Un anno di… Ceci n’est pas un blapshème

Il festival 2021 ha proposto una sintesi delle istanze della laicità, calando la questione nel mondo dell’arte. Eppure, per tutta Italia, è solo “il Festival delle bestemmie”. Perché da Charlie Hebdo in poi non si parla più di anticlericalismo: illustrazioni, fumetti, film, canzoni, libri non sono anticlericali, sono soltanto blasfemi.

Emanuela Marmo

Questo 17 dicembre i subvertiser Ceffon e Illustre Feccia hanno lanciato un cortometraggio satirico per raccontare in breve, e secondo il loro punto di vista, quanto accaduto a settembre attorno al Festival delle Arti Ceci n’est pas un blasphème. La circostanza ci ha offerto l’occasione per ricapitolare insieme un progetto culturale che ha impegnato il 2021 dapprima con una raccolta fondi, successivamente con una difficile manifestazione che ha avuto luogo a Napoli dal 17 al 30 settembre. Un progetto che, oltre al supporto organizzativo di Ciurma Pastafariana, ha goduto della partnership morale di svariate organizzazioni: insieme a Micromega, segnaliamo Atheist Refugee Relief, Council of ex- Muslims of Britain, Ex Musulmani d’Italia, Iniziativa Laica, One Law for All, Uaar.

Il Festival ha proposto una sintesi delle istanze della laicità, calando la questione nel mondo dell’arte. Ceci n’est pas un blapshème, pur dedicato ai diritti di opinione, pensiero, critica e satira, è diventato famoso in tutta Italia come il “Festival delle bestemmie”. Ammettiamolo. C’è del vero in questa definizione, innanzitutto perché l’iniziativa evolve autonomamente dalla campagna pastafariana denominata Dioscotto, la quale appunto chiede l’abolizione del reato di blasfemia, chiede che in Italia non si venga più sanzionati per bestemmia. L’obiezione che la divinità sia un soggetto da portare nei tribunali umani è stato il punto di avvio, poi il Festival ha inteso raccontare storie di censura e persecuzione giudiziaria, riconoscendo il contributo estetico, culturale e politico dell’arte anticlericale.

Il Festival ha voluto dare agli artisti un ambito privilegiato di espressione e divulgazione deriva perché i credenti sovente affermano che le reali intenzioni comunicative di autori e creativi siano irrilevanti: icone e simboli religiosi sono sacri anche fuori dai luoghi di culto e non c’è possibilità di darne una diversa interpretazione. Ciò castrerebbe una vastissima produzione artistica, cinematografica, musicale. Pertanto il Festival riunisce tutte le arti e sviluppa due sezioni: eventi e mostre. Presso il centro culturale autogestito Ex Asilo Filangieri e il Lanificio25, oltre agli spettacoli di stand up e ai concerti, alcuni talk show hanno affrontato il tema “blasfemia” rappresentando casi disparati, dall’Europa all’Asia. Dalla varietà delle esperienze narrate durante questi incontri, è emerso con chiarezza che l’accusa di blasfemia è quasi sempre un pretesto e uno strumento di rivendicazione politica o di repressione del dissenso. Possiamo anche osservare, nei casi selezionati, che le vendette attuate dagli integralisti o le punizioni reclamate da querelanti e censori sono compiute non tanto in rispetto di ideali, quanto a servizio di un ordine considerato superiore alle leggi civili. Ma gli artisti blasfemi, invece, a quale ordine si contrappongono?

Il caso dei subvertiser ospitati dal Festival ci aiuta a focalizzare alcuni aspetti.
Le mostre erano allestite presso il Palazzo delle Arti di Napoli (PAN) con il patrocinio morale del Comune. La sala dedicata al subvertising includeva due opere che hanno procurato agli autori denunce di vilipendio della religione: Ecce homo erectus di Hogre, che affonda la lama nella pedofilia tra esponenti del clero, e Immaculata Conceptio in vitro di DoubleWhy che contesta la politica ecclesiastica a proposito della libertà di scelta in campo riproduttivo. La sala, condivisa da sette artisti, ha portato alle estreme conseguenze ogni ragionamento condotto all’interno del Festival. I concetti più solidi della chiesa cattolica – l’innocenza, la purezza, la verginità, il sacrificio – sono stati demistificati: è stata denunciata la violenza sessuale sui minori; è stata liberata la figura della Madonna dalla sua storica e acritica sottomissione; si è riso dell’uso politico del crocifisso, del modello “famiglia tradizionale”, del concetto di santità messo alla prova dalle relazioni tra governi e interessi internazionali; è stato mostrato il connubio tra comunicazione commerciale di massa e comunicazione religiosa.

