Un Recovery Plan per l’Italia contaminata

Dal Trentino alla Sicilia, la geografia avvelenata dei siti che pagano le conseguenze dello sviluppo industriale. Il drammatico impatto sulla salute e l’urgenza di bonificare i territori.

Rita Cantalino

Il quadro delle criticità ambientali nel nostro Paese è tanto legato a doppio filo alla sua storia che possiamo ancora definirle “emergenze” solo per il drammatico impatto che esse hanno sulla salute di chi le subisce.

Dal Trentino alla Sicilia, ogni regione italiana è interessata da almeno una contaminazione. Raccontarle tutte insieme è impossibile, si possono però delineare una serie di tratti comuni per rendere l’idea dello stato di salute dei territori interessati e delle popolazioni che li abitano.

Si tratta di luoghi che pagano le conseguenze dello sviluppo industriale dell’ultimo secolo, che hanno ospitato impianti di vario genere, fabbriche o complessi industriali e, dando un importante contributo alla corsa alla crescita, hanno fatto del nostro Paese l’ottava economia mondiale. In aggiunta a questi, ci sono luoghi in cui tale sviluppo ha scaricato le sue conseguenze più nefaste, in cui la gestione illecita o ambientalmente dannosa dei rifiuti è stato un ulteriore tassello per garantire il funzionamento del sistema.

Si è trattato di un processo condotto senza alcuna considerazione delle sue conseguenze. Se su un territorio si installa una fabbrica e si dà avvio a una produzione, quell’attività avrà degli impatti. Se si brucia, si produrranno polveri; se si scava, si libereranno sostanze; se si mescoleranno quelle sostanze, reagiranno di conseguenza.

Guardando alla storia del nostro sviluppo industriale, vediamo una storia di contaminazioni. Casale Monferrato e i tetti bianchi, Seveso e Manfredonia e la pelle ustionata dei loro abitanti, le strade rosse del quartiere Tamburi a Taranto, i veleni nel sangue dei cittadini campani e del basso Lazio sono solo alcuni degli esempi, i più noti.

I Siti Interesse Nazionale e Regionale

Quando nel 2006 è arrivato il Testo Unico Ambientale 152 e ha stabilito l’esistenza dei Siti di Interesse Nazionale per le bonifiche, era già molto tardi per intervenire. Da decenni intere comunità locali denunciavano livelli di incidenza tumorale e mortalità oltre ogni media. La mappa dei SIN ha restituito come uno specchio deformante le conseguenze del secolo appena trascorso, disegnando una geografia avvelenata che parla dell’industria bellica, chimica e del carbone di inizio Novecento, prosegue con lo sviluppo dell’industria petrolifera che ha cominciato la sua corsa tra le due guerre e finisce nel secondo dopoguerra, quando il Paese è stato costellato da poli industriali legati ai consumi di massa: le automobili, gli elettrodomestici, le plastiche.

Se volessimo unire tutti i punti di quella mappa, scopriremmo che essa tocca ognuna delle regioni italiani a eccezione del Molise (il cui SIN di Guglionesi è stato declassato a SIR), dove però sono presenti centrali elettriche e cementifici i cui impatti non sono ancora riconosciuti ufficialmente solo perché nessuno li sta cercando abbastanza. Una distribuzione democratica, dunque, ma con spiccate concentrazioni nel triangolo industriale e nell’hinterland partenopeo.

Il Testo Unico Ambientale 152/2006 formalizza la contaminazione e stabilisce la priorità, da parte dello Stato, di bonificare i territori interessati da quest’ultima e tutelare il diritto alla salute dei cittadini che vi abitano. Nascono così i SIN, originariamente 58, adesso 42 non per ragioni di bonifica ma a causa del declassamento di 17 di questi, che sono andati ad arricchire la schiera degli oltre 35.000 SIR, Siti di Interesse Regionale, e all’aggiunta del sito di Giugliano in Campania nel settembre 2020. La differenza tra SIN e SIR è meramente amministrativa: l’onere della bonifica è a carico dello Stato per i primi, delle regioni per i secondi.

I SIN coprono 177.268 ettari di superficie del nostro Paese, cui si aggiungono i 77,733 ettari di aree marine. Si tratta di quasi lo 0,6% del territorio nazionale: può sembrare poco solo non tenendo conto che si tratta di quasi 1800 chilometri quadrati. È come se le superfici di Roma (1.285 km²), Napoli (119 km²), Milano (181,8 km²) e Palermo (158,9 km²) fossero completamente contaminate. A questo dato va aggiunto quello delle acque e quello dei SIR, aggiungendo i quali la percentuale sfiora il 3%.

In questi territori abita il 10% della popolazione nazionale: circa sei milioni di persone. Equivalgono a più degli abitanti di Napoli e Roma messi insieme.

Comunità sacrificate

Con il riconoscimento ufficiale da parte dello Stato sono arrivati gli studi epidemiologici, il più autorevole dei quali è “Sentieri, Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli  Insediamenti Esposti a Rischio di Inquinamento”, prodotto dell’Istituto Superiore di Sanità. Le sue cinque edizioni, tra il 2010 e il 2019, analizzano lo stato di salute della popolazione residente in parte dei siti contaminati (quelli di cui sono reperibili informazioni) e ne restituiscono dati allarmanti: mortalità, incidenza tumorale, malattie neurodegenerative e del sistema nervoso ma anche una miriade di altri effetti negativi sulla salute, in percentuali nettamente superiori alla media. Chi abita presso un SIN si ammala di più e muore di più di chi non vi abita, a tutte le età. Si ammalano tutti e tutte, con la importante specifica che una percentuale che va oltre il 50% degli interessati appartiene a fasce sociali svantaggiate: chi vive presso un SIN è in genere più povero. Se ci ricordiamo di questo, e del fatto che molti di questi poli sono stati volano del nostro sviluppo industriale, si palesa un’altra evidenza: le popolazioni che hanno contribuito alla crescita economica del nostro Paese non sono tra coloro che ne hanno beneficiato. Al contrario, ne hanno ricevuto in cambio agenti patogeni, cellule impazzite e deterioramento della qualità della vita.

