Responsabilità e conseguenze di un voto disastroso

I partiti non di centrodestra si sono avviati al voto in concorrenza tra loro invece che uniti. Non potevano che essere sconfitti.

Pancho Pardi

Paradosso ma non troppo. Il voto per il Parlamento appena concluso, disastroso per gli elettori di centrosinistra, ha almeno un aspetto positivo: d’ora in poi nessuno potrà più sentirsi costretto a difendere il PD. Nessuno si sentirà più obbligato a dimenticare ciò che il PD gli ha fatto subire nel solo ultimo decennio: l’erosione dei diritti del lavoro con il Jobs Act, la riforma costituzionale sgangherata del 2015, la legge elettorale Italicum che l’accompagnava (per fortuna mai applicata e poi riconosciuta incostituzionale), la mancata sostituzione della Legge Gelmini sull’istruzione, la “grande riforma” della trasformazione dei Forestali in Carabinieri, tante chiacchiere sullo ius soli e lo ius scholae ma niente legge in merito, e infine la nuova legge elettorale Rosatellum imposta con voto di fiducia, che oggi si ritorce sui suoi autori condannandoli alla sconfitta. È almeno dal tempo dei Girotondi (era il 2002!) che il PD ha solo fatto finta di ascoltare critiche e proposte che salivano dalla società ma si è sempre guardato dall’accoglierle, intento solo alla sua autoconservazione sempre più scadente. Ora che questa è giunta sulla soglia della dissoluzione nessuno può sentirsi obbligato a dare il suo sostegno a un soggetto che non è in grado di sostenersi.

Il PD, che a suo tempo l’ha imposta, sapeva bene che il Rosatellum è una legge dal marcato carattere maggioritario. Che fa sbiadire il ricordo dell’articolo 48, secondo comma: “Il voto è libero e segreto, personale ed eguale”. Non solo non è più eguale, è stato reso drammaticamente diseguale e attribuisce a chi vince un enorme premio di maggioranza occulto. Il PD, che conosceva bene la sua creatura, ha invece ha affrontato il voto con una irresponsabile logica proporzionalista. Ma se davvero voleva una legge proporzionale non doveva farsi infinocchiare dai 5 Stelle che dopo aver ricevuto il suo voto favorevole alla riduzione dei parlamentari non hanno mantenuto la promessa di scrivere insieme una legge proporzionale. È vero: nella mancanza di una coalizione di centrosinistra la responsabilità non è solo del PD. I 5 Stelle hanno fatto cadere il governo Draghi e hanno così alzato un muro contro il PD: non si può imputare al solo Letta la mancata alleanza tra i due partiti. Con il neo partito di Calenda e Renzi l’alleanza (che limitata a questi sarebbe comunque stata insufficiente) è stata stracciata per loro volontà dopo due giorni. Calenda per altro ha anche ucciso nella culla la lista di Bonino (e sono altri 2,9% di voti buttati via). Insomma: l’unica coalizione in grado di contendere il successo alla destra doveva a tutti i costi tenere insieme tutte le forze che sono invece andate separate, per responsabilità di tutte nessuna esclusa. Così, come se fossero elezioni col sistema proporzionale i partiti che si considerano non di centrodestra si sono avviati al voto in concorrenza tra loro invece che contro un avversario non concorde ma capace di presentarsi unito. Non potevano che essere sconfitti. Sarebbe stata meraviglia il contrario.

Il secondo effetto del voto è che d’ora in poi gli elettori di questa parte possono smettere di sognare un autentico partito di vera sinistra. Non si vede chi potrebbe esserne il promotore. Ma se anche a qualcuno, chissà, riuscisse di metterlo in piedi non è ragionevole pensare che possa andare molto al di là del 3%. Anche a farselo piacere a tutti i costi il sogno di un Melenchon italiano risulta malinconico e inefficace. Non sarà mai lo strumento decisivo per il successo elettorale. Al massimo potrà aspirare a svolgere un ruolo di stimolo su un centrosinistra del tutto e profondamente rinnovato, se ma ci sarà. Ora, in mancanza di altro, c’è chi inclina alla tentazione di trovare l’embrione centrale della nuova sinistra nei 5 Stelle, rigenerati dalla perdita di sei milioni di voti e dal trasformismo adottato da Conte tra luglio e settembre. C’è sempre un fantasma di sinistra a cui guardare per illudersi.

Non abbiamo alcun bisogno che FdI ci renda “orgogliosi di essere italiani”. Saremmo stati molto più orgogliosi se avessimo potuto impedire la sua vittoria. Con il voto diretto nei referendum del 2006 e del 2016 eravamo riusciti a cancellare lo stravolgimento della Carta. Ma già il cedimento popolare nell’ultimo referendum sulla riduzione dei parlamentari avrebbe dovuto metterci sull’avviso. L’adagio qualunquista i parlamentari sono un peso inutile quindi meno sono meglio è ha stravinto ed era l’avvisaglia del voto di oggi. Nei prossimi cinque anni ci attende la battaglia pubblica per impedire nuovi danni alla Costituzione e per immaginare, disegnare, costruire una coalizione in grado di contendere il successo nelle prossime elezioni politiche. Ma sarebbe ingenuo pensare di cavarsela con le virtù dell’associazionismo spontaneo e la sua capacità di fornire suggerimenti e idee. Costruire un organismo politico forte e capace di durare richiede impegno personale e collettivo, faticoso e tenace. I partiti non si fanno da soli. E le coalizioni tanto meno.

(credit foto ANSA/ALESSANDRO DI MEO)



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