La possibilità del possibile. I percorsi del cambiamento nel Sud Italia (e altrove)

A dieci anni dalla morte di Alberto Tulumello, esce un libro di saggi che riprende il suo fecondo programma di ricerca-azione. Uno spunto per ragionare su come concepire oggi i luoghi dello sviluppo, ossia su quello che accade e che può accadere tanto nei “centri” quanto nelle “periferie”, tanto nei Nord quanto nei Sud dell’Italia e del mondo.

Nicolò Bellanca

«Perché si blocca, e poi cambia segno il cambiamento? Perché rallenta e recede quel processo che ha condotto a un dinamismo economico nel Mezzogiorno e nella Sicilia della seconda metà degli anni ’90, fino ai primissimi anni del 2000?». Alberto Tulumello era un sociologo economico siciliano, civilmente e politicamente impegnato, tra i più originali della sua generazione. Ponendosi queste domande nella sua ultima monografia[1], suggeriva, in estrema sintesi, un doppio registro di risposta. Per un verso, il cambiamento è l’improbabile possibile. Esso «emerge come il frutto di uniche costellazioni di eventi o iniziative che accadono a dispetto di ostacoli, prerequisiti mancanti e difetti congeniti»[2]; è l’invenzione di un percorso nuovo, che scarta dalle regolarità sociali, la cui ripetizione è altamente probabile, a favore di opportunità inaspettate. Per l’altro verso, il cambiamento è la possibilità del possibile. Occorre che i sentieri nuovi e improbabili siano visualizzati e legittimati, affinché vengano imboccati. Per tentare di modificare la realtà, bisogna anzitutto concepire la realtà come modificabile. «Non è la mancanza di rappresentanza politica che impedisce il cambiamento della percezione dei problemi, ma, esattamente al contrario, il mancato cambiamento della percezione dei problemi che produce la mancanza di rappresentanza politica, o meglio che produce una diversa rappresentanza politica, avversa al cambiamento»[3]. Nella riflessione di Tulumello, il secondo versante era quello decisivo: egli finalizzava il suo sforzo intellettuale a individuare, costruire, rafforzare una prospettiva che rendesse visibile e praticabile l’iniziativa, civile e politica, di rinnovamento in luoghi come la sua Palermo.

A dieci anni dalla morte di Tulumello, esce un libro di saggi che riprende quel fecondo programma di ricerca-azione[4]. Traendo spunto da alcuni contributi a questo libro, vorrei ragionare su come concepire oggi i luoghi dello sviluppo, ossia su quello che accade e che può accadere tanto nei “centri” quanto nelle “periferie”, tanto nei Nord quanto nei Sud dell’Italia e del mondo. Dobbiamo ragionare non su un divario unidimensionale, bensì su una gamma di divergenze collocate in vari ambiti della vita culturale, civile ed economica. Nei termini più intuitivi, inquadriamo tre possibili modalità con cui possono manifestarsi le differenze interlocali di sviluppo. Procediamo da un’analogia che in Italia chiunque intende, quella con il gioco del calcio. Nel primo scenario, una squadra di calciatori professionisti si scontra con una squadra di dilettanti; il risultato è scontato e nessuno si preoccupa di trovarne una spiegazione. La logica della “modernizzazione”, verso la quale Tulumello è polemico, presuppone uno scenario del genere, nel senso che, se la squadra sconfitta vuole puntare a battere l’altra squadra, deve emularne le caratteristiche; i suoi giocatori devono professionalizzarsi proprio e soltanto lungo le linee organizzative e di selezione dei talenti che regolano il funzionamento della squadra più forte.

Nel secondo scenario, piuttosto, s’incontrano squadre dotate di caratteristiche diverse. Supponiamo che l’una sia più provvista di disciplina tattica e robustezza fisica, mentre l’altra esprime maggiore tecnica e fantasia nel costruire le azioni. Stavolta l’esito della gara è incerto, poiché ogni squadra prevale sull’altra solo per alcuni aspetti. Anche questo è uno scenario che legittima il concetto di “modernizzazione”, sebbene, anziché come un percorso unilineare, esso appare come una molteplicità finita di sentieri. Le squadre di calcio (i luoghi socio-economici) possono “avanzare” più o meno veloci, enfatizzando l’una o l’altra caratteristica; ma devono sempre e comunque disporre in ammontare adeguato di un mix appropriato delle “giuste” caratteristiche. Ad esempio, non sappiamo chi vincerà il prossimo scontro tra Real Madrid e Liverpool, pur riconoscendo che entrambe sono squadre di eccellenza, in quanto attingono a molti dei connotati che una squadra di vertice non può non possedere.