Il subvertising è dirompente quanto più è accessibile, quanto più riesce a insinuarsi entro cornici solitamente deputate a veicolare messaggi omologanti, allocando a tradimento pensieri scomodi, estetiche divergenti. È accattivante proprio nell’aggirare il controllo, operando abusivamente entro una sfera d’azione consapevole, determinata, studiata. In un certo senso, possiamo vedere riprodotti i meccanismi della comunicazione social, al cui interno esiste una dinamica incoerente e in lotta tra contenimento e fuga, tra amministratori e utenti. Tuttavia le stesse risorse straordinarie che il linguaggio satirico, antagonista, creativo può derivare dal sistema comunicativo di reti, si traducono nella eguale probabilità che i messaggi hanno di essere divelti, sottratti e strumentalizzati a vantaggio dei più sleali malintesi. Ecco che la derisione del potere clericale passa per incitamento all’odio o discriminazione. Per questa via l’artista viene scollato dal suo lavoro e proposto come nemico alla comunità.

Da Charlie Hebdo in poi non si parla più di anticlericalismo: illustrazioni, fumetti, film, canzoni, libri non sono anticlericali, sono blasfemi. Vero è che gli artisti elaborano il loro pensiero attraverso una materia che spesso è fatta prettamente di immagini ed è vero che queste, fuori dall’opera d’arte, sono oggetti di culto. Gli artisti ne sono consapevoli. Sanno che la Vergine è adorata, che lo è la croce, ma loro vedono e rappresentano un rovescio: stessa forma, diverso significato. I tabù, i divieti e gli imperativi impliciti che le figure sacre propagandano possono essere sconfitti solo nella disobbedienza, nell’eresia, nelle medesime figure per la quali si chiede riverenza. L’utilizzo dell’immagine e la sovversione dell’immagine motivano la tendenza dei credenti a giudicare le opere blasfeme e non anticlericali, ma è necessario che le azioni culturali siano lette in quanto tali e in quanto tali differite da generici moti di gratuito vandalismo, di umiliazione e di sopraffazione. Chi difende l’arte anticlericale non difende lo sfogo deliberato contro un fedele. Autorizza le figure retoriche scelte dall’artista per rappresentare o enunciare un’idea contraria al potere religioso e alla sua ingerenza. Una delle fatiche intraprese dal Festival è stata accompagnare visitatori e spettatori nella interpretazione e nella ri-contestualizzazione delle opere. Senza un processo di lettura maturo, la contrapposizione tra idee non produce alcuna conoscenza; stabilire un ordine di gusto, senza gestire la reazione all’atto artistico entro una risposta effettivamente culturale e intellettiva non porta ad alcun progresso. Per queste ragioni, Ceci n’est pas un blasphème ha provato a spostare il focus dalla legittimità della provocazione in arte – legittimità che si è sempre pronti a discutere – alla capacità del pubblico di gestire le proprie reazioni.

Le reazioni al Festival sono un capitolo tutto da snocciolare e ci permette di rilevare alcuni dati.
Innanzitutto, il dissenso tra i fedeli non è sempre spontaneo come si penserebbe. Spesso è pilotato e montato ad arte, infatti di frequente criticano, e temono, ciò che non hanno neanche visto. Gli organizzatori del Festival hanno potuto quando sono stati accusati di aver attaccato solo e unicamente la fede cattolica, atto giudicato particolarmente grave dai detrattori, convinti che tra chiesa cattolica e nazione italiana ci sia una completa assimilazione. Anche considerando che una esposizione di arte anticlericale possa legittimamente limitarsi a un ambito circoscritto, il punto da sottolineare è che la critica mossa è proprio infondata: il Festival ha dato spazio alle tutte le religioni, anzi la serata dedicata al cinema si è conclusa con la proiezione di Swipe, il cortometraggio del pakistano Arafat Mazhar.

A questo punto non ci resta che raccontare le circostanze che hanno fatto di Ceci n’est pas un blasphème il Festival delle bestemmie.
Pochi giorni dopo l’inaugurazione delle mostre, Illustre Feccia e Ceffon, hanno istallato nella città di Napoli alcuni manifesti, riproponendo sia soggetti figurativi già esposti al PAN che immagini nuove. L’organizzazione del Festival e il Comune di Napoli non erano al corrente del loro progetto urbano, non lo hanno autorizzato né commissionato. Con tale iniziativa, i subvertiser hanno certamente voluto segnalare la manifestazione e la loro presenza in città, soprattutto però hanno requisito, nelle forme tipiche del subvertising, spazi a loro più congeniali, ovvero quelli pubblicitari, che i subvertiser sabotano creativamente emancipando i cittadini dalla propaganda consumistica. I manifesti di Ceffon hanno sortito le reazioni più agguerrite perché mettono la bestemmia in primo piano. Dobbiamo rimarcare che questa non è riferita al culto o alla fede, ma a modelli di propaganda commerciale o elettorale. Il linguaggio persuasivo della pubblicità e i disvalori inoculati attraverso slogan ammiccanti sono il reale oggetto della disamina dell’artista che ci illustra le vere religioni a cui rendiamo culto. Ceffon sovverte le regole giocando. Gioca e mette in discussione la presunta innocenza della Disney, di Topolino, gioca con le assonanze di slogan e titoli popolari. Il senso del sacro e i contenuti della fede sono sempre più lontani: la satira è di costume e la bestemmia è adoperata per mostrare quanto l’oscenità sia potente, e forse necessaria per svegliarsi dalla passività.

