Ucraina: perché non ha senso disquisire del passato

Parlare oggi degli errori del passato non fa che aiutare Putin, indebolire la resistenza ucraina e rendere meno efficace la forza deterrente della pressione dell’opinione pubblica mondiale.

Enzo Marzo

L’articolo che segue è uscito su nonmollare, quindicinale post azionista on line, di cui Marzo è direttore.

Nel 1919 il liberale Keynes, il massimo economista del secolo scorso, membro della delegazione britannica, come rappresentante economico del Tesoro, partecipò alla elaborazione del Trattato poi firmato a Versailles che concluse la prima guerra mondiale. In tale occasione fu testimone di un clamoroso errore politico degli inglesi e soprattutto dei francesi che, nonostante le sue personali rimostranze, non sentirono ragioni e decisero delle misure economiche estremamente punitive contro la Germania. Keynes abbandonò il suo incarico e scrisse un libro, Le conseguenze economiche della pace, che ottenne un successo mondiale. Naturalmente la storia confermò le analisi di Keynes: quello sbaglio era stato determinante per portare al nazismo e quindi alla seconda guerra mondiale. Nel settembre del 1939, in seguito all’invasione hitleriana della Polonia, l’Inghilterra entrò in guerra. Si confermò che l’economista aveva avuto ragione, Keynes avrebbe quindi potuto scrivere un bell’articolo, rivendicando quella ragione e sferrando un duro attacco ai suoi compatrioti e ai francesi.

Però era cambiato il contesto. Non si trattava più di dissertare su errori e omissioni. Non era in corso una discussione accademica tra storici. La realtà era cambiata radicalmente: si trattava di combattere il nazismo. Non mi risulta che a Cambridge i professori si siano messi a disquisire sulle motivazioni della Germania sorbendo il tè sui divani, mentre Hitler bombardava Londra, né che i dibattiti sulla stampa abbiano discusso il fatto che Chamberlain e Lloyd George avevano fatto un enorme sbaglio venti anni prima. I giornali pubblicavano invece lunghi elenchi dei morti in guerra. Nemmeno gli Stati Uniti, che non avevano ratificato Versailles per ragioni simili a quelle esposte da Keynes, fecero recriminazioni. Forse perché non erano provinciali. Capivano che il problema in quel momento era tutt’altro. Punto e basta.

Il contesto. Sembra che a molti non interessi. In Italia ancora non c’è una totale percezione che un

Paese (la Russia di Putin) ha invaso un Paese sovrano, membro delle Nazioni Unite e con il pieno diritto di stabilire la sua politica estera e quali alleati scegliere. (Addirittura un generale italiano, tale Fabio Mini, nomen omen, sul Fatto del 6 marzo, dopo 14 giorni di bombardamenti e di carneficine, ci ha rivelato: «Non è ancora guerra. Per adesso è battaglia di sola propaganda». Il che spiega esaurientemente perché abbiamo avuto Lissa e Caporetto, El Alamein e Adua).

Aspettando che “cominci” la guerra, molta stampa, alcune forze politiche e i soliti professorini in fregola di visibilità sprecano voce e un mare di inchiostro per vivisezionare gli errori compiuti negli ultimi decenni da quello che viene chiamato, un po’ grossolanamente, “Occidente”, e non si accorgono di ripetere pedissequamente la propaganda putiniana. Ugualmente, anche storici eminenti come Canfora, rifondaroli non pentiti, sono talmente abituati nella loro testa a identificare lo Stato con il partito unico che mostrano di non sapere che Paesi con istituzioni democratico-liberali possono avere varietà di politiche, anche non liberali. Come hanno, nel loro interno, partiti con valori anche opposti. Politiche e partiti che sono sottoposti al giudizio elettorale. Cosi negli Usa può accadere che si mandi a Washington Roosevelt o ma anche la famiglia Bush o Trump. Si tratta della democrazia, che ha mille difetti, ma è sempre meglio dello stalinismo e del putinismo. Non è tutta la stessa minestra: per esempio, è difficile, se non al bar dello sport di Rifondazione, definire liberali i due presidenti Bush e Trump, e la loro politica. Nello stesso bar si definisce “liberale” persino Berlusconi.

Ovviamente ogni sragionamento ha l’immancabile premessa ipocrita nella formula: “La scellerata invasione del dittatore eccetera”. Seguita immediatamente dal: “Ma…”. E con quel “ma” non ci si rende conto di trasformare (nella migliore delle ipotesi) le “motivazioni” in “giustificazioni”. Nel frattempo la Russia bombarda e fa stragi. Orbene, cari amici, vi do una notizia: siamo in guerra, l’invasione è in atto. Con alcune disdicevoli conseguenze. Vi sembra il caso, il tempo e l’occasione per disquisire sul passato? A che pro, se non per aiutare Putin, indebolire la resistenza ucraina e rendere meno efficace la forza deterrente della pressione dell’opinione pubblica mondiale? Non sentite il rumore delle bombe? Non capite che oggi la situazione non è quella di un mese fa?

