Ucraina: Macron ha scelto il Big Business, mentre Draghi vola a Washington

I costi dell’azzardo putiniano si stanno rivelando pesanti per la comunità internazionale degli affari e Macron se ne fa interprete. Lo stesso si può dire per Mario Draghi?

Pierfranco Pellizzetti

Osservando i recenti passi di Emmanuel Macron, le fils ainé (ossia primogenito, dunque prediletto) della Banca (e della Massoneria) francese, si potrebbe desumere che qualcosa stia maturando nella percezione relativa all’invasione putiniana dell’Ucraina nell’intelletto complessivo della comunità internazionale degli affari. Ambiente nei cui confronti il titolare del semestre di presidenza d’oltralpe nell’Unione europea mantiene una particolare sintonia. Il cambiamento di clima che – tuttavia – ben 13 paesi membri su 27 dimostrano di non aver ancora avvertito e tantomeno compreso.

La svolta contenuta nell’affermazione macroniana che “l’Europa appoggia Kiev ma non è in guerra con Mosca”, più ancora del vago riferimento visionario alla creazione di un circuito esterno all’Ue sotto forma di “Comunità politica europea”, che associ i paesi che vogliono aderire all’Unione (Ucraina, Moldavia, Georgia e i Balcani occidentali) oltre al Regno Unito che ne era fuoriuscito grazie alla Brexit.

Tale Comunità, basata sulla condivisione dei valori liberal-democratici (non così popolari neppure tra i soci dell’Est nel club con sede a Bruxelles e Strasburgo), rilancerebbe la vecchia proposta di François Mitterand del 1989, che intendeva includere anche la Russia, e continua ad apparire elucubrazione abbastanza acrobatica; una boutade parigina da rive gauche, molto brillante ma poco praticabile.

Quello che conta è l’interpretazione della connection a cui fa evidentemente riferimento l’ammorbidimento tanto della linea dura nei confronti dell’invasione come della determinazione nella politica sanzionatoria (“non fare arrabbiare troppo la Russia”. Ergo, il Cremlino). Visto il profilo politico e le frequentazioni prioritarie di chi se ne fa promotore, si può arguire che se i costi dell’azzardo putiniano si stanno rivelando pesanti per la Russia (un’inflazione ufficiale che cresce al 16% e chissà di quanto quella reale; oltre ai danni psicologici e materiali di un crescente isolamento) tali prezzi da pagare diventano insostenibili anche per la comunità internazionale degli affari. Per capirlo basta fare la prova anche dalle nostre parti: se ne parlate con l’imprenditore liberal nostrano vi dirà che è ora di finirla con la testarda resistenza di Zelenski e i suoi, che impedisce il ripristino delle forniture energetiche oltre alla riapertura di mercati preziosi per il nostro export, dalle calzature ai macchinari, all’abbigliamento. Un business italiano che si aggira sui 7 miliardi di euro, soprattutto prezioso in una fase economica di stanca quale quella attuale.

Macron ha capito tutto e se ne fa interprete. Lo stesso si può dire per Mario Draghi?

Il nostro premier – e con lui l’Italia – si trova tra color che stan sospesi, data la sua congenita subalternità agli Stati Uniti, che oggi perseguono la tutela di ben altri interessi. In primo luogo quello di continuare a fiaccare il regime putiniano, impelagato in un attacco improvvido prima ancora che insensato ai grandi spazi ucraini e alle loro città che brulicano di potenziali guerriglieri urbani armati fino ai denti.

Dunque, Draghi si trova messo in mezzo – come molti altri governanti europei (perfino lo stesso presidente Zelensky, tentennante sulla Crimea) – dal dover scegliere tra i richiami di due amori contrastanti: l’Impero o il Big Business? Ossia i punti di riferimento cardinali – ora divergenti – della sua intera carriera di algido banchiere. Forse cosa prevarrà lo si potrà capire dopo l’incontro con il presidente Biden. Dai (molto ipotetici) livelli di autonomia manifestati nei confronti della Casa Bianca.

Quanto ormai appare acclarato in questa partita a scacchi sulla pelle del popolo ucraino è l’assoluta estraneità rispetto alle dinamiche reali dei fondamentalismi contrapposti, che da oltre due mesi e in tutti i talk show vorrebbero imporci l’etica dei fini ultimi come metro esclusivo delle nostre valutazioni. Da un lato gli atlantici a oltranza – i Fabrizio Rondolino, i Gianni Riotta e gli Aldo Grasso – che si immedesimano con entusiasmo nel ruolo di delatori nella nuova caccia alle streghe stilando le loro imbarazzanti liste di proscrizione. Dall’altro, la nebulosa rosacea e dal vago sapore dolciastro dei non-violenti, che chiamano “pace” la condivisione da parte di un popolo martoriato della loro vocazione al martirio (con la piccola differenza che quello rischia moltissimo e loro proprio niente). In entrambi i casi uno spettacolo indecente quanto irreale. Mentre Putin e Biden, eterni infantilizzati, si rivelano Rimba che giocano a fare Rambo. E ancora una volta diventano profetici i versi di Bertolt Brecht: “chi sta in alto dice:/ si va verso la gloria/. Chi sta in basso dice:/ si va verso la fossa”.

Intanto i signori del denaro proseguono a salmodiare la loro preghiera: “capitale nostro che stai in Occidente/ sia santificato il tuo tasso di interesse”.

 

(credit foto EPA/CHIGI PALACE PRESS OFFICE/FILIPP)



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