Ungheria e Polonia: sistemi scolastici vicini al collasso

Malpagati e inascoltati: in Ungheria e Polonia mancano all’appello migliaia di insegnanti e il sistema pubblico rischia il collasso.

Edit Inotai e Claudia Ciobanu

Dariusz Martynowicz, un insegnante di scuola superiore di 39 anni della città polacca di Cracovia, nel 2021 ha ricevuto il premio nazionale di “Insegnante dell’anno”. Tra i meriti che gli sono valsi il riconoscimento, il suo approccio nuovo all’istruzione, che include un atteggiamento non autoritario nei confronti degli studenti, metodi innovativi come l’uso della matematica o della programmazione per insegnare la letteratura e lo svolgimento di attività extracurriculari con gli studenti per stimolare l’impegno sociale.
Eppure, solo un anno dopo, Martynowicz lascia il sistema scolastico statale per lavorare in due scuole private, una a Cracovia e l’altra a Varsavia.
“Il cattivo stato del sistema educativo polacco è il risultato delle azioni di tutti i governi al potere dal 1989”, dice Martynowicz a BIRN. “Ma la mia decisione di lasciare il sistema statale è in gran parte determinata da ciò che è accaduto nei [sette] anni da quando il partito Diritto e Giustizia (PiS) è salito al potere”, afferma.

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Più specificamente, Martynowicz elenca tre misure adottate dall’attuale governo di destra che, secondo l’insegnante, renderanno impossibile il rispetto del tipo di standard a cui egli mira.
In primo luogo, lo smantellamento del sistema dei ginnasi, o scuole superiori preparatorie, voluto dal precedente ministro dell’Istruzione del PiS, Anna Zalewska. Queste scuole, dice Martynowicz, hanno funzionato bene e hanno contribuito a pareggiare le opportunità per gli studenti; la loro distruzione ha causato il caos nel sistema educativo.
In secondo luogo, il governo del PiS è stato impegnato a demonizzare gli insegnanti da quando i sindacati dell’istruzione hanno indetto un grande sciopero nel 2019. Le e-mail di membri del governo trapelate indicano che parte dell’odio online diretto contro gli insegnanti durante quel periodo era in realtà organizzato da funzionari di alto livello del PiS.

Infine, una nuova serie di riforme proposte dall’attuale ministro dell’Istruzione, Przemyslaw Czarnek, soprannominata “Lex Czarnek”, ridurrebbe l’autonomia degli insegnanti e dei direttori scolastici a vantaggio dei capi regionali di istituto politicamente nominati.

Poi, ovviamente, ci sono i soldi. In Polonia, un insegnante che ha appena iniziato la professione può aspettarsi di portare a casa circa 2.600 zloty (550 euro) al mese, equivalenti all’affitto di un semplice bilocale in una grande città.

Un insegnante con 15 anni di esperienza e tutte le qualifiche, come Martynowicz, guadagna circa 4.000 zloty (1.000 euro) al mese. Come lui stesso sottolinea, in Polonia è più o meno lo stipendio di un cassiere di supermercato.

La situazione è simile in Ungheria. Zsuzsa Berkesi, un’insegnante con 30 anni di esperienza che insegna francese in un rispettato liceo di Budapest ed è coautrice di diversi libri di testo, guadagna appena 300.000 fiorini al mese (800 euro). “Amo ancora insegnare e mi godo ogni lezione, ma non potrei permettermelo se mio marito non guadagnasse uno stipendio decente”, dice a BIRN.

Berkesi ammette di aver dissuaso sua figlia dal diventare un’insegnante perché le prospettive per la professione sono così cupe. I giovani insegnanti hanno un vergognoso stipendio netto iniziale di meno di 200.000 fiorini (500 euro), il più basso dell’UE e inferiore anche a quello della vicina Serbia. Il reddito degli insegnanti è così basso che le banche tendono a rifiutare le loro domande di mutuo.

Anche alla fine della loro carriera, lo stipendio massimo che gli insegnanti ungheresi possono aspettarsi è di circa 400.000 fiorini netti (1.000 euro), in pratica quello che guadagna un autista di autobus a Budapest o un cassiere di Aldi.