Da anni Putin, con una chiarezza che solo i nostalgici dell’Unione Sovietica non percepiscono, scrive e ripete in ogni occasione due concetti (vedi intervista di Putin sul Financial Times e il saggio di sua mano del luglio del 2021 sulla Madre Russia). Uno: il suo nemico è l’abbinata democrazia+liberalismo. Due: il compito che si assegna è di ridisegnare la geografia della Russia e di restaurare lo spirito imperialista di Pietro il Grande e di Stalin per ritornare alla mappa dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Non possiamo rimproverare a Putin sotterfugi e ambiguità. Da tempo dichiara quello che vuole. Come peraltro chiaro fu Hitler. Si tratta di non farsi ciechi e sordi ancora una volta.

Non voglio contraddire il mio assunto e quindi non giudico le politiche di Usa e Ue. C’è stato tempo e ci sarà tempo. Oggi siamo in mezzo a una guerra voluta fermamente da Putin con evidenti scopi imperialistici, a meno che non si faccia propria le tesi ridicola spacciata dal Cremlino che la Lituania rappresenta una minaccia mortale per la Russia e che l’Ucraina, volendo aderire all’Unione Europea (ed è suo sacrosanto diritto desiderarlo, essendo finora uno Stato sovrano) rivela il fosco disegno di invadere la Russia. Stando ai fatti, la Nato non ha mai fatto partire missili contro San Pietroburgo, mentre la Russia sta bombardando Kiev. Siamo quindi ad argomentazioni pretestuose fino al ridicolo. Comunque smentite dalla realtà.

Il conflitto in corso ha messo in moto tre reazioni inaspettate dai più: la resistenza degli ucraini, (la “realtà” cruda dell’invasione putiniana si è andata ad aggiungere al più che giustificato e profondo risentimento per l’eccidio di milioni di ucraini provocato dai russi di Stalin negli anni Trenta); l’inedita reazione soprattutto dell’Unione Europea che finora non aveva mai mancato di proiettare di sé una immagine di disunione e di debolezza; e, infine, l’insorgenza di fatto di un “paradigma” che non ha precedenti. Abbiamo un conflitto ibrido, composto da due scenari contestuali e paralleli: uno scontro, armi in mano, tra chi invade un Paese sovrano e un popolo che dimostra con chiarezza la volontà di resistere all’invasione, e una massiccia reazione della comunità internazionale (alcuni astenuti e a favore di Putin Eritrea, Siria e Corea del Nord, figuriamoci) che si avvale di due armi micidiali: l’economia e la pubblica opinione mondiale. In un mondo globalizzato forse Putin ha sottovalutato il valore dei rapporti economici e la forza deterrente del disprezzo e dell’isolamento duraturo e totale.

Chi soccomberà prima? Non siamo profeti, e non possiamo fare che poco, ma questo poco consiste nello stare fermi sulle proprie posizioni, nel non avere dubbi su quale fronte siamo collocati, nel non dare armi dialettiche all’avversario, nel non sbracare sui valori, perché ci sono valori più importanti della retorica della pace a spese altrui. Almeno cerchiamo di non essere demagoghi come Landini quando strilla in piazza: «Errore inviare armi, rischio è alimentare conflitto», «La guerra non si ferma con altre guerre e inviando altre armi al popolo ucraino. È il momento di fare trattative diplomatiche. È il momento del disarmo». Il conflitto ha due componenti, ma la guerra è una sola, ed è una guerra di invasione. Vorremmo sperarlo, ma non siamo sicuri che Putin fermerà questa guerra impressionato dalle parole del segretario generale della Cgil, e disarmerà le forze di occupazione. E se non lo farà, sembra suggerire l’irresponsabile Landini, almeno disarmiamo o condanniamo a una più rapida catastrofe l’esercito che è costretto alla Resistenza (concetto di cui ha smarrito la memoria persino l’Anpi). Landini pensa davvero che non siano in corso trattative diplomatiche? Ma purtroppo per ora sono solo formali, è evidente che Putin la guerra vuole vincerla, e vincerla significa annettersi in un modo o in un altro l’intera Ucraina, spazzare via i suoi rappresentanti eletti e soprattutto affermare il suo diritto di riprendersi le Repubbliche ex sovietiche. Nonché il suo diritto-pretesa di tenere armati i confini nel suo versante russo e disarmati quelli nel versante opposto. Questa non è pace, è semplicemente resa. Basta dirlo, senza ipocrisia.

Credit foto: Kyiv (Kiev), 9 marzo 2022. Alcune persone assistono alla performance della Kyiv-Classic symphonic orchestra. ANSA EPA/ZURAB KURTSIKIDZE



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