Un altro presente: l’utopia realistica di Yanis Varoufakis

La macchina della contemporaneità, lanciata a tutto gas sull’autostrada della crescita, si sta per schiantare: si è inceppata la frizione della giustizia distributiva. Il romanzo di Yanis Varoufakis, deposto ogni pessimismo, è un messaggio di speranza alla ricerca di un “altro presente”.

Domenico Tambasco

Qual è lo stimolo più forte per dar vita ai grandi cambiamenti delle società umane, quando queste si dimostrino incapaci di governare la realtà? È la visione di un altro presente, di un’alternativa che alcune società hanno intrapreso, nelle quotidiane biforcazioni della storia, percorrendo strade evolutive radicalmente diverse.

È il caso, ad esempio, dell’influenza determinante sulla cultura europea che ha avuto, dopo la scoperta del continente americano, il contatto con civiltà indigene fino ad allora sconosciute che contemporaneamente vivevano (e a loro modo prosperavano) seguendo modelli politico-sociali assolutamente inediti e inconsueti per il “vecchio continente”. Basti leggere, a riprova di ciò, i dialoghi di Lahontan[1] in cui per la prima volta si affacciano le critiche dei cosiddetti “selvaggi” alla divisione tra “mio” e “tuo” origine di tutte le guerre tra i “civili”, all’organizzazione gerarchica e verticistica delle comunità occidentali, alla prevalenza dell’utile monetario rispetto alle insopprimibili istanze di solidarietà umana. Critiche che hanno certamente contribuito, attraverso un lento processo di carsica contaminazione ideale[2], alla nascita in Europa del pensiero illuministico da cui sono poi derivate le moderne dichiarazioni dei diritti e le conseguenti istanze di democratizzazione politico-sociale.

Oggi tuttavia i margini di confronto con “un altro presente” sono molto ridotti, a meno che non si voglia sperare nell’incontro con civiltà extraterrestri (seguendo i pensieri – e i timori – di Carl Sagan): il termine “globalizzazione”, da questa prospettiva, esprime plasticamente l’egemonia sull’intero pianeta del modello neoliberista, che ha unilateralmente decretato la “fine della storia”. Una strada apparentemente chiusa (There is no alternative ripeteva come un mantra Margaret Thatcher, definita ironicamente TINA), che nello splendido romanzo “Un altro presente” di Yanis Varoufakis (La Nave di Teseo, 2021) ha però una via d’uscita. È la fantasia dell’immaginazione, creatrice di un ponte con una realtà parallela (costruito sulla teoria del ponte di Einstein-Rosen), un multiverso collegato al nostro presente attraverso un wormhole nello spazio-tempo.

Il momento in cui avevano cominciato a divergere poteva essere individuato nell’autunno del 2008, quasi contemporaneamente alla grande crisi finanziaria […] Una delle convinzioni consolidate da tempo era che la crisi del 2008 avesse rappresentato un’opportunità troppo buona per essere sprecata. E tuttavia l’avevamo sprecata. Avrebbe potuto essere sfruttata per una radicale trasformazione della società. Invece, non solo avevamo ricostruito il mondo come prima ma, salvando le banche e facendo pagare il debito ai lavoratori, avevamo raddoppiato la posta, istituendo un regime globale in cui, in sostanza, il potere politico ed economico era stato consegnato interamente ai più bancarottieri tra i banchieri”[3].

Partendo dalla considerazione che il finanzcapitalismo[4] non vive concretamente nello spazio e nel tempo, bensì nel flusso e riflusso virtuale delle transazione elettroniche finanziarie, i giovani ribelli di OC (Ossify Capitalism) comprendono l’inutilità di occupare gli spazi, le strade e le piazze; al contrario dimostrano la vulnerabilità del capitalismo finanziario, vero e proprio “gigante dai piedi d’argilla”, utilizzando una mirata e pacifica strategia di ribellione digitale, definita “tecno-sindacalismo”.

Dove colpire, dunque? È presto detto: il tallone d’Achille del sistema sta nel debito, cellula prima di tutti quegli strumenti (CDO, obbligazioni etc.) che hanno condotto alla completa finanziarizzazione del mondo reale. E di questo complesso meccanismo virtuale sono un elemento portante proprio le bollette dei servizi pubblici quali il telefono, l’acqua, l’elettricità e il gas, considerato che il diritto di riscuotere i futuri flussi di pagamenti delle bollette è stato suddiviso in minuscole parti e piazzato in diversi strumenti finanziari, venduti nel mercato dei titoli su scala globale.

Non più occupazioni o picchetti; invece, attraverso una sapiente opera di propaganda sui social, basta ottenere l’adesione maggioritaria allo sciopero nel pagamento delle utenze per far cedere di schianto l’immenso castello di crediti cartolarizzati. Non c’è che dire: la finzione narrativa si avvicina in modo impressionante alla drammatica attualità del caro-bollette.