La combinazione di scarsa retribuzione e politiche mal ponderate e ideologicamente guidate ha portato Martynowicz e molti altri insegnanti a lasciare o a prepararsi a lasciare i sistemi scolastici statali in Ungheria e Polonia.

Il sindacato degli insegnanti ungherese (PSZ) prevede che 22.000 insegnanti lasceranno il sistema educativo statale nei prossimi cinque anni, se nulla migliorerà. E con oltre il 40% degli insegnanti sopra i 50 anni e solo il 7% sotto i 30 anni, uno dei rapporti più bassi d’Europa, la situazione è destinata a peggiorare anche senza dimissioni.

In Polonia, gli ultimi dati del principale sindacato degli insegnanti (Zwiazek Nauczycielstwa Polskiego, ZNP) mostrano che 10.000 insegnanti hanno lasciato la professione nel 2020. Come l’Ungheria, il settore educativo polacco dipende eccessivamente da una forza lavoro che invecchia, con 45.000 pensionati occupati durante l’ultimo anno accademico per colmare le carenze. A Varsavia, 5.000 insegnanti su 30.000 sono pensionati o stanno per andare in pensione.

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Nel complesso, appare una crisi di fiducia che attraversa l’intero sistema in Ungheria e Polonia, poco aiutata dai governi nazionalisti-populisti dei due Paesi, che utilizzano l’istruzione nelle loro guerre culturali.

Nelle parole dell’insegnante polacco Marynowicz: “L’energia degli insegnanti è stata distrutta”, perché si sentono ignorati e disprezzati da un governo che prende decisioni sull’istruzione senza consultarli.

Nell’ultimo anno, il ministro dell’Istruzione Czarnek ha spinto verso modifiche controverse al programma di studi senza prima ottenere un’ampia accettazione da parte di insegnanti, genitori e studenti. Una nuova misura è l’introduzione di classi di tiro per gli studenti più grandi, parte dell'”educazione alla sicurezza” aggiunta al programma della scuola dell’obbligo nel contesto della guerra nella vicina Ucraina. Un’altra è l’inserimento di un nuovo argomento, “Storia e tempi contemporanei”, un libro di testo che secondo quanto si dice descrive gli eventi del XX e XXI secolo in termini nazionalistici ed euroscettici e contiene numerosi esempi di linguaggio omofobo, razzista e misogino. Insegnanti e studenti stanno attualmente combattendo una dura battaglia per avere libri di testo alternativi a questo, intitolato “Storia e presente”, per questa nuova materia.

Questa netta ideologizzazione del curricolo, unita alla diminuzione dell’autonomia degli insegnanti e dei direttori scolastici, si sta rivelando demoralizzante per molti insegnanti. “È un momento molto difficile per l’istruzione polacca”, riassume Martynowicz. “Temo che presto assisteremo alla sepoltura del sistema di istruzione pubblica”.

La centralizzazione e la politicizzazione del programma di studi hanno una lunga storia anche in Ungheria. Nel 2013, il governo Fidesz di Viktor Orbán ha centralizzato l’amministrazione di tutte le scuole pubbliche, che in precedenza erano gestite dai comuni. Molti hanno accolto con favore la cosa, perché i comuni delle zone più povere e rurali non potevano far fronte alle bollette e il pagamento degli stipendi degli insegnanti a volte ritardava di diversi mesi.

Ma la centralizzazione ha significato anche una presa più stretta da parte del governo centrale, una ridotta autonomia e un nuovo curricolo nazionale nel 2020, che ha introdotto autori di destra e ha enfatizzato eccessivamente il patriottismo, preparando ben poco gli studenti alle sfide del XXI secolo. Agli ultimi test PISA gli studenti ungheresi hanno ottenuto risultati ben al di sotto della media UE e dei loro coetanei polacchi o cechi in competenze chiave come lettura, matematica o scienze, e anche molto al di sotto dei loro risultati nel 2009.

