Un altro carcere è possibile (e urgentemente necessario)

Le inaudite violenze di Santa Maria Capua Vetere dovrebbero essere l’occasione per modificare radicalmente l’organizzazione delle strutture penitenziarie. Luigi Pagano, ex direttore di carcere, ci spiega perché e come.

Cinzia Sciuto

Le inaudite violenze che si sono verificate nel carcere di Santa Maria Capua Vetere impongono di interrogarsi sulle condizioni delle carceri italiane, per capire come tali fenomeni siano anche solo possibili. Nel carcere vivono i detenuti, vi lavorano gli agenti penitenziari. E le condizioni di vita degli uni e di lavoro degli altri si influenzano a vicenda. Nella prefazione al libro Il direttore. quarant’anni di lavoro in carcere (Zolfo editore, 2020), il pm antimafia Alfonso Sabella scrive che “il carcere è un mistero per chi non ci vive e non lo vive”. Per Luigi Pagano, l’autore del libro, il carcere non è un mistero: in quarant’anni di carriera nell’amministrazione penitenziaria ne ha diretti diversi, da Pianosa all’Asinara, da Brescia a San Vittore. Fino ad arrivare a Bollate, il carcere “modello”. Un carcere normale, secondo Pagano.

Luigi Pagano, lei che la situazione delle carceri italiane la conosce molto bene, che spiegazione si dà di quello che è accaduto a Santa Maria Capua Vetere?
Quello che abbiamo visto nelle immagini che sono state diffuse è semplicemente inqualificabile. Si è trattato di una vera e propria aggressione a freddo, premeditata e non c’è commento adatto a definirla. Confesso che mi hanno fatto molta impressione quelle immagini, hanno evocato in me ricordi di un carcere che non ho neanche vissuto, di com’era il carcere prima che io stesso ho iniziato a lavorarvi. È una brutta sensazione: quella di aver fatto un salto all’indietro di quarant’anni.

Quello che è accaduto a Santa Maria Capua Vetere però ha coinvolto decine e decine di agenti, non si può certo parlare di casi isolati o “mele marce”. C’è in qualche senso un “sistema” che avalla simili derive?
Se con sistema intende l’idea che le carceri italiane vengono quotidianamente rette con metodi violenti di questo tipo assolutamente no. Le assicuro che è semplicemente impossibile reggere un carcere alla lunga con la violenza. Ma anche la tesi delle “male marce” non sta in piedi. Il carcere è un sistema complesso, che si fonda su equilibri delicatissimi, che vanno curati ogni giorno anche nelle piccole cose. Una volta quando dirigevo San Vittore un detenuto venne da me dicendomi: “Signor direttore, lo so che lei è una brava persona, ma io avrei una richiesta: non è che si potrebbe avere un letto?”. Capisce? Questa persona, che nel carcere ci viveva, chiedeva un letto! E gli agenti di polizia penitenziaria sono quelli che ogni giorno devono rimandare in celle così i detenuti. Il carcere è un luogo in cui la tensione è sempre molto alta e ogni inezia può innescare una valanga che poi non si riesce a controllare. Per questo gestire un carcere significa innanzitutto tentare con ogni mezzo di smorzare la tensione, di evitare che salga, di prevenire situazioni che poi non sai dove possono portare. Quando ero in servizio dicevo sempre ai miei agenti penitenziari: “Ricordate che il modo in cui ogni sera chiudete la porta della cella può segnare per sempre la vita delle persone che ci vivono dentro”. Nel carcere nulla può essere lasciato al caso, tutto, anche le minime cose, assumono un senso e un’importanza che fuori da quelle mura non hanno. Tutto questo non può neanche lontanamente fungere da giustificazione per quello che è accaduto a Santa Maria Capua Vetere, naturalmente, e la mia condanna di questi fatti è assoluta. Quello che intendo dire è che limitarsi alla condanna sarebbe troppo poco perché in un certo senso sì, è un problema di sistema: un sistema di amministrazione penitenziaria che andrebbe rivoltato come un calzino.

E cosa serve? Nuove leggi?
Assolutamente no! Sulla carta noi potremmo avere un sistema carcerario modello. La legge sull’ordinamento penitenziario del 1975 e la legge Gozzini creano un quadro normativo che risponde esattamente al principio costituzionale previsto dall’articolo 27 della nostra Carta: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Del resto il fatto che esistano esempi come Bollate dimostra che se si vuole si può.

Ecco, Bollate: ci racconti un po’ come è nato e come funziona.
A Bollate semplicemente si è preso sul serio quello che dice la legge 354 del 1975. A partire dal fatto che in quella legge non si cita mai, mai, la parola “cella”. Le “celle” sono chiamate “camere di pernotto”. E se le celle sono le camere dove si pernotta, allora bisogna che si pensino degli altri spazi dove i detenuti possano trascorrere le loro giornate. E a quel punto bisogna anche essere creativi e immaginare dei modi in cui il tempo in questi spazi trascorra in maniera sensata, piena. Non dobbiamo mai dimenticare che il carcere è sì il luogo dove le persone che hanno commesso dei reati espiano la loro pena, ma nella pratica quotidiana è un luogo dove le persone vivono.