A questa prima azione di contrasto si aggiungono altre due iniziative dei tecno-ribelli, che contribuiscono a mettere definitivamente in ginocchio il sistema finanzcapitalistico: il blocco di massa nei versamenti dei contributi ai fondi pensione – questi ultimi principali azionisti di tutte le grandi società – e gli scioperi collettivi dei consumatori, entrambi rivolti contro le imprese non meritevoli sul piano della “responsabilità sociale”. Si tratta, dunque, di una massiccia opera di disinvestimento dei capitali individuali da aziende prive di scrupoli verso i lavoratori e l’ambiente: il vero voto, nella società capitalistica di mercato, è espresso dalle scelte economiche dei singoli consumatori/utenti che hanno quindi anche rilevanti ricadute di ordine politico.

Il vuoto di potere generato da questa pacifica ribellione digitale viene subito riempito da un nuovo modello sociale, i cui pilastri sono istituti ben noti: il reddito universale di base (nel romanzo di Varoufakis definito “dividendo sociale”), la dotazione universale di base e la cogestione delle società private.

La permanenza delle sole Banche Centrali consente infatti la creazione di un conto unico per ogni persona (chiamato PerCap, “Capitale Personale”), articolato in tre fondi: Accumulo, Eredità e Dividendo.

In particolare, sul fondo Eredità viene depositata dalla Banca Centrale una considerevole somma, identica per tutti, che ciascuno potrà impiegare – a determinate condizioni ed entro rigorosi limiti- una volta diventato maggiorenne:

Tutti i bambini nascono nudi. Poco dopo, tuttavia, alcuni di loro vengono vestiti in abiti costosi ed avviati sul cammino di una vita privilegiata, mentre la maggioranza indossa stracci e deve fare i salti mortali per sfuggire a una vita di fatiche massacranti, sfruttamento, servitù e paura. Questo è il genere di disuguaglianza che caratterizza il Nostro Presente, dalla culla alla tomba […] I bambini nascono nudi anche nell’Altro Presente, ma ciascuno di loro viene al mondo fasciato nel capitale fornito dalla società”[5].

Sul fondo Dividendo, invece, la Banca Centrale accredita ogni mese una somma la cui entità è determinata dall’età. È un contributo universale, fornito a tutti indipendentemente dal reddito; di base, erogato in modo tale da liberare tutti dal terrore dell’indigenza; incondizionato, ovvero tale da evitare l’umiliazione caritatevole dei sussidi pubblici e consentire la libera espressione dei propri talenti e delle proprie inclinazioni, nei campi più disparati della vita.

Sul fondo Accumulo, infine, ciascuno può depositare gli introiti acquisiti nel libero mercato. È ancora possibile, infatti, una società di mercato all’interno di un sistema depurato dalla brutalità del capitalismo finanziario: centrale a tal fine, in questo nuovo edificio, è la proprietà condivisa delle aziende. Chi vi lavora, in particolare, è anche proprietario di un’azione del capitale sociale, secondo il principio una testa, un’azione, un voto; il lavoro all’interno di qualsiasi azienda comporta un diritto individuale automatico, non trasferibile, a partecipare in condizioni di parità al processo decisionale dell’impresa stessa: nessuna gerarchia formalizzata, profitti egualmente condivisi, gestione collettiva delle decisioni aziendali.

Si potrebbe bollare tutto questo come utopia, totalmente avulsa dalla realtà e dalle risorse economiche disponibili. Non è tuttavia così.

Qualcosa si muove, infatti, anche tra i “maestri” del pensiero contemporaneo. Già Thomas Piketty, in Capitale e Ideologia (La Nave di Teseo, 2020), ha inserito tra gli elementi cardine per un “socialismo partecipativo nel XXI secolo[6] proprio la condivisione del potere nelle imprese, il reddito universale ed il capitale universale di base, misure che secondo l’economista francese potrebbero essere istituite attraverso un attento e selettivo utilizzo della leva fiscale.

In particolare, mentre la costruzione di un sistema di capitale universale di base (una sorta di “eredità pubblica”) potrebbe portare alla distribuzione di circa 120mila euro ad ogni giovane adulto che abbia raggiunto i 25 anni di età, attraverso il gettito delle tasse sulla proprietà e sulle successioni pari a circa il 5% delle entrate nazionali[7], l’imposta progressiva sui redditi (che comprenderebbe anche i contributi sociali e una tassa progressiva sulle emissioni di CO2) potrebbe coprire invece il 45% del reddito nazionale e consentirebbe di finanziare il reddito di base (sufficiente a integrare i redditi più bassi)[8] e il welfare (inclusi il servizio pubblico nazionale, l’istruzione pubblica e il sistema pensionistico)[9]. A ciò si aggiungerebbe, quale terzo pilastro di un sistema volto alla massima circolazione della ricchezza, la condivisione dei diritti di voto all’interno delle imprese secondo lo schema di “cogestione” 50/50 tra rappresentanti dei dipendenti ed azionisti [10].