Volgiamoci infine al terzo scenario, quello su cui Tulumello richiama l’attenzione e che più sembra rispondere alla realtà dello sviluppo locale[5]. Nel campionato italiano di serie A esistono, piuttosto ben marcate, tre fasce di rendimento: alta, media e bassa. Un determinato anno, le squadre che si collocano nella fascia alta sono poche e, di fatto, corrono per conto proprio: lo scudetto è una faccenda che non può riguardare altri. Tuttavia, anno dopo anno, la situazione cambia. In particolare, incontriamo brillanti outsider che salgono di fascia e talvolta ottengono traguardi superiori a quelli di squadre che, in termini di “giusti” requisiti (risorse finanziarie e organizzative, talento dei giocatori, numerosità della tifoseria, e così via), dovrebbero prevalere. Soprattutto, si modificano le ragioni delle differenze tra l’una e l’altra squadra. Anche quando una rimane più forte, il modificarsi dei connotati del divario può attivare una traiettoria che alla lunga altera la fascia di appartenenza delle due squadre nel campionato.

Nel primo scenario abbiamo che il luogo X apre la strada del “progresso” e che il luogo Z dovrebbe seguirne le orme; nel secondo scenario abbiamo che il luogo Y indica una strada di “avanzamento” diversa da quella di X, e che Z può procedere sulle orme di X oppure di Y; infine, nel terzo scenario abbiamo che X e Y corrono davanti a tutti; che indubbiamente M, N, …, Z sono luoghi che guadagnano oggi meno “punti” di X e Y, esprimendo però ognuno di essi una specifica lista di differenze da X o da Y; e che, al mutare dello sviluppo endogeno dei luoghi e delle circostanze sociali, può accadere che gran parte dei luoghi cambi traiettoria, e quindi la propria stessa collocazione nel “campionato”. Entro questo terzo scenario, supponiamo che il luogo X abbia “punteggi” più elevati di quelli dei luoghi M e Z sulle tre dimensioni di cultura, cittadinanza ed economia; ma che lo scarto dei “punteggi” segnali una maggiore vicinanza di X a M su cultura ed economia, e una maggiore vicinanza di X a Z sulla cittadinanza.

Il punto importante non è che X sta più “avanti” rispetto a M e Z in tutte le dimensioni, ma che si avvicina a M in una dimensione e a Z in un’altra. Le varie dimensioni dello sviluppo seguono spesso andamenti non correlati, e un luogo può stare in differenti posizioni, rispetto a un altro, a seconda della dimensione esaminata. È questa una concezione che evita in ogni modo di collocare un luogo davanti o dietro a un altro. Anche nei casi in cui suggerisce una classifica, questa riguarda qualche specifico dominio, senza essere estrapolabile o estendibile ad altri domini. Ciò contribuisce a una rivisitazione dello sviluppo socio-economico italiano: anziché concepirlo in termini di “ordinamenti” delle regioni, lungo una o più dimensioni (per cui diciamo, ad esempio, che il Veneto è più ricco e più moderno della Sicilia), lo sviluppo è il sistema di traiettorie sociali che avvicinano o allontanano i luoghi. L’importante analisi che Francesco Asso e colleghi propongono nel loro contributo alla raccolta di saggi dedicata ad Alberto Tulumello, si colloca esattamente in questa prospettiva[6]. Se esaminiamo i divari interni tra le diverse province, scopriamo che il Sud è molto più eterogeneo rispetto al Centro e al Nord d’Italia: i coefficienti di variazione degli indicatori economici (valore aggiunto pro-capite e per lavoratore, export medio pro-capite, spesa in ricerca e sviluppo, deposito di brevetti, agglomerazione delle imprese), così come di quelli non mercantili (infrastrutture materiali e immateriali, qualità delle istituzioni, capitale sociale), sono ampiamente superiori al Sud. «Le differenze all’interno delle macro-aree che compongono il nostro Paese, sono altrettanto importanti dei divari fra le macro-aree»[7].