Perché il “modello Bollate” non si è esteso ovunque?
Innanzitutto c’è da dire che a Bollate abbiamo avuto la fortuna di poter partire da zero. Era un carcere nuovo, costruito per alleggerire San Vittore, e quindi abbiamo potuto impostarlo anche proprio fisicamente in maniera diversa. Molto più complicato è applicare questo modello in strutture molto vecchie, il cui impianto di base è pensato esclusivamente per garantire la funzione detentiva, ossia per tenere i detenuti chiusi nelle celle e farli uscire solo poche ore al giorno. In secondo luogo naturalmente un’esperienza come quella di Bollate ha bisogno della convergenza di diverse volontà: la direzione del carcere, certo, ma anche più in generale dell’amministrazione penitenziaria (che avrebbe bisogno di stabilità e di personale competente, mentre molto spesso vengono catapultate al Dap, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, persone che non sanno come si gestisce un carcere e che magari dopo due anni vengono spostate, per ricominciare da capo) e, non ultima, dei soggetti politici.

Ecco, la politica. Diverse ricerche dimostrano che un carcere più umano, che rispetti la dignità dei detenuti, rappresenta anche un elemento di sicurezza per la società tutta. Il tasso di recidiva a Bollate, per esempio, è molto più basso della media, anche fra i detenuti che sono stati trasferiti da altre carceri. Questo dovrebbe indurre la politica a prendere molto sul serio la questione e fare di tutto per estendere il “modello Bollate”. Perché questo non accade?
Perché il carcere è diventato un simbolo e perché i numeri e le statistiche sono molto meno convincenti di facili battute come “i delinquenti devono marcire in carcere”. Una frase che lede la dignità non solo dei detenuti ma anche del personale che nelle carceri lavora: se quelli che vivono in carcere ci devono “marcire”, io che ci lavoro che funzione svolgo? Io non sono un becchino! È vero che le persone che stanno fuori dal carcere di fronte a esperienze come quella di Bollate all’inizio possono avere paura: ma come, non li tenete chiusi in cella tutto il giorno? Ma il problema a mio parere è che il legislatore nel corso degli anni ha dato segnali di schizofrenia: prima la legge 354 del 1975 che però è stata mandata allo sbaraglio, perché non sono state create le condizioni affinché potesse funzionare (a partire da una ristrutturazione degli edifici carcerari che non erano adatti a realizzare quello che la legge prevedeva), poi si costruiscono le carceri di massima sicurezza, poi con la legge Gozzini si introducono una serie di misure alternative e benefici, che però poi si limitano con l’articolo 4 bis della legge sugli ordinamenti penitenziari e con i decreti antimafia. E nel frattempo si fanno amnistie e indulti per svuotare le carceri sovraffollate…

Ecco, il sovraffollamento è forse la questione delle questioni, quella preliminare a tutte le altre. Come la si risolve? C’è chi suggerisce la necessità di costruire nuove carceri, lei che ne pensa?
Penso che le riempiremmo subito… No, non è questa la strada. Certo, servono nuove carceri ma soprattutto per chiudere alcune strutture assolutamente inadeguate agli standard di civiltà di un paese democratico nel 2021, strutture come San Vittore, Poggioreale, Regina Coeli, Brescia. E non servono neanche amnistie e indulti, che hanno un effetto nell’immediato ma non risolvono il problema in via strutturale, oltre a creare disagio nei cittadini. No, la strada è solo una: in carcere ci devono finire meno persone. Fuori dal carcere si ha un’idea molto appiattita della realtà dei detenuti, ma dobbiamo fare lo sforzo di capire che i detenuti sono persone molto diverse fra loro, che hanno commesso reati diversi, per motivi diversi, con livelli di gravità diversi, che si trovano in condizioni sociali, psicologiche, fisiche diverse. Prendiamo la grande questione dei tossicodipendenti. Nella carceri italiane abbiamo circa il 30 per cento di detenuti che hanno commesso reati legati alla tossicodipendenza. Ora, per un tossicodipendente qual è il senso di stare in carcere, dove evidentemente non può ricevere quell’assistenza di cui ha bisogno? O pensiamo ai malati di mente o a soggetti affetti da gravi patologie. E poi alle persone che devono scontare una pena breve, 1-2 anni: che senso ha intasare le strutture carcerarie di persone che vi transitano per brevi periodi e con le quali è impossibile anche solo iniziare dei progetti di medio e lungo termine? È solo uno spreco di risorse che non serve a nessuno.

Torniamo in chiusura alle vicende di Santa Maria Capua Vetere. Se da un lato non c’è dubbio che vanno radicalmente modificato il sistema carcerario nel suo complesso, dall’altro è altrettanto innegabile che le responsabilità individuali vanno accertate e i colpevoli di violenze così gravi puniti. In molti, da diversi anni, chiedono l’introduzione dei codici identificativi sulle divise degli agenti: lei cosa ne pensa?
Penso che se una simile proposta viene avanzata come unico provvedimento “spot” da una politica che vuole lavarsi le mani dai problemi strutturali, allora sarebbe non solo inutile ma anche controproducente. Se invece lo si inserisce all’interno di una grande rivoluzione del sistema carcerario che finalmente ridia dignità sia ai detenuti sia al personale della polizia penitenziaria, allora sono sicuro che gli agenti sarebbe i primi a volerlo.

 

(Foto: Il carcere di Bollate, Milano – Credit ANSA/MATTEO CORNER)



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