Liberaci dal nostro sporco quotidiano: intervista a Simona Nuvolari

“Non facciamo come Gurdulù”, non mischiamoci con gli altri, dice Marta, la protagonista del romanzo "Una lotta impari". Perché i limiti sono il tema centrale del libro: come porli in modo accettabile e ragionevole? Il problema del limite attraversa tutti i comportamenti umani. E per Marta, che tende ad immedesimarsi con gli altri, dire di no, porre freno alle richieste altrui, è difficile.

Marco d'Eramo

Nell’Italia post-Covid è uscita Una lotta impari (Rizzoli), romanzo di Simona Nuvolari, in presa diretta con problemi di contaminazione. Marta vive in una famiglia colta e agiata, lavora in ufficio, però è ossessionata dallo sporco, dall’infetto; non fa che passare alcol sulle superfici “contaminate”, evita contatti, consuma una quantità mostruosa di guanti di lattice, in una vera e propria paranoia igienista che tiranneggia marito e figli, mentre trascura la polvere e il disordine per cui la casa diventa inagibile. Scopriamo che le sue “insensate cure” sono cominciate mezzo secolo fa, in un periodo di grande ottimismo collettivo; scomparse negli anni della contestazione, sono riapparse negli anni del riflusso con la nascita dei figli.

Dunque da tempo la sua vita è quella di una donna che guerreggia di giorno in giorno per tenere a bada una follia che qui vediamo raccontata dall’interno, come se l’autrice fosse entrata nell’anima della protagonista. Una follia però che la storia del presente trasforma quasi in normalità: infatti, grazie alla pandemia, uno sfasamento individuale si ritrova d’improvviso in sintonia con nuove prescrizioni collettive. Così la storia diventa un incrocio, spesso umoristico, tra la cosiddetta generazione ‘felice’ degli anni ’60-‘70, cui Marta appartiene, e un presente minaccioso con cui lei paradossalmente si sente molto più in sintonia.

In questo giallo esistenziale, mentre nell’intimità domestica la protagonista è indaffaratissima nelle sue pulizie casalinghe, talvolta collerica con figli e marito per le loro noncuranze igieniste, invece fuori è del tutto diversa, fiduciosa, socievole. Dispiega mille astuzie per simulare la normalità e dissimulare il suo malessere: spende tesori d’inventiva e d’intelligenza, di riflessioni sofisticate, letture, citazioni, conversazioni con amici e specialisti per razionalizzare e giustificare le proprie fobie. Le sue sistematiche strategie per mascherare e occultare sono degne dell’arte della guerra: al punto che, a forza di simulare, nel suo teatro quotidiano Marta mima la normalità tanto da renderla indistinguibile dalla realtà. Ho intervistato l’autrice.

 

Il romanzo si svolge in tre spazi-tempo principali – la casa, la memoria, infine il mondo oggi – che corrispondono almeno a tre registri di scrittura: racconto, racconto/diario, racconto/saggio, e infine cronaca nell’epilogo. Perché questa struttura e queste diverse modalità formali?

Bisognava prima di tutto visualizzare il vissuto della protagonista, con le sue sfasature in casa rispetto agli altri, dato che lei fuori sta molto attenta a non farsi scoprire. A lei viene poi spontaneo cercare di capire le ragioni del suo comportamento per poterle neutralizzare; perciò nella seconda parte va a frugare nel proprio passato. L’immersione nella memoria, confrontata con i diari, le fa capire quanto è sensibile al giudizio altrui e desiderosa di essere accettata: un senso di inadeguatezza, di colpa fin da piccolissima; su questo si è innestata l’educazione religiosa e il problema della femminilità. Dal passato lei spreme tutto quello che può, però non trova nessuna liberazione. Allora, nella terza parte le viene spontaneo un confronto con i suoi contemporanei e cioè dire ok sono una pazza, un’esagerata, fissata: ma voi normali come state messi? E più ci fa caso e più saltano agli occhi ovunque le patologie dei rapporti di forza, lo sporco nascosto sotto il tappeto a livello globale. Qui c’è di nuovo un cambiamento di registro, però come autrice continuo a raccontare cosa fa Marta. Quando lei vede la tv, legge i giornali, sempre più la colpiscono i fatti di cronaca che hanno attinenza con le sue fissazioni, e così comincia a vedere che il rapporto con lo sporco non è un problema solo suo, anche se gli altri lo non lo risolvono come lei. Per chiarirsi le idee a questo punto vive nei giornali che la stimolano, nei libri che la fanno riflettere. Da qui l’impressione di essere passati a un racconto-saggio, ma in realtà è sempre il racconto di ciò che lei vive. Infine l’epilogo è cronachistico, perché c’è la presa diretta sull’enorme cambiamento che il Covid porta nelle abitudini e nell’immaginario. Un cambiamento così incredibile per Marta che lei è spinta ad annotare passo passo i mutamenti che la colpiscono, anche le cifre, soprattutto le cifre.

