Ulisse, Enea e i profughi di oggi

Una riflessione a partire da due libri, “Ulisse. L’ultimo degli eroi” ed “Enea lo straniero”.

Marilù Oliva

Giulio Guidorizzi, oltre a professore ordinario di Letteratura Greca presso l’Università di Torino, è uno dei più attenti studiosi del mondo antico e ha scritto diversi libri che spaziano dalla cosmogonia all’antropologia, fino al recente “Il grande racconto di Roma antica e dei suoi sette re”, uscito per Società editrice il Mulino.

Qui vorrei però parlare degli uomini da lui raccontati in due libri che, pur avendo la capacità d’analisi dei saggi, si delineano come romanzi, seguendo –soprattutto il secondo – l’andamento degli antichi poemi a loro dedicati: “Ulisse. L’ultimo degli eroi” (Einaudi, 2018) e “Enea lo straniero” (Einaudi, 2020).

Entrambi gli eroi giungono dal più celebre conflitto dell’antichità: quello che i Greci del XIII secolo a.C. portarono avanti per conquistare una città, Troia, molto vicina all’odierna Istanbul. Una guerra lunga – durò dieci anni- e logorante non solo per i protagonisti, ma anche per i popoli vicini a Troia e per le famiglie che attendevano gli offensori a casa. Perché, intanto, mentre questi soldati si estenuavano in quotidiane battaglie che insanguinavano il fiume Simoenta, in Grecia i troni lasciati vuoti diventavano preda succulenta per potenziali usurpatori e il potere degli antichi re vacillava.

L’eroe omerico e quello virgiliano sono due figure di rottura rispetto ai personaggi epici precedenti – Achille, Agamennone, gli Aiaci – fondamentalmente perché al posto della forza bruta, del’ira sconsiderata e del livore cieco portano avanti altri sentimenti: il rispetto, la pazienza, la perseveranza. Ulisse, poi, si arricchisce di un repertorio di talenti inediti che Guidorizzi sottolinea fin dalle prime pagine del suo libro e che hanno a che fare con lo sfolgorante scintillio della sua mente, perché, oltre a essere polytropos – ovvero in grado di volgersi e trasformarsi a seconda della situazione, trovando sempre il modo più intelligente per affrontare le avversità – il figlio di Laerte sa trovare una soluzione in ogni frangente:

«Ulisse si vantò di essere un polyméchanos, uno che sa trovare sempre la via, e sempre aveva trovato la via migliore per tutti noi. Senza di lui non avremmo mai preso Troia»

Se Enea è un profugo, Ulisse è un guerriero stanco che sogna di tornare in patria e quando lo incontriamo per la prima volta è prigioniero in una terra non sua da cui desidera soltanto fuggire, l’isola di Calipso. La storia la conosciamo: il mare e l’avversità di Poseidone lo tengono in balia di alterne vicissitudini per un totale di dieci anni (di cui sette trascorsi, per l’appunto, con Calipso, suo malgrado). E una volta approdato a Itaca, vi arriva quasi da esule, perché non si palesa, si camuffa da mendicante, deve studiare il modo di neutralizzare i Proci. Affronta fatiche infinite, a riprova che in tutte le guerre, in alcuni momenti i vincitori possono confondersi coi vinti.

Enea, invece, non ha più una patria, il Fato gli ha addossato la missione di una nuova fondazione da cui discenderà il glorioso Impero Romano e lui non può esimersi. Come Ulisse e come le migliaia di raminghi che, purtroppo anche in questi drammatici giorni, si mettono in cammino, Enea accetta lo stato dei fatti con la rassegnazione di chi spera in un futuro migliore. Non dimentica le sue tradizioni: porta con sé i penati, le credenze, le tradizioni, quel bagaglio culturale, insomma, irrinunciabile a un popolo per provare ancora un senso di appartenenza.

L’autore ci racconta questi poemi epici con padronanza e fluidità, ci si immerge nelle loro avventure a volte spaventose, nelle guerre, nei pericoli e l’attualizzazione viene spontanea. Non è certo blasfemo paragonare questi due “vinti” (anche Ulisse lo fu, venne più volte piegato ma si rialzò e in questo consiste la sua vittoria finale) ai profughi di oggi, perché entrambi trascorsero settimane in balia del mare, di contrade straniere, dell’ignoto. Entrambi si misurarono con l’imprevisto, con lo spettro della fame (ricordiamo la cupa minaccia delle Arpie ai Troiani), con la nostalgia di un focolare perduto, con la disperazione. Sentirono il vuoto sotto ai piedi, oltre ai marosi che li sballottavano, conobbero l’ostilità di popolazioni xenofobe: i Lestrigoni, ad esempio, o di quella parte latina che convergeva attorno al furioso Turno.

Un dato positivi, però, è che sia Ulisse che Enea incontrarono anche gente solidale, qualcuno che tese loro una mano, che li accolse. Talvolta qualcuno che aveva attraversato la loro stessa esperienza e ne portava testimonianza assieme alla speranza di un’integrazione serena. Come spiega Evandro, quando racconta che il suo popolo era giunto dall’Arcadia e voleva costruire, non distruggere:

«Siamo emigrati dalla Grecia per sfuggire a gente violenta che voleva renderci schiavi. Qui nessuno ci ha molestati, c’è terra per tutti. Noi non facciamo guerre».

 

 



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