Un affabile papa oscurantista

Di Ratzinger ho il ricordo di una persona estremamente affabile, che nei toni e nei modi nulla lasciava trapelare della rigidità repressiva che lo contraddistingueva sul piano dottrinale. Perché Joseph Ratzinger è stato un nemico dichiarato e implacabile della modernità.

Paolo Flores d'Arcais

Ho incontrato Joseph Ratzinger una sola volta, il pomeriggio del 21 settembre 2000, un giovedì grigio e piovoso. Ma quell’incontro era nato alcuni mesi prima, tra febbraio e marzo, quando, preparando un numero speciale per l’Anno Santo, un almanacco di filosofia dedicato alla religione (il 2/2000, uscito a fine aprile/inizio maggio), avevo cercato l’allora Cardinale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede per avere un suo saggio da inserire nell’almanacco.

Vale forse la pena ripercorrere l’indice di quel volume. Si apriva con un testo di Norberto Bobbio, frutto di una lunga conversazione con me, di cui aveva rivisto minuziosamente la trascrizione (da qualche parte devo averlo ancora con le sue correzioni a mano), dal titolo “Religione e religiosità”. Seguiva il mio “sasso nello stagno” dal titolo “Dio esiste?”, da un primo “iceberg” su cristianesimo e verità con saggi di Joseph Ratzinger, Massimo Cacciari, Enzo Bianchi, Bruno Forte, da un primo inedito di Soren Kierkegard, da un secondo “iceberg” su il sacro e la polis con saggi di Roberto Esposito, Leszek Kolakowski, Gianni Vattimo, Sergio Givone, Marcel Gauchet, da un secondo inedito (Thomas Jefferson, Gesù senza Trinità, presentato da Pietro Adamo), da un terzo “iceberg” su “contro la fede” con saggi di Umberto Galimberti, Manlio Sgalambro, Carlo Augusto Viano, e Simona Argentieri, da un quarto “iceberg” dedicato alla religione dei filosofi, con saggi di Fernando Savater, Franco Volpi, Orlando Franceschelli, Giulio Giorello e Paolo Zellini, e infine da un salmo della Bibbia tradotto, annotato e commentato da Erri De Luca.

Un volume di 300 pagine del formato MicroMega, che equivalgono a 400 di un libro standard e 500 o più di un tascabile. Di cui Ratzinger mi avrebbe poi scritto, di suo pugno in una breve lettera, che “nei rari momenti liberi sto leggendo MicroMega 2/2000 e trovo estremamente vivo e interessante il vasto panorama di posizioni. Sotto molti aspetti è il commento più importante alla Fides et Ratio che io conosca, perché qui l’Enciclica entra realmente in dialogo col mondo culturale di oggi, e questo è stato lo scopo del documento stesso”.

Avevo cercato di contattare Ratzinger attraverso le vie ordinarie, non ricordo se un messaggio telefonico o una lettera (probabilmente entrambi). Qualche giorno dopo mi chiamò Padre Georg e mi passò Ratzinger. Che apprezzò molto il progetto ma mi disse che non era in grado, nei tempi stretti, di scrivere il saggio ex novo che gli chiedevo. Sullo stesso tema aveva però due testi inediti in italiano, una conferenza tenuta alla Sorbona e una lunga intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung che, presi insieme, trattavano proprio i temi teologico-politici su cui lo avevo sollecitato a intervenire. Fui ben felice di pubblicarli.

Quel numero monografico divenne un successo editoriale inaspettato: in due mesi avrebbe venduto circa novantamila copie. Proposi al cardinal Ratzinger una presentazione pubblica dell’Almanacco, come spesso fa MicroMega con i suoi volumi più importanti. I tempi erano ancor più stretti e mi aspettavo perciò un cortese rifiuto. In effetti Ratzinger mi rispose che prima dell’estate non poteva proprio, che nella sua agenda la prima data libera era il pomeriggio del 21 settembre. Ovviamente accettai con entusiasmo.