 

Già, le stranezze igieniste di Marta vanno drasticamente dissimulate oltre lo stretto cerchio della casa e nutrono l’inventività narrativa del romanzo. Ma Marta, come vive questa dissimulazione onesta?

Come assoluto istinto di sopravvivenza. Solo dopo diventa una riflessione come nel testo di Torquato Accetto [autore seicentesco del trattatello De la dissimulazione onesta, ndr]. Tu non vuoi, non devi passare per pazzo perché sarebbe finita per te. Qui non siamo nella paranoia in cui uno non si vede con gli occhi altrui. In questo tipo di disturbo invece tu capisci subito l’effetto anormale che fai, allora devi simulare un comportamento indifferente, perché si sa bene che cosa significa nella nostra società essere bollato come pazzo. Quindi sei salvo finché riesci a mantenere questa “stranezza” segreta, solo per te o per pochi intimi, che anche loro non vogliono che tu passi per pazzo perché ne sarebbero coinvolti.

 

Tra il duello quasi da romanzo cavalleresco contro uno scarafaggio, il terrore di essersi ammalata di tetano, o il racconto su come gli antichi Greci lottavano contro l’impuro non ci sono degli abissi concettuali? Per Marta, lo sporco non finisce per coincidere con ogni forma di paura?

No, per fortuna, lo sporco che affligge Marta non è estensibile all’infinito. Per definizione deve opporsi a qualcosa di pulito. Per lei non c’è, poi, tutto quest’abisso tra le diverse espressioni delle paure: hanno una radice comune, primitiva di difesa dai pericoli. Capita anche agli animali, per esempio quando il cane si fa venire le piaghe alle zampe a forza di leccarsele. La salute per Marta sta nel trovare un equilibrio tra la spinta verso il nuovo e la spinta verso la difesa.

 

È un romanzo sui limiti della normalità?

Direi che i limiti sono il tema centrale del romanzo: come porli in modo accettabile e ragionevole, perché non ci si può solo regolare sugli altri. Chi sbaglia e dove esattamente?
Il problema del limite attraversa tutti i comportamenti umani; oggi nel mondo il limite si è riacutizzato nel senso di confine, con le migrazioni e la continua trasgressione delle frontiere. Si costruiscono muri ovunque; si suscita allarme per la presunta invasione degli stranieri che ci sottrarrebbe identità. In questo la politica più reazionaria va sul sicuro, perché fa leva su sentimenti ancestrali. Infatti di per sé il confine non è deleterio. Ci separa dagli altri, ma questo è altrettanto indispensabile quanto non isolarsi: se tu non sei definito, non consisti; io devo avere un contorno, una pelle per esserci; e poi potremo essere io e te vicini, insieme. Il punto è come lo usi, il confine: se per fare una barriera o per contenere te stesso. A un certo punto, quando a un buffet Marta e il suo amico Felix si riempiono il piatto di ogni sorta di cibo, per evitare che tutte quelle pietanze si mischino e i singoli sapori si perdano, lei dice “non facciamo come Gurdulù”, il personaggio del Cavaliere inesistente di Calvino, che non sapeva distinguere tra sé e gli altri al punto da immedesimarsi in tutto ciò che vedeva e toccava, e con-fondersi in esso. Anche Marta tende a immedesimarsi negli altri e a perdersi dietro a loro, e ha grande difficoltà a dire di no alle loro richieste. Sempre affare di limiti! Anche per questo il suo disturbo, che sembrava scomparso, ritorna quando nascono i figli.

 

Però il comportamento di Marta sembra in sintonia con un’Europa che si vorrebbe sempre più ansiosa di proteggere i cittadini, facendo della sicurezza (sanitaria, civile, politica, sociale, ecc.) un valore tanto importante che vale la pena di barattarlo con la libertà. Quest’ossessione di sicurezza non alimenta diffidenze verso l’altro, l’altrove, l’ignoto? Non è un atteggiamento regressivo?

È regressivo in quanto viene spesso alimentato nei confronti di falsi oggetti, per distogliere il malcontento dalla grande insicurezza e precarietà di salute, lavoro, avvenire, in cui effettivamente oggi ci ritroviamo dopo decenni di neoliberismo, rispetto agli anni del welfare e dei diritti. Ma il malessere di Marta, quel senso di minaccia incombente, è nato controcorrente proprio in quegli anni Sessanta del secolo scorso, un periodo di tensioni tutte proiettate verso il futuro. E lei con le sue manie si sentiva a disagio, pensando che fossero gli altri ad aver ragione.

