Tunisia, la crisi politica aperta da Kais Saied rischia di portare a una deriva autoritaria

Dopo le proteste in tutto il paese il presidente ha annunciato la destituzione del primo ministro Hichem Mechichi e il “congelamento” del parlamento per un mese. Ennahda, il partito islamista di maggioranza, grida al golpe mentre si temono scontri e violenze tra i sostenitori delle due parti.

Giulia Della Michelina

La Tunisia appare tutt’altro che unita dopo i fatti accaduti domenica 25 luglio, nel giorno del 64° anniversario della proclamazione della Repubblica. Dopo le proteste che hanno avuto luogo in diverse città del paese il presidente Kais Saied ha annunciato la rimozione del primo ministro Hichem Mechichi e la sospensione dell’attività parlamentare per almeno 30 giorni. Saied ha affermato che assumerà gli incarichi di governo con l’aiuto di un nuovo primo ministro che nominerà lui stesso. Ha inoltre decretato la sospensione dell’immunità per i membri del parlamento. Secondo il presidente queste misure sono permesse dall’art. 80 della Costituzione tunisina, che lo stesso Saied aveva contribuito a redigere nel 2014. Tuttavia l’articolo autorizza tali provvedimenti solo nell’eventualità di una situazione eccezionale o di minaccia imminente, che andrebbe constata dalla Corte Costituzionale (organo che però non è mai stato creato). Per queste ragioni Rached Ghannouchi, presidente del parlamento e leader del partito islamista di maggioranza Ennahda, ha parlato di un provvedimento «incostituzionale, illegale e non valido» e ha definito l’azione di Saied un colpo di stato.

Il presidente tunisino Kais Saied

La crisi istituzionale giunge in un momento di grande fragilità politica e sociale del paese. Mechichi è infatti il terzo primo ministro entrato in carica nel giro di un anno e in parlamento nessuna delle forze politiche raggiunge più del 25% dei seggi. La nomina di Mechichi è arrivata a gennaio per guidare un governo tecnico che avrebbe dovuto facilitare l’attuazione delle riforme. Lo scontro che ha contrapposto Kais Saied a Mechichi e Ghannouchi è andato avanti per mesi: il presidente aveva bloccato diverse nomine ministeriali e lo stallo politico ha alimentato le difficoltà nella gestione dei problemi del paese. Tra questi pesa enormemente una gestione inefficace della pandemia che ha portato la Tunisia a registrare 550.000 contagi e 18.000 decessi (a fronte di una popolazione di 11,6 milioni di abitanti). Il paese deve fronteggiare la scarsità di strutture e di dispositivi medici fondamentali come i respiratori, a cui si sta sopperendo grazie ad aiuti e donazioni internazionali. La campagna di vaccinazione procede a rilento e al momento solo il 7% della popolazione risulta immunizzata. L’impatto catastrofico della pandemia si riflette sui problemi di lungo corso in campo economico, come la disoccupazione e la debolezza dei servizi statali.

Nonostante la preoccupante situazione sanitaria migliaia di persone sono scese in strada per protestare contro l’inarrestabile crisi economica e la gestione inadeguata della pandemia. A Tunisi e in altre città come Gafsa, Sidi Bouzid e Nabeul, i manifestanti hanno preso di mira soprattutto Ennahda. Mentre alcune sedi del partito venivano vandalizzate o bruciate (come successo a Touzeur), le folle invocavano la rimozione di Mechichi e lo scioglimento del parlamento. Ciononostante il paese sembra profondamente diviso tra chi appoggia l’azione di Saied e chi invece teme che le misure temporanee si traducano in una sospensione a lungo termine della democrazia faticosamente raggiunta.

Non è chiaro quali potranno essere gli esiti dei fatti di domenica, ma la situazione rimane tesa. I sostenitori di Saied si sono riversati nell’Avenue Bourguiba (teatro delle proteste della rivoluzione tunisina del 2011) dove li ha raggiunti lo stesso presidente. Ghannouchi ha a sua volta lanciato un appello ai tunisini per difendere la Repubblica da quello che considera un colpo di stato. Nel frattempo l’esercito è stato schierato davanti al palazzo del parlamento per impedire l’ingresso a Ghannouchi. Saied aveva già avvertito «chiunque pensi di sparare una singola pallottola, [che] le nostre forze armate saranno pronte a fronteggiarlo con una raffica di proiettili». Avvertimento che non è servito ad impedire gli scontri, che si sono verificati lunedì 26 luglio, tra i sostenitori di Ennahda e quelli di Saied davanti al parlamento. A rafforzare i timori di un’escalation c’è anche la notizia che a Tunisi la polizia ha fatto sgomberare un ufficio di Al Jazeera. Il sindacato dei giornalisti ha reagito con un comunicato in cui viene chiesto il rispetto della libertà di stampa.

La Tunisia, che era emersa dalla stagione delle primavere arabe come l’unica felice eccezione ai nefasti scenari seguiti ad alcune di quelle rivolte, pare essere giunta ad affrontare la sua crisi più complessa dal 2011. Anche se la transizione democratica tunisina aveva già mostrato scricchiolii e difficoltà. Da dicembre dello scorso anno hanno continuato a susseguirsi le proteste contro il governo e la popolazione ha accumulato una frustrazione che rischia in queste ore di esplodere violentemente. Nel frattempo il maggiore sindacato del paese, la UGTT, si è espressa in sostegno delle decisioni di Saied, a patto che la sospensione provvisoria dei lavori parlamentari non si prolunghi. Resta da capire quali saranno le prossime mosse del presidente Saied, che ha già annunciato che provvederà a sostituire i ministri della Difesa e della Giustizia, e soprattutto quali sono le sue forze e l’appoggio su cui può contare.

 

(credit foto EPA/STR)



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