succedere non sarebbe più successa”.

Nel 1976 Melina respira l’aria contaminata dalla diossina dopo che una nube tossica si è sprigionata per un incidente da una fabbrica di cosmetici di Seveso, la ICMESA, pochi chilometri da Cesano Maderno, dove vive con la famiglia.

Il giorno delle nozze, Melina è vestita di beige perché già incinta del cugino di primo grado Cristoforo detto Cris, bel picciotto siciliano dongiovanni, muratore, che conosce da quando erano bambini. In quegli anni “basta un imprevisto minimo per mandare all’aria il bilancio domestico”. Il confine tra miseria e dignità è molto labile e il rischio di superarlo altissimo.

Crocifisso detto Croci nasce venti giorni prima del rapimento di Aldo Moro. È un bambino troppo tranquillo e Melina pensa a un guasto genetico frutto del concepimento tra consanguinei o al veleno sprigionato dall’ICMESA.

In quegli anni duri, l’unica evasione di questa donna dalle “mani che odorano di soffritto e Cif per lavandini” sono i film in bianco e nero che lei divora accucciata davanti al televisore. Per la sua cinefilia, che lei chiama anche “cinofilia” poiché nei film recitano tanti cani, Crocifisso, parodiando Il Mereghetti o Il Morandini, la chiamava Il Vella.

Per arrivare a fine mese, Melina lavora prima come aiuto parrucchiera e poi come donna delle pulizie nelle case della Milano bene: “Questa stronze con la puzzetta sotto il naso avevano i soldi che gli uscivano dalle orecchie e facevano sempre mille storie per darmi un piccolo aumento. Me lo negavano mentre mi mostravano il visone di Annabella appena comprato”.

Intanto Croci cresce, inizia la scuola, ma dissuade la madre dal presentarsi all’uscita. “Sono grande”, protesta. In realtà non vuole che lei veda gli atti di bullismo a cui lo sottopongono i compagni che lo deridono anche per la sua grassezza. Melina stessa lo sfotte ed è spesso spietata rispetto alla bulimia del figlio: scova le carte delle merendine nascose nei cassetti e lo soprannomina “Lonza”, nomignolo che non si fa scrupolo di usare nemmeno davanti a una delle pochissime amiche del ragazzo. Perché in questo libro il registro tragico, quello della tragedia umana cioè di rara soluzione e molta perdita, si incrocia spesso con quello comico tanto che in alcuni passaggi, Melina e Croci sembrano Totò e Ninetto Davoli in Uccellacci e Uccellini, attore principale e spalla che recitano il copione della vita con consumata maestria, con Melina che sferza il figlio: “Fra un po’ la taglia per te la devono inventare”, “Se qualcuno ti bacia si prende il diabete”, “Finirai a girare vestito con le tuniche!”

Tuoamore è anche il modo in cui lo scrittore si rivela senza pietà al lettore attraverso l’artifizio della confessione postuma a una madre adorata che non c’è più. Emerge così un’adolescenza di solitudine al pari dell’infanzia, paralizzata da una timidezza invincibile. Disperato e struggente, in questo senso, il ricordo-confessione della festa di capodanno del 2000. Chi leggerà il libro assaporerà l’amaro di alcune pagine dolorose.

Concepito con una struttura circolare, per la serie di racconti nel racconto che sembrano intrecciarsi all’infinito, quasi non ci fosse un inizio e una fine, questo libro somiglia all’uroboro, il serpente egizio che inghiotte la sua coda formando un anello, simbolo di eternità. E come in un rituale sciamanico, per impedire il divenire storico, cioè per arrestare il passare del tempo lineare, Crocifisso evoca qui il tempo circolare, quello che caratterizza le società calde cosiddette primitive in cui vita e morte sono integrate in un unico grande ciclo, a contrastare l’allucinazione che provoca il dolore della perdita nelle società “fredde”. E Crocifisso, come Shahrazad ne Le Mille e una notte, è sempre alla ricerca di un frammento di ricordo, un odore, un’immagine che evochi Melina e la tenga in vita un istante in più.

La scrittura di Tuamore, con le fulminanti incursioni dialettali, è veloce e leggera ma, nonostante i siparietti tra Melina e Croci (straordinari, tra gli altri, quelli di Sophia Loren, degli elefanti di legno e del ritiro della pagella), nonostante i centrini di pizzo, i tappetini di pelo per il bagno e il canarino sul balcone che sembrano messi lì per stornare l’esistenza quotidiana dall’attenzione della Morte, il presagio della tragedia è sempre incombente. E quando questa arriva assume la forma devastante del cancro al seno.

Leggendo del tumore di Melina, che Crocifisso ribattezza subito “tuamore” (parola potente, crasi apotropaica tra male e bene, tesa a esorcizzare la sventura), sento che le nostre strade, la mia e quella dell’autore, si incrociano, e non posso fare a meno di sovrapporre l’esperienza della malattia di sua madre con la mia esperienza: l’assistenza in bagno quando le cedono le gambe e rovina a terra, la nostra comune origine sicana, l’insofferenza delle due donne per la lagna (l’ultima parola di Melina sarà ciccocugghiuni, traducibile con “ciccoglione” che rivolge a una zia lamentosa che vuole essere riconosciuta dalla donna sul letto di morte). Non avendo io mai trovato la forza di pubblicare il mio memoir, ho preferito trasfigurare la malattia di mia madre in un romanzo, Hostia l’innocenza del male. Crocifisso, invece, affronta la realtà di petto, mettendo il suo cuore a nudo; tanto che mi chiedo come faccia ad ascoltare ancora, e senza polverizzarsi per l’emozione, Noi due nel mondo e nell’anima dei Pooh, la canzone preferita di Melina che lui ha scelto per accompagnare le onoranze funebri avvenute appena un anno fa.

Ma la scena dell’ultimo respiro è quella per me più straziante in questo libro impossibile da definire o collocare in un genere. Posso solo amarlo, consigliarlo e citare in conclusione uno dei dei passaggi preferiti: “Mi manca il tuo modo di stare al mondo con leggerezza quasi con noncuranza. Tutta dentro a una comicità involontaria che forse è stato il modo migliore per aggredire questa vita balorda”.



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