Turismo, patrimonio, lavoro: un circolo che da vizioso deve diventare virtuoso

Una riflessione sulla valorizzazione del patrimonio culturale e sul turismo a partire da Roma.

Mariasole Garacci

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Questo contributo di Mariasole Garacci è contenuto nel numero di MicroMega+ del 21 maggio 2021.

Sabato 29 giugno 2019, giorno di apertura gratuita del Colosseo per la festività dei santi Pietro e Paolo. Negli ultimi giorni la temperatura ha superato spaventosamente le medie stagionali, e il caldo è opprimente in questa vallata senza ombra tra l’Oppio e il Palatino dove, inaugurato nell’80 d.C., Vespasiano e i suoi figli Tito e Domiziano hanno costruito l’anfiteatro Flavio nel bacino del lago artificiale su cui, prima dell’avvento della loro gens, si affacciavano gli ariosi padiglioni e i ninfei della Domus Aurea.

È questa, infatti, l’area che dopo l’incendio del 64 d.C. Nerone aveva sottratto alla città per erigere la sua lussuosa villa privata; dopo pochissimi anni, però, il delirio paranoico del giovane imperatore e le trame politiche dei suoi nemici lo avevano condotto allo scacco: dichiarato «nemico del popolo» dal Senato e inseguito dagli uomini di Galba, nel giugno del 68 Nerone si era rifugiato con alcuni fedelissimi nella tenuta di campagna del liberto Faonte, e qui si era tolto la vita pugnalandosi alla gola con l’aiuto del suo segretario Epafrodito. Oggi, sui resti in opus reticulatum di quella che viene ritenuta la villa del liberto, tra via delle Vigne Nuove e via Passo del Turchino, sorgono i grandi palazzi di Monte Sacro, tra cui un nuovo condominio residenziale di Immobildream chiamato «Giardino di Faonte». Liquidato Nerone, una sanguinosa guerra civile, in cui si erano succeduti rapidamente alla porpora imperiale Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano, aveva finalmente visto uscire vittorioso quest’ultimo; ciò che Nerone si era preso, con un atto di propaganda demagogica il capostipite dei Flavi volle restituirlo al popolo, innalzando una grandiosa venue per spettacoli pubblici avvalendosi della manodopera schiavile deportata dalla sconfitta provincia di Giudea. Giochi offerti gratuitamente a migliaia di romani accalcati nei vari livelli della cavea, divisa per classi sociali, a cui si accedeva attraverso ingressi numerati, vomitoria e scale.

Populus duas tantum res anxius optat, panem et circenses, scriverà Giovenale, amaramente disincantato nei confronti della politica flavia[1].

Quel giorno d’estate, dunque, fuori dal Colosseo i bagarini vendevano biglietti d’ingresso a 50 euro a persona, in contanti e senza ricevuta, con la scusa che ciò che offrivano fosse non già il semplice ingresso, ma il tour guidato abbinato al servizio «skip the line». Salta la fila. Non si capisce come tali promoters potessero essere in possesso di tanti biglietti già staccati, dal momento che nei giorni di gratuità, di regola, questi vengono consegnati esclusivamente presso le casse, a ciascun visitatore, né è possibile prenotarli. Da chi li avevano avuti? Per quale motivo quella mattina (come sempre in alta stagione, del resto) si erano visti i soliti ignoti accalcarsi alle casse del monumento? Di lì a pochi giorni, il 5 luglio, sarebbe entrato in vigore il nuovo regolamento della polizia urbana[2], che all’articolo 15 vieta di «esercitare mestieri, arti o qualsiasi altra attività di vendita di beni e/o servizi non autorizzata con titolo abilitativo o che impedisca o intralci la circolazione di mezzi e persone e/o la libera fruibilità del patrimonio artistico, storico e monumentale» (comma 1), specificando che «ai fini della tutela del patrimonio artistico, storico e monumentale della città, in luogo pubblico o aperto al pubblico è vietata l’attività di intermediazione e promozione di tour turistici, la vendita di biglietti per musei, teatri ed eventi culturali e turistici, la promozione di attività commerciali, di esercizi per la somministrazione di alimenti e bevande, nonché di ogni altra attività di impresa che non sia espressamente autorizzata e risultante dal titolo abilitativo» (comma 3). Il 19 luglio Franco Magni, ex centurione proprietario di una delle attività toccate dal regolamento, inscenerà una protesta minacciando di lanciarsi da una delle arcate del Colosseo. Ma placato il breve clamore in cronaca locale, nelle settimane successive i soliti ignoti (volti familiari a tutti, in realtà) torneranno con discrezione al loro business.