Lo stato delle bonifiche

Non stupisce la priorità formale di cui gode la bonifica di tali aree, quello che desta scalpore sono gli effetti sulla realtà di tale priorità. I dati aggregati più aggiornati riguardo i SIN di cui disponiamo (ISPRA, 2018) ci dicono che i procedimenti di bonifica conclusi sono appena il 15% per i suoli, il 12% per le acque. I siti per cui ci sono stati interventi di messa in sicurezza o nei quali è già approvata la bonifica sono il 12% per le superfici e il 17% per le acque.

Per quanto riguarda i SIR, è di quest’anno la pubblicazione del report “Lo stato delle bonifiche dei siti contaminati in Italia: i dati regionali” che, analizzando i dati disponibili fino alla fine del 2019, ci dice che dei 34.478 SIR, appena la metà (17.682) sono stati bonificati o riconosciuti come effettivamente contaminati. Degli altri 16.264 sappiamo soltanto che vi sono dei procedimenti in corso, che è una formula che copre un arco di possibilità che va dall’accertamento della contaminazione all’avvio delle fasi di bonifica, ma può anche voler dire che non si hanno ancora dati o informazioni in merito.

La prima inevitabile domanda che si pone è: perché siamo così indietro?

Ci troviamo di fronte a una contaminazione che attraversa la storia della Repubblica, riconosciuta in termini ufficiali dallo Stato da ormai quindici anni, abbiamo studi che dimostrano che si sta consapevolmente mettendo a repentaglio la salute di innocenti, che sono in larga parte persone che non hanno mezzi per curarsi, e che spesso vivono in contesti in cui la sanità vive condizioni disastrose.

Perché stiamo facendo ammalare e morire i nostri concittadini?

Se si inizia a studiare il mondo delle bonifiche per trovare una risposta ci si trova imbrigliati in una intricata rete di competenze che si sovrappongono, si incrociano, si frenano a vicenda. Sopra tutte queste domina una legge, la 152 del 2006, che ha il pregio di essere estremamente chiara dal punto di vista degli iter procedurali ma il grave difetto di essere farraginosa dal punto di vista applicativo, essendo orientata all’efficienza formale del processo burocratico più che all’efficacia dell’azione che delinea.

Questo significa che l’applicazione pedissequa di questa norma, elaborata ormai da quindici anni, non lascia spazio all’evoluzione delle conoscenze e delle competenze che c’è stata in questi anni. Non ci sono indicazioni per orientare materialmente chi dovrà condurre i processi di bonifica, l’approccio suggerito è limitato e ormai obsoleto, con il risultato che vengono ritenute pionieristiche sperimentazioni e anche innovazioni tecniche che ormai, nel resto del mondo, sono ritenute acquisizioni definitive.

Siamo indietro dal punto di vista della tecnica, non dedichiamo spazio alla ricerca in questa direzione, le competenze dei vari enti interessati si scontrano in un’accozzaglia burocratica che produce continui blocchi e lungaggini, non abbiamo figure specifiche dedicate e formate per risolvere la questione. Questo quadro farebbe sorridere amaramente pensando allo stereotipo dell’ingombrante e mastodontica pubblica amministrazione italiana, se – è sempre bene ricordarlo – non stessero morendo delle persone.

Cosa si può fare?

Se non è possibile individuare un intervento unico che, come una bacchetta magica, risolva la situazione, si possono elencare una serie di priorità e un piano d’azione.

Innanzitutto, serve una struttura nazionale, all’interno del Ministero della Transizione Ecologica, dedicata esclusivamente a questo tema, che possa gestire autonomamente risorse, personale interno e competenze.

Avere un dipartimento specifico consentirebbe da un lato di mettere ordine all’interno del complesso iter burocratico, dall’altro di dare priorità al diritto alla salute dei cittadini con interventi provvisori (che siano realmente provvisori) di messa in sicurezza dei territori in cui è stata già accertata la contaminazione.

Un centro unico di questo tipo potrebbe essere il punto di riferimento di tutti gli attori interessati nei processi di bonifica: enti locali, governo, MITE, Agenzie Regionali per la Protezione Ambientale (ARPA), Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) e tutti gli altri tasselli del puzzle, che in questo modo avrebbero un luogo in cui confrontarsi, scambiarsi dati, informazioni e buone pratiche e, soprattutto, fare ricerca.

La ricerca è il punto cruciale di questo processo: non godiamo di una platea di tecnici aggiornati perché nei dipartimenti universitari italiani non si formano professionalità competenti e non si fa ricerca. Gli unici avanzamenti di cui godiamo sono quelli apportati dal settore privato, il che è in netta contraddizione con la stessa istituzione dei Siti di Interesse Nazionale che, in quanto tali, dovrebbero interessare innanzitutto il pubblico.

La prima necessità è un grande investimento di risorse per rendere efficace la macchina pubblica delle bonifiche e garantire il diritto alla salute dei cittadini e delle cittadine. C’è chi come UP, una rete di attivisti e attiviste, propone di utilizzare parte del Recovery Fund a questo scopo. La fase che stiamo vivendo e l’iniezione di fondi che il Recovery Plan porterà nelle casse pubbliche può essere cruciale: qualunque Piano di Ripresa e Resilienza non dovrebbe poter prescindere dalla bonifica delle contaminazioni nel nostro Paese.

Mai come in questo momento, dopo l’anno appena trascorso.



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