A un mese dall’orrore. Un mese di orrore

Lo scorso 7 ottobre Hamas ha perpetrato il più grande massacro di ebrei dall’Olocausto, innescando una spirale di vendetta che nessuno pare intenzionato a bloccare.

Cinzia Sciuto

Un mese esatto è trascorso dal brutale massacro di più di mille civili israeliani a opera di Hamas. Il 7 ottobre scorso, il sabato nero, come lo hanno chiamato gli israeliani, dopo che una pioggia di razzi più intensa del solito ha investito Israele, più di duemila miliziani di Hamas si sono infiltrati in territorio israeliano utilizzando i mezzi più diversi – autocarri, camioncini, motociclette, bulldozer, motoscafi, addirittura parapendii a motore e deltaplani – distruggendo in più punti il muro che separa la Striscia di Gaza da Israele. Un attacco preparato e programmato nei minimi dettagli, che ha però colto di sorpresa l’esercito e i servizi segreti israeliani. I miliziani di Hamas hanno attaccato alcuni kibbutz nel sud di Israele – Nir Oz, Be’eri, Netiv HaAsara, Kfar Aza – massacrando a sangue freddo centinaia di uomini, donne, bambini inseguiti casa per casa. Un altro commando di miliziani intanto attaccava i giovani riuniti a Re’im per un festival musicale: 260 ragazzi saranno barbaramente uccisi mentre ballavano e cantavano. Il bilancio finale di questo sabato di orrore è di più di 1400 persone uccise e più di 200 prese in ostaggio. Il più grande massacro di ebrei in un solo giorno dall’Olocausto.
Non si può non partire da qui, e dalla cesura che questo massacro rappresenta. Non c’è contestualizzazione che tenga, non c’è causa che giustifichi l’aver oltrepassato il limite della disumanità. Come abbiamo scritto fin dall’indomani del 7 ottobre, questa non è resistenza: parola nobile che con la furia omicida che si scatena in maniera indiscriminata contro civili innocenti non può avere nulla a che fare.
Dopo il 7 ottobre non ci è stato dato neanche il tempo di elaborare il lutto per la tragedia che si era appena consumata, che la vendetta si è scatenata – brutale e indiscriminata – contro l’intero popolo palestinese di Gaza: in 31 giorni di guerra sono più di 10 mila le vittime palestinesi, di cui circa 4mila bambini. Una reazione che era esattamente quella prevista e voluta da Hamas, che in varie occasioni ha rivendicato la necessità che il popolo palestinese paghi un prezzo di sangue, minacciando anche altri attacchi analoghi a quello del 7 ottobre.
Eppure che il sangue palestinese versato in queste settimane pesi sulle spalle di Hamas insieme a quello delle vittime israeliane, non rende meno pesante il fardello che si porta sulle spalle Israele, e tutta la comunità internazionale che lo sostiene. Non è vero, mai, che non c’è scelta. Così come l’attacco di Hamas è stata una precisa scelta che ha creato una irrimediabile cesura con la causa palestinese, anche la risposta di Israele poteva essere diversa. Lo scorso 7 ottobre Hamas ha innescato una spirale di vendetta che nessuno – e questa è la tragedia – sembra avere intenzione di bloccare.

FOTO: The Super Nova Festival ground in Re’im after the attack by Hamas. EPA/MANUEL DE ALMEIDA



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