Questa è la situazione che l’avvento del Covid-19 ha lasciato momentaneamente sospesa. Prima che la pandemia fermasse gli ingenti flussi turistici a cui eravamo abituati, soltanto nell’area archeologica centrale (Colosseo, Foro Romano, Palatino) operavano fino a 80 bagarini, dotati di magliette con scritte promozionali e finti badge; secondo una stima approssimativa prodotta da anonimi operatori del settore osservando i movimenti dei bagarini e raccogliendo le laconiche testimonianze di alcuni lavoratori in nero, le maggiori tra queste agenzie di piazza arrivavano a vendere biglietti per un guadagno netto giornaliero da 15 mila a 30 mila euro al giorno. Secondo Isabella Ruggiero, presidente dell’Associazione Guide Turistiche Abilitate (AGTA), «sarebbe sbagliato vedere nelle attività su strada un lavoro di ripiego: le agenzie di piazza hanno un alto livello di organizzazione, decine di collaboratori, carte di credito. Un giro di affari di milioni, parte dei quali in nero»[3].

Questo malcostume, oltre a essere disonesto, ha una ricaduta immediata sugli altri turisti e sulle guide abilitate che spesso li accompagnano: gli ignari che acquistano l’ingresso dai bagarini vengono, infatti, riuniti in grandi gruppi che, scortati ai tornelli d’ingresso da brutti ceffi con cui non si desidera litigare, vengono di prepotenza fatti passare avanti ai gruppi regolarmente in fila. In questo modo la fila rallenta, e il monumento va in over al punto che, allo scatto delle 3 mila presenze consentite al suo interno, è necessario chiuderne l’accesso finché la folla non è defluita. Di un tour “legale” dell’area archeologica centrale, generalmente pensato per durare circa tre ore, la metà va sprecata in questo modo. As a result, la guida abilitata, di solito uno storico dell’arte o un archeologo a partita iva reclutato da agenzie che sottopongono il lavoratore a un rigoroso sistema di rating aritmetico basato sulla votazione dei clienti, trovandosi suo malgrado a interpretare l’interfaccia del servizio, riceve una bassa votazione, vedendo così abbassare drasticamente la media del suo rating stagionale di modo che, poi, non raggiungendo il punteggio richiesto, perde lavoro. Lavoro che, almeno prima della pandemia, gli dava da vivere. A coronamento di tutto ciò, va annotato che spesso le agenzie in questione hanno sede fiscale all’estero. La guida abilitata è dunque un professionista freelance che esercita in virtù di un’abilitazione rilasciata su titoli ed esami dallo Stato italiano ai suoi vari livelli locali; che paga regolarmente le tasse; ma che poi, costretto al cottimo presso privato, dallo Stato non viene protetto.

Il patrimonio culturale: da bene comune a industria

In una generale riflessione sulla valorizzazione del patrimonio culturale e sul turismo a Roma (tema, quest’ultimo, comprensibilmente ritenuto da alcuni profano rispetto alle esigenze del primo, ma anche per questo da ripensare urgentemente) possono essere considerati diversi aspetti fondamentali. Su alcuni, più tecnici, mi soffermerò alla fine di questo intervento. Il primo e fondamentale aspetto, invece, è quello legato ad alcuni caratteri della «risorsa» stessa, il patrimonio, che ci permettono di interpretarlo e di reimpostare alcune priorità.