Insomma, in questo approccio alcuni luoghi sono, in termini di sviluppo, più veloci, abili e robusti; ma la storia non è finita, in quanto contano le distanze relative, dentro ciascuna dimensione e tra le dimensioni. Quando un luogo riesce a ridurre alcuni svantaggi e a creare una innovativa “combinazione di svantaggi”, allora può sconvolgere le classifiche assodate. Quest’impostazione contiene precise implicazioni di policy. Data la multidimensionalità dello sviluppo locale, gli interventi di riequilibrio territoriale non devono riferirsi soltanto alla dimensione economica, ma nemmeno limitarsi ad aggiungere misure aventi direttamente come obiettivo il benessere dei cittadini nella fruizione di servizi di qualità. Piuttosto, la sfida cruciale sta nel cogliere la “combinazione di svantaggi” economici, civili e culturali che conferisce a un luogo le sue potenzialità di sviluppo, e nel fornire beni pubblici che miratamente la promuovano. Più il policy-maker decifra questo specifico mix, meglio può favorire, nella comunità d’imprese e di persone in cui opera, il capitale imprenditoriale e la capacità d’innovazione sociale. Inoltre, rifiutando un’idea localistica dello sviluppo locale, per quest’approccio è decisivo cogliere la posizione che un certo luogo occupa, rispetto ad altri luoghi, per rendere sinergiche le policy da realizzare al suo interno, con quelle da effettuare a varie scale territoriali. Ma tale posizione la si può decifrare in chiave comparativa, esplorando le distanze (economiche, civili e culturali) di quel luogo da altri, e in quali ambiti queste distanze siano maggiori.

Concludo tornando alla possibilità del possibile. In pagine di straordinaria intensità, Giulia Li Destri Nicosia e Laura Saija delineano alcuni percorsi di apprendimento collettivo, tramite i quali una comunità locale impara a riconoscere e a utilizzare le opportunità di cambiamento[8]. «Le strategie di sviluppo locale sono questi processi», scrivono: il disegno di politiche pubbliche raffinatissime e formalmente inclusive, diventa spinta innovativa soltanto se le persone comuni si capacitano della propria capacità di agire e iniziano effettivamente ad agire. Era intorno a questo nodo che si era arrestata la riflessione di Alberto Tulumello, ed è da questo nodo che essa merita di essere ripresa e rilanciata.

[1] Alberto Tulumello, I tempi e i luoghi del cambiamento. Lo sviluppo locale nel Mezzogiorno d’Italia, Bruno Mondadori, 2008, p. 135.

[2] Michele Alacevich, “Possibilismo, storia e cambiamento sociale”, in Simone Tulumello, a cura di, Verso una geografia del cambiamento. Saggi per un dialogo con Alberto Tulumello, dal Mezzogiorno al Mediterraneo, Mimesis, 2022, p. 86.

[3] Alberto Tulumello, I tempi e i luoghi del cambiamento, op. cit., p. 138.

[4] Si veda nota 2.

[5] Questa terza prospettiva ha come padre nobile, negli studi italiani di sviluppo locale, Giacomo Becattini. Si veda Nicolò Bellanca e Mauro Maltagliati, “I divari territoriali in Italia. Una misura becattiniana dello sviluppo locale”, Stato e mercato, 3, 2020, pp. 459-488. Nella esposizione della metafora calcistica dei luoghi dello sviluppo, attingo a questo testo. A Becattini è dedicata la monografia del 2008 di Tulumello.

[6] Pier Francesco Asso, Sebastiano Nerozzi e Vito Pipitone, “Sull’eterogeneità del Mezzogiorno”, in Verso una geografia del cambiamento, op. cit., pp. 103-117.

[7] Ivi, p. 112.

[8] Giulia Li Destri Nicosia e Laura Saija, “Per un possibilismo dell’agency collettiva nel Mezzogiorno: riflessioni su due ‘casi esemplari’ a rischio”, in Verso una geografia del cambiamento, op. cit., pp. 153-163.



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