Un secolo di Gassman

Nel centenario della nascita un ricordo di Vittorio Gassman, straordinario attore e grande mattatore della commedia italiana.

Mario Sesti

Uno è timido, riservato, timoroso e incline alla malinconia, l’altro è estroso, istrionico, inaffidabile e un po’ mascalzone: uno ha paura delle donne, l’altro ne va a caccia senza sosta. Stiamo parlando dei due personaggi protagonisti di Il sorpasso, titolo paradigmatico della commedia all’italiana, con Jean Louis Trintignant e Vittorio Gassman, ma il film che ha definitivamente consacrato quest’ultimo come uno degli autori/attori principali di quel genere che Monicelli, da sempre nemico della magniloquenza, definì un movimento artistico tra i più importanti del Novecento, fornisce anche lo schema psichico ed esistenziale, la matrice e il sistema operativo dello stesso Gassman, ora che il pathos della distanza, come direbbe il filosofo, ce lo pone a 100 anni dalla sua nascita.

Inizia a fare teatro per vincere la propria tendenza a isolarsi, i suoi ultimi decenni saranno segnati dalla battaglia contro la patologia dell’isolamento generata dalla depressione. In mezzo una strepitosa avventura fatta di più di 130 film e la ricostruzione del teatro italiano, di cui diverrà un emblema glorioso, a partire dal 1943, fino al 2000. L’attore italiano più istrionico, il più mimetico, il più avido e trasformista, capace di studiare Amleto con Charles Laughton e mangiare pasta e ceci con Capannelle in I soliti ignoti, dopo aver sbagliato a sfondare una parete per una rapina, è anche l’obiezione più efficace per coloro che resistono all’idea che un attore, come uno scrittore, un artista, un musicista, è innanzitutto un intellettuale che produce pensiero e non soltanto spettacolo (ma anche l’amore necessario a svariati matrimoni e 4 figli naturali, più uno d’adozione affettiva: Emanuele Salce – è quello che ha la voce che gli somiglia di più).

Gassman ha lavorato fianco a fianco con Flaiano e Robert Altman, condiviso cene amicizie dibattiti e screzi con Monicelli e Risi (alcuni anche drammatici come racconta il figlio Marco nel suo bellissimo libro (Forte respiro rapido. La mia vita con Dino Risi), creato un sodalizio artistico e umano non ordinario con Ettore Scola, Paolo Villaggio, Ugo Tognazzi: la vita, e il dna, sembravano destinarlo all’attività fisica, all’eccellenza nello sport (fu da giovane nella nazionale di pallacanestro). Il palcoscenico prima, il cinema poi, ha trasformato questo giacimento psicomotorio in una compilation smisurata di personaggi dalla falcata rapida e lo sguardo d’allarme, la simulazione sempre a difesa del raggiro e della paura e l’eloquenza ammaliatrice, la statura imponente e la fragilità recondita, lo stupore del desiderio e la fuga della libertà: tra l’ex partigiano diventato erede privo di scrupoli dell’impero di un palazzinaro di C’eravamo tanto amati e l’anziano carico di rimpianti, mestizia e voglia di tenerezza di La famiglia, Ettore Scola sembra aver usato Gassman non solo per rispecchiare l’oscuro periplo di un’intera società, di tutto un paese, ma anche, e soprattutto il mistero che lega quella timidezza, quella paura, quel bisogno d’abbandono, quel finale di partita in solitudine con l’ambizione sfrenata, la volontà di potenza, l’avidità, l’energia, l’egocentrismo che Gassman Vittorio, che si era dedicato al cinema innanzitutto per vedersi diverso (“per rendermi simpatico, io che sono odioso”), trasudava sullo schermo. Un grande attore è sempre un ossimoro: la forza oscura, quantistica, che tiene insieme cose che nella realtà sembra impossibile possano coesistere. L’angoscia di essere gettati nel mondo e l’ironia: nel testamento lasciò come disposizioni che il suo corpo venisse mummificato e impagliato e posto nell’atrio di casa. Le sue volontà non poterono essere eseguite. La legge italiana non permette che vengano impagliati i cadaveri.

L’ultima volta che ebbi l’occasione di parlarci fu a New York: il MoMA gli dedicava una serata speciale per Profumo di donna, una interpretazione sanguigna e allo stesso tempo mozartiana per la sorprendente provvista di terzine emotive, e soprassalti armonici, di cui riuscì a caricare la figura di un anziano militare cieco e rattuso nella cui parvenza da caricatura si annida una voglia di vita disperata e commovente. A casa di amici, mi disse: “Lei è uno specialista di Germi – scoprii che conosceva un mio libro – Era il migliore di tutti. Anche Risi la pensava così”. Le palpebre sfarfallarono per un attimo, gli angoli della bocca si piegarono tenuemente in un sorriso cortese prima di voltarsi di lato e prendere la luce da una finestra. Ma con la coda degli occhi studiava le mie reazioni. Come fanno i timidi.



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