Quando con legge 410/2001 si avviava una cartolarizzazione del patrimonio pubblico con costituzione della Patrimonio S.p.A., molti commentatori (Salvatore Settis[4] tra i più vigili) rilevarono il pericolo dell’accezione degenere che il termine aveva preso nel linguaggio politico accanto a espressioni come «petrolio», «miniera», «gioielli» o «beni di famiglia»; ma «patrimonio culturale» resta la locuzione più valida, una volta precisato il suo significato, la responsabilità e l’opportunità che comporta, non soltanto per descrivere l’insieme e la reciproca relazione degli elementi (musica, letteratura, opere d’arte e architettura in intimo legame con il paesaggio e con la storia) ai quali in passato istituzioni, città, individui, popolo hanno dato importanza; ma anche per ricordare di avere ricevuto un legato e con esso un inestimabile bagaglio di concetti, simboli, correlazioni, riferimenti e confronti filosofici, politici, estetici; scoperte scientifiche, invenzioni poetiche, storie di uomini e comunità; insomma: parole e immagini infinite per esprimere le nostre emozioni o concepire nuove percezioni in una lingua condivisa. A questo significato (cui bisognerebbe far corrispondere la capacità di attivare senso civico e conoscenza, uniche forme identitarie in cui valga la pena di immedesimarsi e trovare un comune denominatore affratellante, a dispetto di poveri campanilismi e letti di alloro) si contrappone un miope, incoerente e talvolta disonesto sfruttamento caratterizzante l’industria del turismo e che ha l’effetto di manipolare e ammutolire una portata che non esito a chiamare politica, rivoluzionaria, utopica espressa dal nostro patrimonio.

Una portata che doveva scorgere Cola di Rienzo, che «molto usava Tito Livio, Seneca e Tulio e Valerio Massimo. Molto li delettava le magnificenzie de Iulio Cesari raccontare» e che «tutta dìe se speculava nelli intagli de marmo li quali iaccio intorno a Roma. Non era aitri che esso, che sapessi leiere li antiqui pataffii. Tutte scritture antiche vulgarizzava. Queste figure de marmo iustamente interpretava. Deh, como spesso diceva: Dove soco questi buoni Romani? Dove ène loro summa iustizia? Pòterame trovare in tiempo che questi fussino!»[5]. Che rivendicava Giambattista Piranesi: «L’assuefazione, in cui sono di esaminare i residui della grandezza Romana, e di cercare ne’ Libri di que’ fieri Repubblicani i loro usi, costumi, e spirito, mi ha data questa nobile idea della libertà»[6]. Che, in termini certamente meno ingenui, ricordava Roberto Longhi verso la fine della seconda guerra mondiale, individuando nello studio della storia dell’arte una fondamentale utilità civile: «La storia dell’arte che ogni italiano dovrebbe imparar da bambino come una lingua viva (se vuole avere coscienza intera della propria nazione): serva, invece, e cenerentola dalle classi medie all’università; dalle stesse persone colte considerata come un bell’ornamento, un sovrappiù, un finaletto, un colophon, un cul-de-lampe di una formazione elegante»[7].