 

Marta dice che per pulire una cosa bisogna sporcarne un’altra.

La battuta che Marta trascrive, per scherzare un po’ sui propri drammi, è tratta da un libro comico, Le agende di Murphy, le cui implicazioni vengono fuori per lei a poco a poco nelle catene dell’inquinamento della terra, dell’acqua, dell’aria, ma anche nei continui tentativi di trovare soluzioni politiche ai conflitti di ogni genere, che si risolvono spesso soltanto in uno spostamento del problema.
Anche sul versante antropologico, certo, c’è da sempre un tentativo continuo di regolare, di imbrigliare, per evitare che i processi di inquinamento – qualunque cosa questo voglia dire in una data epoca e cultura – si prolunghino all’infinito. I rituali servono a trovare degli argini, degli stop. Si potrebbe dire che, visti da Marta, i nostri attuali rituali a questo proposito siano tra l’altro le conferenze sul clima, le manifestazioni, e così via, che con infinita fatica portano poi a piccoli spostamenti concreti nel modo di produrre, di mangiare, eccetera.

 

Certi episodi, quasi cinematografici per la loro intensità visuale, riguardano la morte: una cremazione, il decesso del padre o la descrizione dantesca di un giovane becchino biondo che salta da una jeep per affondare fischiettando in una fossa, poi risale e riparte “a gran carriera, sempre con quei luminosi capelli biondo grano che danzavano, miracolosamente intangibili”. Le «stranezze» di Marta non sono un vivere la paura della morte al quotidiano?

Certo! La paura di Marta – ma qualunque paura, alla fine – è paura della morte, che poi è la paura di fondo del genere umano e non di una singola persona un po’ squilibrata. Lei la vive come confronto quotidiano, cominciato alle soglie dell’adolescenza. A un certo punto si è fatta un dovere di guardare sempre la morte in faccia. Lei prende alla lettera e porta all’estremo Il mito di Sisifo e L’Uomo in rivolta di Camus, basati entrambi sul rifiuto della morte come rifiuto di darle il proprio consenso: inutile, certo, che però dichiara l’assurdo del mondo. Su queste basi Marta ha costruito tutta la sua esistenza, decisa a sostenere la dignità della condizione umana che è coscienza della propria finitezza malgrado il desiderio – assurdo – di durare. Ma ha presunto troppo dalle sue forze, secondo me, volendo affrontare la morte in questo modo, quando ha rifiutato quello che si chiamava una volta “il conforto della religione”. Con il solo conforto della filosofia, così come l’ha inteso, lei sulla durata non ha retto. Sentire ventiquattr’ore su ventiquattro che c’è sempre in agguato questa spada di Damocle sulla testa, ti rende la vita impossibile. Forse in questi termini il confronto non lo regge nessuno. Allora per poterlo sopportare lo ha concentrato tutto in un ambito ristretto, quello delle sue super-pulizie. Lì almeno riesce ad avere la sensazione di aver fatto tutto il possibile, tutto quanto sta in lei per non diventare complice della morte.

 

Nell’epilogo, in mezzo ai numeri di morti che vanno crescendo ogni giorno, notizie allarmanti sul crollo economico europeo, sulla fame che colpisce i poveri in diversi paesi, e così via, Marta, chiusa in casa come tutti, nonostante i soliti accessi di tirannia domestica si sorprende a vivere momenti di benessere intenso, nel caldo del letto con il marito, o in cucina dopo un battibecco con lui riguardo a una ricetta. Si rende conto “che quasi sempre ci perdiamo la nostra felicità, la maggior parte del tempo siamo felici senza assolutamente saperlo”. Ci vogliono scombussolamenti e traumi collettivi perché l’individuo si renda conto quanto la vita sia preziosa?

Qualche volta può darsi che i traumi diano una scossa che permetta di fermarsi in ascolto. Ma non è da lì che nasce la felicità. “Che altro è la felicità” – di nuovo Camus – “se non il semplice accordo fra un essere e l’esistenza che conduce?” Per questo può sorprenderci ovunque, nella routine come nelle esperienze più estreme. Ma ciò che colpisce Marta, più che la fitta improvvisa di felicità, è accorgersi che si sarebbe molto più spesso felici, se solo uno ci facesse caso. In realtà per raggiungere questa consapevolezza il trauma può essere anche più distraente che la routine. Se Marta si accorge adesso di questi momenti, secondo me è perché col tempo un sacco di ricordi, ragionamenti, dubbi e paure che le si agitavano nella coscienza si sono depositati sul fondo e adesso c’è meno rumore in lei, meno confusione; e la felicità che prima stava sul fondo inavvertita può venire più facilmente a galla. Più che di trauma, c’è bisogno di silenzio e di attenzione.



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