L’umanesimo è femminista, ce lo ha insegnato Nawal El Saadawi

Monica Lanfranco

“È il femminismo il vero umanesimo, e il pensiero politico che unifica tutte le grandi utopie: quella socialista, quella pacifista, quella nonviolenta, quella anticapitalista”.

Se fosse possibile riassumere in una frase il senso della visione politica di una pensatrice specchiatamente laica, attivista femminista, lottatrice tenace per i diritti delle donne in un paese dilaniato dalla ferocia del fondamentalismo islamico, ma anche capace di dare al mondo intellettuali straordinari, quella che avete letto sintetizzerebbe Nawal Al Saadawi, morta il 20 marzo scorso: a ottobre avrebbe compiuto 90 anni. E resta comunque difficile descrivere in poche righe la vita di un monumento vivente del femminismo mondiale, perchè di ciò si tratta quando si nomina Nawal Al Sadaawi.

In Italia l’abbiamo conosciuta trentacinque anni fa, quando uno dei primi titoli della collana Astrea della casa editrice Giunti fu il suo Firdaus. Storia di una donna egiziana, un testo violentissimo che racconta la violenza patriarcale dell’islamismo, che ha lasciato anche sul suo corpo cicatrici non rimarginabili, come quella della mutilazione genitale subita da bambina. Laureata non a caso in medicina con specializzazione in psichiatria Nawal Al Sadaawi ha sfidato più volte il potere politico e religioso egiziano, pagando con il carcere, le innumerevoli minacce di morte e l’esilio, durato alcuni anni.

La sessualità delle donne negata dal patriarcato, rafforzato in Egitto dalla legge religiosa islamica è stato un tema centrale nella sua produzione letteraria e saggistica: il suo primo libro, Donne e sesso del 1972 le costò l’espulsione dal Ministero della Sanità e la persecuzione delle autorità religiose, seguito dal celebre Firdaus e poi da Dio muore sulle rive del Nilo del 1989.

E’ stato un grande privilegio incontrarla di persona e intervistarla nel 2010 proprio nella sua città natale, Il Cairo, durante i tre giorni del convegno internazionale A global conference-women and 21 century – feminist alternatives, organizzato da quattro reti di donne arabe e 3 europee: Antico, Ife, Heya, Owsa, Owfi, Act e Wilpf.

In quella occasione la sua presenza venne celebrata con una lectio magistralis che tenne in lingua araba, ma anche con danza, canto e amorevole vicinanza. Le parole più usate durante il suo densissimo discorso all’uditorio composto da femministe provenienti da tutto il mondo sono state: democrazia, patriarcato, potere, speranza, dominazione, scelta, dolore, libertà.

Ricordo nitidamente Nawal Al Saadawi, abito nero sul quale portava una sgargiante giacca rossa, capelli bianchissimi che sfuggono da tutte le parti anche se arrangiati in uno chignon, sorridente e generosa con chiunque le voglia scattare una foto, abbracciare, o solo sfiorare con la mano: esordì nel suo discorso salutando quello che definì “il primo evento che si fa nel mio paese al quale mi invitano. In Egitto nessuno pronuncia il mio nome, è come se non esistessi, e quando mi hanno nominata è stato per cercare di distruggermi- scandì. Io piango spesso, perchè nella mia vita ho sofferto molto, ma oggi ho pianto di gioia pensando che sarei stata con voi”.

Vibrante, incredibilmente energica come solo le donne oltre gli 80 anni sanno essere (all’epoca la memoria corse a Lidia Menapace e Giancarla Codrignani solo per citarne due molto care e vicine) Nawal Al Saadawi declinò le sue priorità politiche con la frase citata, indicando come obiettivo della politica femminista quello di “raggiungere la solidarietà tra le donne, una solidarietà politica nella quale si esaltino le cose che ci uniscono e si continui a lavorare su ciò che ci divide”.

Sulla religione, dopo aver suscitato una risata nel pubblico scusandosi con i servizi segreti, ‘che di certo saranno in sala’ fu nettissima: “Ogni religione, disse, è un luogo di schiavitù per le donne, nella storia antica come nell’oggi. Non esistono ‘femministe islamiche’: la divisione tra le femministe declinate come occidentali, o musulmane, o cristiane o altro è offrire strumenti di delegittimazione al movimento delle donne, che è invece il motore principale del cambiamento universale e globale per tutta l’umanità. Quando ero molto piccola mi fu insegnato che le donne, per volere di Dio, si dovevano considerare diverse e ineguali rispetto agli uomini. Così scrissi una lettera a Dio, nella quale gli chiesi perché, a causa del mio corpo, dovessi avere meno diritti dei maschi. Non rispose, quindi diventai femminista, convinta che i diritti universali sono la base della democrazia, e i diritti delle donne ne sono il fondamento”.

Al convegno era presente la figlia Mona, poetessa e attivista anche lei. Rossa di capelli e svelta di lingua si arrabbiò: non è importante lottare per una maggiore rappresentanza in politica, disse, da anarchica convinta, ma bensì perchè la casa sia un luogo più equo, sicuro e pacifico per le donne. Il potere vero, per lei, è quello dentro le mura domestiche. E basta anche all’inganno patriarcale messo in atto quando le donne stesse si dividono in giovani e vecchie, o parlano di fase primaverile e autunnale della vita. Lo disse alzando la voce, quasi con rabbia, davanti alla madre 83 enne, che la guarda divertita: Nawal Al Saadawi, un monumento del femminismo mondiale, che poco prima aveva ricevuto due standing ovation dalla sala, e che aveva presentato sia la figlia che l’uomo della sua vita, (che definì un amico, oltre che compagno), che fu uno dei tanti motivi per cui fondamentalisti egiziani le giurarono la morte: non si è mai voluta sposare.

Per ascoltare l’intervista in inglese il link è qui e il report dal convegno del 2010 è qui.

(Foto Gigi Ibrahim via Flicker Creative Commons 2.0)



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