Di contro, si assiste all’impercettibile ma profonda trasformazione del patrimonio culturale da eredità comune a oggetto di un potere di acquisto e di consumo nell’ambito di una generale conversione della città all’industria culturale, nuovo settore produttivo teso a creare e commercializzare beni simbolici. La storia dell’arte come bell’ornamento, come passatempo borghese, appunto. Il pericolo di quella che è stata definita una «terza rivoluzione industriale» non è teorico né ideologico. Spero che molti ricordino quando, in occasione della magnifica mostra del 2017 su Gian Lorenzo Bernini, fu prestata alla Galleria Borghese la statua di Santa Bibiana, proveniente dalla omonima chiesa parrocchiale all’Esquilino, a soli quattro chilometri di distanza: al momento di ricollocarla nella sua sede, durante il trasporto l’anulare destro della statua fu accidentalmente spezzato, e il danno denunciato solo qualche tempo dopo dal professor Giovan Battista Fidanza che aveva condotto in visita alla chiesa alcuni studenti del suo corso di storia dell’arte moderna a Tor Vergata. Al di là dell’increscioso apologo, è insano che un’opera concepita per funzionare (uso a proposito questo termine) nel luogo dove da sempre è gratuitamente accessibile a tutti (il tempio voluto da Urbano VIII per il giubileo del 1625 sul sacello che custodiva il corpo della martire protocristiana, e costruito dallo stesso Bernini alla sua prima esperienza architettonica) e che conserva quasi intatti tutti i suoi elementi costitutivi (la collocazione originale; il contesto architettonico e sociale; il suo rapporto con la pregevole decorazione parietale realizzata da due maestri come Agostino Ciampelli e Pietro da Cortona di cui la statua è l’epilogo narrativo) sia stata estrapolata e portata altrove. Non solo perché è stato violato, così, un insieme organico che costituisce l’integrità dell’opera d’arte (e non sto parlando della sua integrità fisica); ma anche perché si è operata un’estrazione «colonialista» da un’area della città turpemente trascurata dove invece si potrebbe creare un distretto storico-artistico e archeologico sensazionale: via Giolitti, dove la chiesa una volta circondata di vigne si annida oggi sotto una delle metafisiche torri del futurista Angiolo Mazzoni ai lati della Stazione Termini (1939-40) creando un cortocircuito di indefinibile bellezza; poco più in là, il ninfeo noto come tempio di Minerva Medica da cui provengono pregevoli sculture oggi nelle sale dei Musei Capitolini; e, sulla stessa direttrice, l’incredibile addensamento stratigrafico di Porta Maggiore. Si pensi solo, relativamente a questo ganglio urbano, alla basilica sotterranea, sconosciuta alla maggior parte dei romani: un luogo di culto neopitagorico datato tra il 14 e il 52 d.C., di cui ancora si può leggere il raffinatissimo e complesso programma decorativo realizzato a stucco con immagini del suicidio per amore di Saffo, dei miti di Eracle, Ganimede, Persefone e Demetra, che ci narra i movimenti dell’anima in termini che si potrebbe osare definire freudiani, così vicini alle suggestioni della psicoanalisi. Un sito unico nel suo genere, che miracolosamente resiste sette metri sotto il livello della strada tra Piazzale Labicano e Via Prenestina, sotto la ferrovia, e che apre solo poche volte all’anno a qualche visitatore, a causa dei delicatissimi e perenni problemi conservativi. E di qui, si potrebbe proseguire sulla via Prenestina con i suoi mausolei e necropoli che si alternano al MAAM, fondato in un ex salumificio occupato, verso l’antica città di Gabii; o sulla via Casilina, dove resiste il Mausoleo di Elena da cui proviene il formidabile sarcofago in porfido trasportato in Vaticano nel 1777, e che con la struttura architettonica della sua cupola dà il nome a Tor Pignattara.

Ecco un’occasione colpevolmente mancata. Anziché rapire una statua dal suo contesto, per condurla come una mannequin su una lussuosa ma affollata passerella, si doveva condurre a essa i visitatori. Avere presente (anche per questo bisogna studiare la storia dell’arte) che una statua di Bernini, come qualsiasi opera d’arte, non è mai un assoluto ma una parte, un rapporto: altrimenti, semplicemente, non funziona; e che anche la realtà urbana, sociale e antropica cresciuta intorno a quest’opera si deposita su di essa e ne diviene sostanza. Ciò avrebbe consentito un passo verso la riscoperta di un’area importante, enfatizzando i nuovi sensi prodotti dal contesto moderno, e avrebbe potuto avviare un dialogo tra il centro e la cittadinanza. Questo, non la creazione di plusvalore da un monumento, è il giusto significato della parola valorizzazione.

