Il dibattito sull’Ucraina e la frammentazione della sinistra in tribù irrilevanti

Le discussioni laceranti sull’invasione dell’Ucraina dimostrano che un soggetto complessivo identificabile come “Sinistra” non esiste più.

Pierfranco Pellizzetti

La questione del giudizio sull’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo impegna da due mesi in estenuanti dibattiti le varie tribù stanziate nel vasto territorio che chiamavamo “Sinistra”; a differenza di destre – da Berlusconi a Salvini – mimetizzate e sottotraccia per ragioni pratiche quanto inconfessabili: far dimenticare le proprie lunghe e lucrose relazioni d’affari con il Cremlino e intermediari vari.

Discussioni soprattutto identitarie con effetti babelici, a dimostrazione che ormai un soggetto complessivo identificabile come “Sinistra”, non esiste più. Né potrà essere riportata mai più in vita con i connotati che ce l’avevano fatta riconoscere.

A partire dall’Ottocento centrati su un conflitto di classe che configurava gli schieramenti in campo nell’arena politica (lavoro versus capitale), oggi azzerati dalla transizione post-industriale; in cui – semmai – lo scontro sociale si concentra al vertice della piramide sociale nell’antagonismo tra globalisti e territorialisti (Big Business e Big Pharma transnazionali, in fuga nei paradisi fiscali, contro le nomenclature statali impegnate nel far loro pagare le tasse). Se nei bei dì del “Sol dell’avvenire” l’opzione di fondo a sinistra era il progresso, oggi è la Destra che cavalca l’opportunità tecnologica quale arsenale di strumenti per il controllo sociale e apporto decisivo all’obiettivo di liberarsi dal contrappeso rappresentato dal lavoro “vivo”, da sostituirsi con quello “morto” rappresentato dalle macchine della fabbrica automatizzata. Un trend dallo sfruttamento all’emarginazione che non può essere bloccato facendo ricorso a ipotesi socialiste, intese come controllo democratico dei mezzi di produzione, che lo spostamento delle produzioni nelle fabbriche (schiavistiche) dell’Estremo Oriente ha reso quantomeno anacronistiche. Insieme con l’elaborazione orientativa sussunta nel marxismo, che ora viene confinato nelle biblioteche tra i classici del pensiero politico, tra Machiavelli, Tocqueville e Max Weber.

Un cambio di prospettive che investe persino la questione cruciale dello Stato, un tempo avversato da sinistre internazionaliste e cosmopolite che ora lo rivalutano come indispensabile perimetro della socialità. Ed è in questo totale ribaltamento che si verifica la mutazione genetica del personale cresciuto “a sinistra”, fortemente attratto dalle dinamiche ritenute vincenti della globalizzazione finanziaria ad abbandonare il campo perdente del lavoro per acquartierarsi come caporalato del consenso sotto gli stendardi di quelli che erano i nemici di ieri; in base ai dettami della strategia di Terza Via propugnati dai Tony Blair e dai Bill Clinton. Mentre quanti non vorrebbero fare il salto della quaglia non trovano di meglio che eleggere a proprio punto di riferimento la voce critica della “globalizzazione indifferente” rappresentata da papa Francesco.

Ecco perché il campo della fu Sinistra si articola in una pletora di tribù incomunicabili, a seconda dei punti di riferimento scelti: filo-americani, papisti, nostalgici dell’URSS, neocapitalisti disincantati, politicamente corretti, Casta e così via. Niente che abbia a che spartire con la riflessione che dava un senso alla scelta politica e ideale di stare a sinistra: governare il cambiamento per costruire una società ispirata ai principi di Giustizia e Libertà. Con i conseguenti de cuius: cittadinanza, inclusione, eguaglianza, solidarietà, rispetto e tolleranza. E chi più ne ha più ne metta (diceva Salvatore Veca).

Il dibattito lacerante sui fatti di Ucraina è la migliore riprova della frantumazione che rende inafferrabile, al limite dell’insignificanza, la Sinistra. In cui ci si divide secondo criteri che verrebbe fatto definire di “mentalità”. Per cui è prevalente testimoniare la propria appartenenza a un gruppo come scelta identitaria. Così l’appello alla soluzione negoziale del conflitto, in assenza della disponibilità ad accedervi da parte dell’assalitore (anche perché se riconoscesse il fallimento dell’aggressione rischierebbe grosso, in termini di potere e magari di incolumità), diventa puro “pensiero desiderante” per ribadire la propria natura da anima bella (o piuttosto scelta del target sintonico a cui indirizzare i propri messaggi). Di converso la reiterazione a disco rotto di una presunta primazia valoriale dell’Occidente (a cui non crede più nessuno, specie negli altri Mondi) non è altro che un viatico alla collocazione nell’alveo che dà accesso ai piani alti della società. Espressioni di fede che, con la perdita di valori fondativi della Sinistra quali intransigenza e spirito critico, rivelano il diffondersi in questo spazio sempre più smarrito dello storico avversario rappresentato dal pensiero religioso. La cancellazione del valore della laicità.

(credit foto ANSA/MOURAD BALTI TOUATI)



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