Ambiente e agricoltura, perché un cibo bello non è sempre buono

L’ultimo rapporto dell’associazione ambientalista “Terra!” riguarda la frutta prodotta in serie e i rigidi paletti che i produttori devono assecondare in termini di taglia, dimensione e colore per stare sul mercato. O meglio, nei supermercati.

Maurizio Franco

Frutta prodotta in serie, tutta uguale, dalle forme standardizzate, sugli scaffali dei supermercati. La calibratura di ciò che mangiamo è questione oramai dirimente per il settore agroalimentare europeo. Taglia, dimensione e colore. Le corsie degli store che scintillano con cassette dalle arance turgide e dalle pere sinuose e il comparto agricolo in ginocchio a causa dei cambiamenti climatici. Che, tra le altre cose, rappresentano un ostacolo ulteriore – visto che di per sé la natura è già imperfetta – per i produttori, costretti ad assecondare i rigidi capitolati dei distributori, pur di stare sul mercato.

A scandagliare le contraddizioni che emergono dal bisogno spasmodico di rendere tutto ciò che è coltivato esteticamente perfetto, è l’ultimo rapporto dell’associazione ambientalista Terra!, “Siamo alla frutta. Perché un cibo bello non è sempre buono per l’ambiente e l’agricoltura”. Gli autori: Fabio Ciconte, direttore dell’associazione, e Stefano Liberti, giornalista e documentarista. Lo scopo? analizzare l’impatto sull’agricoltura della commercializzazione dei prodotti selezionati geneticamente, coltivati, raccolti, passati al vaglio delle macchine calibratrici. E il rapporto lo fa soffermandosi su quattro frutti simbolo della crisi che sta vivendo il settore in Italia: le pere, le arance, i kiwi e le mele. Attraverso un’analisi comparativa di queste filiere, “Siamo alla frutta” evidenzia le principali problematiche e indica alcune proposte politiche a tutti gli attori coinvolti.

Nelle oltre 50 pagine di dossier, Terra! è categorica: La Grande distribuzione organizzata (Gdo), l’Unione europea e la miopia delle istituzioni nazionali influenzano le nostre abitudini alimentari attraverso scelte di mercato e rigide norme. Codici e interessi che trasformano l’ortofrutta in un feticcio da vendere e consumare (con gli occhi). Perché a varcare la soglia dei nostri frigoriferi è soltanto una grigia bellezza. E qui lo spreco di tonnellate di cibo. “Una parte significativa dell’enorme produzione mondiale non può accedere al mercato del fresco, perché ogni frutto deve rispondere a standard di commercializzazione e a severe norme europee, che non tengono conto dei tempi e della variabilità della natura e, soprattutto, degli effetti della crisi climatica sul comparto”, dice Fabio Ciconte. Nel mondo, secondo i dati forniti dalla Fao, il 33 per cento dell’intera produzione alimentare non viene consumata.

Ambiente e profitti. In Italia, il segno meno è una costante sulle superficie coltivabili, mangiucchiate dagli stravolgimenti climatici e dall’ingordigia del sistema. Nonostante, nel 2020, il valore della produzione ortofrutticola sia stato pari a 11,4 miliardi di euro, il 23,2 per cento del totale della ricchezza generata dall’intero settore primario. Negli ultimi 15 anni, in Emilia Romagna, il polo europeo delle pere, su 28mila ettari complessivi di terreni a disposizione del frutto, circa 6mila ettari sono sfumati. In Sicilia, fino a vent’anni fa, le arance si accaparravano 107mila ettari: oggi rosicchiano 82mila ettari di coltivazioni. E il Kiwi, la cui produzione a livello nazionale ha registrato dal 2014 al 2019 un calo di quasi 100mila tonnellate, a causa di una malattia che sembra propagarsi, secondo alcuni studi, proprio per l’aumento delle temperature.