Se iniziamo a guardare la città dal punto di vista che ho cercato di evocare raccontando della villa di Faonte o del dito di Santa Bibiana (ma le storie di questa città sono infinite, sorprendenti), emerge l’irrilevanza di una rigida dicotomia tra centro e periferia. La cosiddetta periferia romana è abitata dalla maggior parte dei cittadini, e si estende in realtà alla provincia immediatamente limitrofa da cui con grande difficoltà, dovuta all’inadeguatezza del trasporto pubblico, si spostano ogni giorno migliaia di pendolari che lavorano o studiano in città[8] (molti dei quali sono «provinciali» di prima generazione figli di romani sospinti fuori dal raccordo per l’aumento del costo della vita); considerando la definizione di «periferia» dal punto di vista della distribuzione del patrimonio storico-artistico e archeologico, ci avvediamo che la rete che abbiamo ereditato e di cui siamo abitanti attivi oltre che custodi (pensiamo alla Roma antica con il suo sistema di ville suburbane, alla via Appia e le altre vie sepolcrali) era storicamente ben più capillare e interconnessa, e più estesa rispetto al centro storico orbitante intorno al «punto zero» del Foro Romano o del Campidoglio o a quello delimitato dalle Mura Aureliane, i prestigiosi musei all’interno delle quali custodiscono la gran parte delle statue, delle epigrafi, dei sarcofagi, dei rilievi e altri manufatti e testimonianze provenienti dalle aree che ho menzionato così come da altre della cosiddetta periferia romana. La Villa dei Quintili, la Caffarella, il Quadraro, Roma Vecchia, Casal Rotondo, Tavolato, Cecchignola: sono solo alcune delle aree da cui, a partire dal XV secolo in modo sempre più sistematico, il collezionismo della corte pontificia, dei nobili, dei romani abbienti e da ultimo, tra il XVIII e il XIX secolo, della famiglia Torlonia, ha estratto un patrimonio di scultura antica impressionante per qualità e quantità. E poi, ancora, Tor Marancia, Torre Spaccata, Tor Sapienza, Acquatraversa, Frattocchie, Prima Porta, Grottarossa: toponimi che vale la pena di citare semplicemente per dare la misura di quanto luoghi che nel nostro immaginario sono periferici e popolari, fossero in realtà ricchi e prestigiosi.

L’invenzione del centro (e, per converso, della periferia) nasce da questa storia che, però, può essere intelligentemente reinterpretata e trasformata. Ma ciò va fatto senza permettersi ingenuità, con una consapevolezza continua e non episodica e strumentale. Perché gli argomenti siano stringenti e le istanze di cambiamento – un cambiamento importante e difficile – portate avanti con tenacia. Perché anche i tentativi più lodevoli non restino intrappolati in questa dicotomia, come il meritorio progetto di un museo archeologico a Corviale proposto da Giorgio de Finis, che nel 2020 prevedeva di spostare in quell’edificio il Galata morente dei Musei Capitolini (in realtà proveniente dagli Horti Sallustiani nell’attuale rione Ludovisi, e dunque irrelato a Corviale tanto quanto alla sede attuale); perché non rischino di rivelarsi estemporanei, soprattutto se non connessi a un sistema di trasporto pubblico adeguato e ad altri interventi politici e urbani a monte.

Del resto, se attribuiamo a «periferia» un significato relativo all’incuria del patrimonio e all’investimento sulla sua fruizione e valorizzazione, ci rendiamo conto che tale realtà si materializza a macchia di leopardo indistintamente anche nel «centro». Un esempio è rappresentato dal sistema Colosseo-Palatino-Foro Romano, che nel 2019 ha attratto oltre sette milioni di visitatori: ben lungi dal rappresentare per questo un nucleo irradiatore di energia per il turismo e il patrimonio (e oltre a essere scenario principale della situazione che ho descritto in apertura), l’area archeologica centrale è come un buco nero che fagocita il potenziale delle rilevanze storico-artistiche e archeologiche circostanti. Sono note, purtroppo, le disperanti condizioni di abbandono in cui versano il vicino Ludus Magnus, il Colle Oppio, il Celio con il suo sistema di chiese paleocristiane e medievali, e l’Antiquarium. Mentre per il controverso restauro dell’arena dell’anfiteatro sono stati stanziati 18,5 milioni di euro[9].