La presentazione pubblica si svolse così proprio il 21 settembre del 2000, un giovedì pomeriggio, nel teatro Quirino di Roma gremito all’inverosimile. È difficile restituire oggi il clima appassionato di quel pomeriggio, di quelle quasi tre ore di confronto, moderato da Gad Lerner, la partecipazione attenta ed entusiasta con cui esso fu seguito, anche dalle oltre mille persone rimaste fuori dal teatro e che, malgrado la pioggia, lo ascoltarono attraverso altoparlanti di fortuna approntati dal direttore del teatro.

In quell’occasione con Ratzinger parlai per una mezzora prima che iniziasse il dibattito e un quarto d’ora dopo che il dibattito fu concluso. Ho il ricordo di una persona estremamente affabile, curiosa, perfino ironica, che nei toni e nei modi nulla lasciava trapelare della rigidità occhiuta e repressiva che lo contraddistingueva invece sul piano dottrinale e teologico (non dimentichiamo che si deve a Ratzinger, oltre che a Wojtila, il soffocamento della teologia della liberazione che aveva conquistato il cattolicesimo latino-americano).

Perché Joseph Ratzinger, come cardinale dell’ex Sant’Uffizio per oltre 23 anni, e poi come Sommo Pontefice dal 2005 al 2013, è stato un vero oscurantista. Un affabile Papa oscurantista. Un nemico dichiarato e implacabile della modernità, che nasce dalla inaspettata sinergia di eresia e scienza e trova nell’illuminismo la sua filosofia e nell’Encyclopédie il suo Libro. Tutto il suo pontificato sarà infatti all’insegna della volontà che in tutto il mondo, quale che sia la religione o la secolarizzazione, l’agnosticismo, perfino l’ateismo, la sfera pubblica venga organizzata e ordinata secondo il principio “Veluti si Deus daretur”. Tornando con ciò indietro di quattro secoli, rovesciando la famosa affermazione di Ugo Grozio “Etsi Deus non daretur” che aveva salvato l’Europa dall’autodistruzione delle guerre di religione. In questo senso Benedetto XVI non è stato un Papa conservatore, ma un Papa squisitamente reazionario.

Si sono letti in questi giorni commenti inverosimili per piaggeria e falsificazione storica. Ad esempio che con le sue encicliche e i suoi discorsi contro il “relativismo” Joseph Ratzinger sarebbe stato l’ultimo vero campione dei valori dell’Europa. Ma il rovesciamento della posizione di Grozio, il “Veluti si Deus daretur” che dopo quattro secoli prende il posto dell’“Etsi Deus non daretur” è esattamente il tentativo di Revanche, di Crociata, contro l’Europa che dai Lumi arriva fino alla democrazia. Valga il vero.

Quando nel 1625 Grozio pronuncia il suo invito ai principi a comportarsi reciprocamente etsi Deus non daretur, poiché in nome di Dio (dello stesso Dio, Gesù Cristo morto in croce e risorto il terzo giorno!) ciascuno combatteva l’altro come infedele opponendo ermeneutica teologica a ermeneutica teologica, e l’Europa non riusciva a uscire dalla spirale del reciproco massacro in nome di Dio, l’accoglimento della sua tesi pone la premessa, anzi la chiave di volta, per la politica come laicità. I rapporti fra i sovrani dovranno infatti da allora in poi essere improntati alla ragione, anziché alla fede. La ragione è in quel caso la ragion di Stato, ma comunque la fede, in quanto irriducibile alla ragione, è posta fuori dalla sfera delle relazioni tra sovranità.

Il logico sviluppo di questa laicità nel rapporto tra i principi sarà la tolleranza religiosa e poi la laicità nel rapporto tra il potere e i sudditi e ciascun suddito rispetto all’altro, e infine il diritto del miscredente, dell’agnostico, dell’ateo (passando per il riconoscimento fino allora impensabile dei diritti civili per l’ebreo), nell’eguaglianza dell’essere tutti cittadini. Ciascuno con-cittadino all’altro, a prescindere da fede e non fede, tramite l’usbergo della Costituzione democratica, libertà>eguaglianza>fratellanza.