A Napoli si era in campagna elettorale. Nel vuoto di argomentazioni, la difesa del comune senso del pudore, le parole “tolleranza” e “rispetto”, usate quasi come password per entrare nelle grazie della maggioranza senza bisogno di aggiungere altro, sono cadute proprio come il cacio sui maccheroni. Tutte le liste elettorali si sono proposte di difendere i napoletani dal vile attacco, di tutelare il sentimento religioso dalla gratuita provocazione. Le accuse rivolte all’amministrazione pure sono significative: l’assessorato non avrebbe dovuto autorizzare una mostra del genere, lo spazio pubblico non può accogliere linguaggi blasfemi. Ecco, l’Uaar ha avuto il merito di evidenziare questo passaggio e di invitare le amministrazioni a riconoscere che per tanti cittadini credenti, altrettanti atei, agnostici, razionalisti, aconfessionali hanno diritto ad usare gli spazi pubblici che le amministrazioni concedono ai cittadini per attività culturali e divulgative. Il Festival ha dovuto assumersi la responsabilità di ricordare che lo Stato italiano e le sue istituzioni sono aconfessionali, che la libertà d’espressione è un diritto costituzionale, che le idee religiose sono idee come le altre e che il diritto a offendersi non autorizza alla diffamazione e alla coercizione.

Perché parliamo di diffamazione e coercizione?
Il 17 settembre, a Napoli, un bambino di pochi anni moriva tragicamente per mano di un adulto. I poster satirici di Ceffon che utilizzavano Topolino e alcuni simboli della Disney sono stati accusati di aver profanato l’immaginario dell’infanzia e, in particolare, di aver intenzionalmente mancato di riguardo alla triste e luttuosa circostanza. Questa tesi è stata sostenuta, senza contraddittorio, persino in una trasmissione televisiva andata in onda su Rai due, ovvero Ore 14. Ceffon, naturalmente, ignorava del tutto gli sconcertanti fatti di via Foria. A riprova della sua estraneità, aggiungiamo che le grafiche erano state elaborate nei mesi precedenti.

A dispetto dei ripetuti chiarimenti che gli organizzatori hanno divulgato dai propri canali, non solo i poster di Ceffon, ma la mostra stessa è stata tacciata, oltre che di vilipendio e oltraggio del sentimento religioso, di negazione dei diritti dell’infanzia, accusa che è costata un’azione di censura: il Festival delle Arti per la libertà d’espressione si è, infatti, concluso con un evento rimosso.

L’artista spagnolo Abel Azcona, presente in mostra con un’opera di denuncia della pedofilia nel clero, avrebbe dovuto mettere in scena una performance consistente in una posa scultorea: l’artista, vestito di nero, in piedi, si sarebbe dovuto collocare su piedistallo di fronte a un bambino, anch’egli in piedi, ma armato di pistola. Nessuna interazione. Nessun dialogo. L’azione sarebbe durata circa mezzora e, a fronte dell’artista immobile, più bambini si sarebbero alternati di fronte a lui, in modo silenzioso e composto. Sarebbero stati selezionati in base all’età, compresa tra gli 8 e i 10 anni, e individuati presso accademie di danza o scuole teatrali, orientando la scelta su bambini preparati alle esigenze dell’esibizione e alla messa in scena. La mera descrizione operativa del gesto artistico è stata sufficiente a spaventare la direzione del PAN, già bersagliata da due settimane sul pretestuoso tema della bestemmia e dell’infanzia. Sembrava poco opportuno fidarsi della razionalità di giudizio del pubblico, che aveva dato prova di essere manovrato dalle logiche della campagna elettorale: candidati e sostenitori avevano sfacciatamente usato il tema religioso per attaccare l’amministrazione uscente e accattivarsi le simpatie di un elettorato emotivamente fragile e politicamente incompetente. Dunque… meglio di no. Esaminando il progetto della performance, dovrebbe essere abbastanza facile dedurre che il riferimento dell’artista è all’abuso di potere e, soprattutto, che non c’è alcuna violazione gratuita dei diritti dell’infanzia. Se così non fosse, allora non dovrebbe essere consentito l’impiego di bambini in film tragici, horror o in lunghe riprese fotografiche per cataloghi di moda e pubblicità. Possiamo invece affermare convintamente che non solo Abel Azcona non avrebbe fatto nulla di sacrilego, soprattutto non avrebbe fatto nulla di lesivo della integrità fisica e psicologica dei piccoli attori. È proprio il caso di affermare che Ceci n’est pas un blasphème: questa NON è blasfemia.

Che cosa possiamo aggiungere?
Il sentimento religioso riceve continue concessioni perché è strettamente intrecciato alla paura delle reazioni. Nella circostanza che oggi abbiamo ripercorso con voi, fortunatamente a scala dimensionata, questo legame si conferma quale sintomo di un problema molto più vasto e che sintetizziamo nella automatica, acritica disponibilità a negoziare le nostre libertà laddove siamo incapaci di disarmare i poteri.

 

 

 

 



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