Laszlo Miklosi, leader dell’Associazione degli insegnanti di storia, ha descritto il curricolo 2020 come il più ideologico dalla transizione democratica dal comunismo, soffermandosi sulle battaglie riuscite dell’Ungheria e omettendo le sconfitte, e ritraendo gli ungheresi principalmente come eroi.

Per quanto riguarda la letteratura, il famoso romanziere Gyorgy Dragoman ha commentato sarcasticamente nel 2020: “Apparentemente, per questo governo, solo uno scrittore morto è un buon scrittore”.

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Con entrambi i Paesi che si preparano a un nuovo anno accademico a settembre, molti coinvolti nei sistemi di istruzione pubblica si chiedono: “Dove sono gli insegnanti?”

In Ungheria, Tamas Totyik, vicepresidente dell’Unione degli insegnanti, afferma che circa 17.000 insegnanti, ovvero il 15% del totale necessario, mancano dal sistema educativo nazionale. La carenza di insegnanti di matematica, fisica, chimica e informatica è particolarmente acuta, anche nei quartieri più ricchi.

“Gli insegnanti stanno invecchiando e vanno in pensione, e non c’è nessuno che colmi il buco”, dice a BIRN Totyik, che insegna matematica e geografia nelle zone rurali dell’Ungheria da oltre 30 anni.

Anche in Polonia, la carenza di personale, soprattutto nelle grandi città, è molto preoccupante. A Varsavia, ad esempio, ci sono oltre 1.800 posti vacanti, secondo il sindacato ZNP, e a Cracovia circa 1.000.

In una conferenza stampa a metà agosto, il ministro dell’Istruzione Czarnek ha deriso le preoccupazioni, dicendo che le carenze sono “normali turnover del personale in questo periodo dell’anno” e ha affermato che i numeri a livello nazionale equivalgono a una situazione in cui in una scuola con uno staff di 50 persone manca un insegnante.

Tuttavia, un monitoraggio dei posti di lavoro vacanti annunciato dalle autorità educative regionali, realizzato dall’insegnante di inglese Robert Gorniak e pubblicato sulla pagina Facebook Dealerzy Wiedzy, ha mostrato che a luglio erano necessari almeno 20.000 insegnanti in tutto il Paese, con le città più grandi colpite in modo sproporzionato. “Ricordiamo che la carenza di personale lo scorso anno ad agosto ammontava a 15.000 persone: significa un aumento del 50%”, ha commentato Gorniak.

Lo stesso tipo di doppiezza da parte delle autorità polacche può essere visto quando si tratta di aumentare gli stipendi degli insegnanti, una richiesta continua da anni, anche durante lo sciopero del 2019. Czarnek ha affermato che il sindacato ZNP ha rifiutato un’offerta di aumenti salariali per gli insegnanti di circa il 36% (un’affermazione che ZNP nega con veemenza), mentre allo stesso tempo il Sejm, la camera bassa del parlamento controllata dal PiS, ha respinto un aumento del 20%.

In Ungheria, gli esperti sostengono che sarebbe necessario un aumento immediato della retribuzione di almeno il 30-50% per trattenere e attrarre nuovi insegnanti per colmare le carenze.

Dopo 10 anni di abbandono, il governo di destra di Orbán ora almeno ammette che ci sono problemi nel sistema di istruzione pubblica e che gli insegnanti sono in qualche modo sottopagati. Ha promesso di aumentare gli stipendi all’80% del salario medio del Paese entro il 2029. Il denaro per finanziare questa promessa, circa 1 miliardo di euro, dovrebbe provenire dai fondi strutturali e di coesione dell’UE, ma il governo deve fornire garanzie anticorruzione credibili, proprio come deve fare con i pagamenti bloccati del Recovery and Resilience Facility del Covid.

In ogni caso, la professoressa Zsuzsa Berkesi pensa che queste siano promesse vuote e che non risolveranno i problemi del qui e ora: “Quando arriveranno le nuove bollette questo autunno, gli insegnanti dovranno decidere se pagarle o mangiare. Letteralmente, molti moriranno di fame. Serve una soluzione immediata”.