Sul versante dell’iniziativa privata, poi, alcuni millantati progetti di riqualificazione urbana nel segno del mecenatismo e del capitalismo illuminato non offrono esempi più incoraggianti. Pensiamo all’area del Foro Boario, dove da pochi anni ha aperto Rhinoceros, un palazzo già casa popolare acquistato dalla Fondazione Alda Fendi-Esperimenti: il proposito di un’azione sul limitrofo Arco di Giano si è risolto nella fugace comparsa di un grande rinoceronte di plastica ai piedi di quel monumento del IV secolo d.C. temporaneamente illuminato da luci rosse LED e ora tornato preda di erbacce e sporcizia, mentre nel palazzo si svolge un programma di piccole e pretestuose mostre senza rapporto con la realtà circostante ed è stato aperto un esclusivo ristorante dal nome Entr’acte – le Resteau de la Galerie, che offre le solite minuscole porzioni di guanciola brasata, pak choi e carote all’anice stellato composti nel piatto come un quadro di Mirò. A pochi metri, a ridosso della chiesa di San Giorgio in Velabro, dietro un’inferriata metallica, si consuma nell’incuria l’Arco degli Argentari, la porta architravata dedicata nel 204 d.C. dai commercianti della zona all’imperatore Settimio Severo e alla sua famiglia: nelle decorazioni interne, si possono ancora notare, accanto ai ritratti di Caracalla e di sua madre Giulia Domna, le figure abrase di Geta e della povera Plautilla, rispettivamente fratello e sposa di Caracalla, incorsi in una crudele damnatio memoriae che ricorda la censura delle immagini fotografiche nell’Unione Sovietica di Stalin.

Patrimonio vs turismo

Come anticipavo all’inizio, se ci occupiamo di patrimonio e turismo, e di un possibile equilibrio tra essi (riflessione resa ancor più doverosa dalla recente separazione tra il ministero della Cultura e quello del Turismo, realizzata dal governo Draghi), sono da considerare anche alcuni aspetti più tecnici ed economici.

Si sente dire spesso che «il turismo genera lavoro»; che «il turismo è una risorsa». La prima affermazione è certamente vera, ma abbiamo visto che si tratta, spesso, di lavoro non sufficientemente tutelato: ho già accennato alle condizioni imposte da alcuni soggetti; c’è poi il problema dell’inquadramento fiscale e contributivo delle figure professionali coinvolte, la minaccia di un dumping tariffario rappresentato da coloro che cedono alle condizioni offerte da grandi agenzie in grado di monopolizzare il lavoro, e alcune nicchie di ingiustizia e ingovernabilità che in generale manifestano la mancata immedesimazione tra patrimonio, cosa pubblica e lavoro che pure troverebbe fondamento nella nostra Costituzione. Per evitare tutto ciò, lo Stato non deve soltanto vigilare: potrebbe farsi soggetto attivo, datore di lavoro; invece, più spesso, sembra che in nome del liberismo economico da una parte e della sussidiarietà dall’altra, questi assuma il ruolo di facilitatore di imprese private o fondazioni non-profit.

Veniamo al turismo come «risorsa»: la verità, come da più parti si sta sottolineando, è che «la risorsa non è il turismo. La risorsa sono le città, i territori, i beni culturali, i monumenti, i musei, i siti archeologici e naturali, il patrimonio pubblico. Con la logica del turismo petrolio d’Italia questo patrimonio viene sfruttato, più che fruito, come un giacimento, per ricavarne profitti. L’economia del turismo è un’economia estrattiva, che estrae valore dalla risorsa»[10]. Quando il turismo si configura prettamente come industria, uno dei risultati è che le risorse vengono sfruttate intensivamente a discapito delle funzioni urbane e di cittadinanza. Ad esempio, non è conveniente investire sulla valorizzazione di altre mete al di fuori di quelle sfruttate del centro. È in questo modo che la mappa del turismo e delle sue priorità stravolge la fisionomia della città e del patrimonio nella sua reale distribuzione.