Si tratta, con ogni evidenza, di spostare il baricentro del sistema dalla crescita alla distribuzione della ricchezza, come sottolineato recentemente anche da Daniel Susskind[11]: non ha senso, infatti, rendere la torta più grande se non ci assicuriamo prima che tutti ne abbiano una fetta sufficiente. È proprio la funzione distributiva che si è oggi inceppata nel meccanismo della macchina del libero mercato[12].

Spetterebbe quindi alla politica il compito di riparare la macchina, avendo la coscienza che non basta apportare piccole modifiche, ma che “l’unico modo per affrontare le disparità incombenti è prenderle di petto, in maniera diretta ed aggressiva”[13].

Non poniamo speranze, tuttavia, sulle odierne “agende” politiche, ancora ferme alla pagina della crescita e del tutto incapaci di indicare la strada verso un altro presente:

Sprecando l’occasione offerta dalla crisi del 2008, abbiamo spianato la strada ai fanatici e ai finanzieri che hanno avuto la meglio dopo il 2020. Ma la verità è che ci troviamo di fronte ad una biforcazione ogni singolo giorno della nostra vita. Ogni giorno ci lasciamo sfuggire le opportunità per cambiare il corso della storia. E sai come ci consoliamo? Ripensiamo al passato, scegliamo un momento decisivo e tentiamo di sopire i sensi di colpa dicendo che è stata quella l’occasione che non abbiamo saputo cogliere. No, amico mio, ci lasciamo sfuggire momenti decisivi ogni giorno, ogni ora, ogni maledetto istante”[14].

NOTE

[1] LAHONTAN, Dialoghi con un selvaggio d’America, Pisa, 1995.

[2] Sull’influenza della critica degli americani indigeni alle istituzioni europee, critica che avrebbe concorso a determinare la rivoluzione concettuale illuministica, si rimanda a GRAEBER, WENGROW, L’alba di tutto. Una nuova storia dell’umanità, Milano, 2022, p. 47 e ss. Da qui nacque, a cavallo tra seicento e settecento, un vero e proprio genere letterario costituito dai dialoghi di missionari e viaggiatori con gli indigeni americani, che ebbero una larga diffusione ed un grande successo in Europa poiché il loro scopo era “trasmettere un senso di possibilità sociale: la consapevolezza che lo stile di vita familiare non era l’unico esistente perché –come dimostravano questi libri- c’erano società che facevano cose in modo molto diverso”, p. 48.

[3] VAROUFAKIS, Un altro presente, Milano, p. 53.

[4] Utilizziamo un termine coniato in un saggio diventato ormai un classico del compianto L. GALLINO, Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, Torino, 2011.

[5] VAROUFAKIS, Un altro presente, cit., p. 69.

[6] PIKETTY, Capitale e ideologia, Milano, 2020, pp. 1091 e ss.

[7] PIKETTY, Capitale e ideologia, cit., p. 1108 e ss.

[8] PIKETTY, Capitale e ideologia, cit., p. 1132, indica a titolo di ipotesi un reddito di base per le persone senza altre risorse pari al 60% del reddito medio al netto delle imposte, il cui importo dovrebbe diminuire all’aumento eventuale del reddito dei soggetti interessati; la misura riguarderebbe il 30% della popolazione, con un costo totale pari al 5% delle entrate nazionali.

[9] PIKETTY, Capitale e ideologia, cit., p. 1131 e ss. Nel sistema delineato dall’autore, non c’è spazio per le imposte indirette (tranne che per quelle dirette a correggere le esternalità, quali la carbon tax), trattandosi di imposte (come l’IVA) estremamente regressive, colpendo indiscriminatamente la platea dei consumatori; è dunque preferibile, secondo Piketty, sostituirle con imposte progressive su proprietà, successione e reddito.

[10] PIKETTY, Capitale e ideologia, cit., p. 1098-1101.

[11] SUSSKIND, Un mondo senza lavoro, Milano-Firenze, pp. 257 e ss. Nella medesima ottica distributiva, anche Susskind sostiene –sebbene con diversità di accenti- la necessità di introdurre un sistema universale di reddito di base condizionato e di capitale di base, cfr. pp. 279 e ss.

[12] SUSSKIND, Un mondo senza lavoro, cit., p. 259.

[13] SUSSKIND, Un mondo senza lavoro, cit., p. 260.

[14] VAROUFAKIS, Un altro presente, cit., p. 242.



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