Ratzinger prova invece a riportare la fede al posto della ragione, che nel frattempo da ragion di Stato è diventata ragione tout court, scienza più eguaglianza democratica, spacciando la dottrina morale e sociale cattolica, un sottoprodotto di una specifica fede, come Diritto naturale, Ragione universale. Che dunque andrà applicata erga omnes, credenti e non credenti, attraverso la forza della legge secolare. La vecchia pretesa del Sant’Uffizio imbellettata in terminologia contemporanea.

L’eguaglianza democratica e la laicità non saranno mai accettate dalla Chiesa cattolica (e solo da ultimo da alcune confessioni protestanti), e i settori conservatori o reazionari della società cercheranno con diverse politiche filo-clericali di depotenziare tanto la laicità quanto la democrazia (a riprova del carattere di endiadi dei due concetti). Per avere una dichiarazione sulla democrazia che non sia anatema bisogna infatti aspettare il radio discorso di Papa Pio XII del Natale 1944, dove la democrazia viene infine ammessa come forma politica, ma solo se democrazia cristiana! Solo cioè se la volontà dei cittadini si uniformerà ai dettami eticopoliticosociali di Sua Santità.

La Chiesa, tutte le volte che può, ancora oggi, impone la sua morale all’intera società attraverso il potere politico. Non solo in Italia, Spagna, Irlanda … fino a un recentissimo ieri, ma oggi, ad esempio in Polonia. Contraccezione, aborto, divorzio, fine vita, eutanasia, insomma il corpo dalla nascita, al sesso alla morte, costretto ad obbedire alla volontà di Santa Madre Chiesa e dei suoi sommi pastori, perché il modo più efficace di controllare l’anima è asservire il corpo.

La Chiesa, insomma, ogni volta che può, favorisce un regime di clericalismo, variante debole della teocrazia, ma comunque incompatibile con i valori della democrazia. E la richiesta al mondo, cioè a ogni governo, di comportarsi “veluti si Deus daretur” costituisce la formula, accattivante e affabile, di dichiarazione di guerra alla democrazia e all’intera modernità.

Tanto è vero che la “Ragione” di cui Ratzinger celebra più volte il valore, e la sua non incompatibilità con la Fede, non è affatto la ragione scientifica, ma una “Ragione” teologica, una versione dell’Intelligent Design, insomma un altro nome o provvidenza o epifenomeno del suo Dio. Che la “Ragione” di cui discetta Ratzinger sia contro la scienza è stata dettagliatamente analizzato qualche giorno fa proprio su queste pagine in un bellissimo articolo di Silvano Fuso, che i tanti entusiasti apologeti del Papa Emerito razionale e a suo modo “illuminista” (si è dovuto leggere perfino questo!) farebbero bene a leggere con la dovuta attenzione e conseguente doverosa vergogna.

Nei ditirambi encomiastici cui si sono esercitati i media in questi giorni, si è arrivati al ridicolo di presentare Joseph Ratzinger come un nuovo Padre della Chiesa, come un secondo Agostino, benchè come teologo resti mediocre, incomparabile non solo con Hans Küng ma con molti altri (Pierre Teilhard de Chardin, Yves Congar, Edward Schillebeeckx, Hans Urs von Balthasar, Marie-Dominique Chenu, Karl Rahner, tanto per fare qualche nome).

Ratzinger, che io ricordo con simpatia per la sua affabilità umana e per il suo piacere del confronto senza diplomatismi, (cosa diventata sempre più rara), della polemica (che viene da Pólemos, personificazione della guerra), sarà ricordato per un solo gesto, il più mite, quello della sconfitta e della resa, le sue dimissioni da Papa. Solo questo gesto resta storico, in una vicenda ecclesiale e di potere che resta oscurantista e reazionaria. E tuttavia azzardo una previsione, Joseph Ratzinger diverrà presto santo, San Benedetto XVI. Ormai sembra che per la Chiesa avere un Papa che non sia anche santo costituisca un inammissibile ossimoro.



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