Inoltre, come emerge da uno studio condotto e pubblicato da Banca d’Italia[11], il turismo ha dei costi sociali e materiali associati alla congestione e all’uso intensivo delle risorse naturali e del patrimonio. Costi che dovrebbero essere coperti dall’economia generata da questa «industria». Mentre, abbiamo visto, grandi introiti vengono inghiottiti dall’evasione fiscale, restando sommersi e dunque non investibili in servizi, tutela e valorizzazione. Lo stesso fenomeno di depauperamento e la dispersione di introiti nell’economia al nero si riscontra, del resto, su un altro versante della stessa industria, quello dell’accoglienza: è il caso ultimamente studiato di AirBnB, per il quale accenno qui alla sola tassa di soggiorno, pensata per risarcire la città del fisiologico logorio provocato dai flussi turistici e del relativo costo di manutenzione e servizi: il gettito perso dal Comune per il mancato pagamento di questa tassa in strutture «fantasma» è stato calcolato sui 45 milioni di euro all’anno[12].

Il risultato più immediato è la carenza dei servizi e della qualità della vita cittadina, che insieme al generale disagio degli abitanti e dei suoi lavoratori, alla mancanza di controlli capillari sull’abusivismo, e all’abbassamento della qualità degli esercizi commerciali e di ristorazione fa di Roma (una città dal patrimonio complesso e ricchissimo, che tutti avrebbero il diritto di conoscere, ma che richiede tempo e amore per essere scoperta e capita) una meta dove non si torna una seconda volta, relegandola al famoso e deprecabile «turismo mordi e fuggi» limitato a pochi landmarks e must-see sottoposti a usuranti flussi turistici a discapito di altre aree pressoché ignorate.

Si chiude così questo circolo vizioso, che è ora necessario invertire intervenendo sui tre anelli che lo compongono: turismo, patrimonio, lavoro.


[1] Decimo Giunio Giovenale, Saturae, X, 68-71.

[2] Delibera dell’Assemblea Capitolina n. 43/2019 di Roma Capitale consultabile al seguente link: bit.ly/3ha4RvU.

[3] Laura Larcan, “Acchiappaturisti, un business da trecentomila euro al giorno”, Il Messaggero, 11 luglio 2019, disponibile al seguente link: bit.ly/3rkuZJc.

[4] Salvatore Settis, Italia S.p.A. L’assalto al patrimonio culturale, Einaudi, 2002.

[5] Anonimo romano, Cronica, ed. cons. BUR, 1991, cap. XVII.

[6] Lettere di Giustificazione, Roma, 1757.

[7] Lettera a Giuliano Briganti, in Opere complete, 13° vol., Sansoni, 1985, p. 129.

[8] Dati, mappe e considerazioni sul rapporto tra centro e periferia nella città metropolitana si trovano nel sito https://www.mapparoma.info e nel volume Le mappe della disuguaglianza. Una geografia sociale metropolitana di Keti Lelo, Salvatore Monni e Federico Tomassi, Donzelli Editore, 2019.

[9] “Il progetto per un nuovo, vecchio Colosseo”, Il Post, 3 maggio 2021, bit.ly/3fuILDN.

[10] Sarah Gainsforth, Oltre il turismo. Esiste un turismo sostenibile?, Eris Edizioni, 2020, pp. 30-31.

[11] Raffaello Bronzini, Emanuele Ciani, Francesco Montaruli, «Tourism and local growth in Italy», in Questioni di Economia e Finanza (Occasional Papers), n. 509, disponibile al seguente link: bit.ly/3pddmc8.

[12] Sarah Gainsforth, Airbnb città merce. Storie di resistenza alla gentrificazione digitale, DeriveApprodi, 2019.

FOTO: MAURIZIO BRAMBATTI / ANSA / KLD



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