E molti si chiedono se il governo Orbán sia anche ideologicamente preparato a cambiare rotta e a iniziare a investire nell’istruzione. Totyik, il leader sindacale, afferma che Orbán ha dirottato sistematicamente risorse dal sistema educativo: nel 2008, il 5,8% del pil ungherese era speso per l’istruzione pubblica, mentre nel 2020 la cifra era scesa al 3,8%.

“Sono investiti più soldi nello sport che nelle scuole elementari: è difficile non vedere la cosa come una sorta di ideologia o di assegnazione delle priorità”, dice.

Totyik ritiene che il partito di governo stia seguendo una consapevole strategia di smantellamento dell’istruzione pubblica per prevenire la mobilità sociale. “La nostra Costituzione promette eguale accesso all’istruzione per tutti: questo evidentemente non sta accadendo”, dice. Nel frattempo, i ragazzi dell’élite governativa frequentano per lo più scuole private o gestite dalla Chiesa.

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ZNP e altri sindacati degli insegnanti polacchi stanno attualmente minacciando di dare il via a uno sciopero dopo l’inizio del nuovo anno accademico a meno che non vengano fatte concessioni sull’aumento degli stipendi.

I sindacati degli insegnanti ungheresi sono più cauti sull’indizione di uno sciopero nazionale il 2 settembre, ma le organizzazioni studentesche stanno già organizzando una grande protesta davanti al palazzo del parlamento.

Il diritto degli insegnanti ungheresi di organizzare scioperi è stato gravemente ridotto nel corso degli anni. Gli studenti non possono essere lasciati incustoditi o rimandati a casa e deve essere rispettato un servizio minimo. I giorni di sciopero vengono detratti dagli stipendi degli insegnanti e molti devono pensare due volte se possono permettersi di perdere anche solo una piccola parte del loro reddito. “Gli insegnanti sono divisi e molti temono per la loro esistenza”, dice Zsuzsa Berkesi.

Un nuovo segno della dura tattica di Orban è che il nuovo governo Fidesz, insediatosi a maggio, ha affidato l’istruzione al controllo del ministero dell’Interno e del suo leader dal pugno di ferro, Sandor Pinter, che ha promesso più bastoni che carote per gli insegnanti e i loro sindacati.

In Polonia, poi, il nuovo anno accademico arriverà con l’ulteriore sfida di integrare i figli dei rifugiati ucraini. Il ministro dell’Istruzione ha affermato che le scuole polacche sono pronte ad accogliere tra i 200.000 e i 300.000 studenti ucraini. Ma il capo del ZNP, Slawomir Broniarz, avverte che il governo ha fatto poco per prepararsi a questo afflusso. “Anche accogliere 100.000 nuovi studenti richiederebbe la costruzione di 1.000 scuole aggiuntive per 1.000 studenti”, ha detto Broniarz in un’intervista al portale online Krytyka Polityczna. “Dopo tutto, le nostre classi non sono fatte di gomma. Dovremmo essere aperti ai bisogni degli ucraini, dovremmo aiutare, ma chi e dove può implementare questo aiuto?”.

“La reazione all’arroganza del ministro [dell’Istruzione] potrebbe essere un’enorme ribellione degli insegnanti”, ha scritto Dariusz Chetkowski, insegnante di Lodz, sul suo popolare blog sull’istruzione ospitato dal settimanale Polityka. “È difficile dire che forma potrebbe assumere questa ribellione dopo il 1° settembre: uno sciopero generale, un esodo di massa di insegnanti che lasciano il sistema o dirigenti che devono confrontarsi con docenti che svolgono il loro lavoro in modo arrabbiato e incontrollabilmente frustrato”.

“Possiamo solo solidarizzare con gli studenti, che sono costretti a imparare in tempi così difficili”, ha aggiunto Chetkowski. “Stanno frequentando una scuola malata e il ministro si rifiuta di fare esami del sangue o di sottoporla a qualsiasi cura”.

(traduzione dall’inglese di Ingrid Colanicchia)

* L’articolo è uscito originariamente su Balkan Insight il 22 agosto 2022 con il titolo “Education in Hungary and Poland: crisis in the classroom”. Balkan Insight è il sito web di punta in lingua inglese del Balkan Investigative Reporting Network.



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