Le mele, invece, reggono l’urto delle oscillazioni stagionali e annuali e la galassia produttiva è in grado di stabilire un rapporto più equo con l’universo della distribuzione. Il Trentino-Alto Adige vanta il 50 per cento dei 53mila ettari tricolore dedicati al frutto, e il 68 per cento della produzione nazionale. “La peculiarità che caratterizza la produzione di mele è, senza dubbio, la capacità aggregativa, che garantisce ai produttori di stabilire il prezzo insieme alla grande distribuzione, in un negoziato paritario. La massima espressione di questo aspetto si trova nel consorzio Melinda”, racconta Ciconte. Un potere, nato dall’aggregazione e dalla cooperazione, che sfida le logiche di mercato e il terremoto climatico. Eccezione in un Paese che, tra il 1980 e il 2017, ha subito 65 miliardi di euro di danni per l’impatto degli eventi estremi e gli sbalzi di temperatura.

Un’agricoltura stanca e fortemente in difficoltà. “Come siamo arrivati a questo punto? E come uscire da una spirale che vede migliaia di agricoltori ogni anno finire sul lastrico per il combinato disposto di effetti climatici, politiche della grande distribuzione e un quadro normativo irrazionale?”, sono alcune delle domande che l’associazione Terra! pone all’opinione pubblica.

Stando alle analisi del Rapporto, è il Regolamento Ue 543/2011, poi modificato dal 428/2019, ad operare una prima discriminazione della frutta e della verdura, sfornando parametri stringenti per 10 prodotti ortofrutticoli. Oltre ad agire per tutelare la salute dei consumatori, prescrivendo alcune regole basilari (cibo sano, pulito, intero e privo di parassiti), la norma continentale interviene sulla colorazione della buccia, sul diametro e sull’omogeneità dell’imballaggio. Nel 2009, le istituzioni europee si erano così intestardite con il mondo agroalimentare, che mettevano bocca, addirittura, sulla curvatura massima di cetrioli e carote.

Oggi, elaborano elenchi e classifiche, stilati attraverso le categorie merceologiche: “Extra” e “I” sono le sigle per le primizie nelle vetrine dei supermercati. “II” è la seconda scelta. E, come ribadiscono da Terra!, “non è affatto sinonimo di qualità inferiore”. Eppure, tale dicitura bolla la frutta e la verdura che non troverà mai posto nei saloni di bellezza della Gdo. Cibo riversato nei mercati più poveri, ad esempio quelli dell’est Europa, o nelle centrifughe dell’industria dei succhi di frutta. “Le scelte di mercato della Gdo determinano il futuro di migliaia di lavoratori e di un intero settore. Il rischio è che gli agricoltori, per vendere a prezzi stracciati i prodotti imperfetti, decidano di lasciarli sul terreno o, nella peggiore delle ipotesi, decidano di chiudere le aziende. La seconda scelta quindi sempre più spesso diventa scarto”, denuncia Ciconte. In sintesi: sono sempre gli anelli più bassi della catena, agricoltori e braccianti, a sobbarcarsi i costi di una filiera iniqua.

Terra! non ci sta e rivendica un’azione di sistema a 360 gradi. In Europa è in corso la revisione delle norme sulla commercializzazione dei prodotti ortofrutticoli, “un’opportunità per mettere fine all’eccesso di regolamentazione che impedisce margini di manovra ai produttori”, martoriati dagli smottamenti climatici. L’associazione punta il dito verso le istituzioni italiane, ree di non incentivare la vendita e l’acquisto di una quota maggiore di prodotti fuori calibro. E verso la Grande distribuzione organizzata, l’anello più forte delle maglie agroalimentari. “Questa ossessione per la perfezione è incompatibile con le trasformazioni dell’agricoltura alle prese con il cambiamento climatico. Per questo – dichiara Ciconte – chiediamo un intervento della politica a tutela del reddito degli agricoltori e un impegno della grande distribuzione ad acquistare anche la frutta fuori calibro”.



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