Sul sì del parlamento ungherese al referendum Lgbtq

La levata di scudi del governo ungherese contro la “cultura” Lgbtq va avanti. Il referendum sulla legge “anti-Lgbtq” autorizzato dal parlamento ungherese è studiato apposta per dar ragione al governo.

Massimo Congiu

La levata di scudi del governo ungherese contro la “cultura” Lgbtq va avanti e, di recente, ha permesso al premier danubiano di mettere a segno un nuovo punto. Quello dell’approvazione, da parte del parlamento, della risoluzione che autorizza l’esecutivo a tenere un referendum sulla legge che vieta l’“incoraggiamento” dell’omosessualità ai minori. Una legge contro la quale la Commissione europea ha avviato una procedura di infrazione e che il ministro degli Esteri del Lussemburgo, Jean Asselborn aveva definito “indegna dell’Ue”. “I giovani hanno il diritto di vivere come desiderano, non siamo nel medioevo”, aveva precisato il politico annunciando, all’inizio dell’estate scorsa, un’iniziativa del Lussemburgo: il paese si preparava, infatti, a pubblicare un testo concepito per ribadire “il rispetto della libertà di vivere come si vuole nell’Ue”.

Libertà, secondo i vertici Ue, non esattamente garantita nell’Ungheria di Orbán che, in compagnia della Polonia del PiS, è da alcuni anni nel mirino dell’Articolo 7. Il governo ungherese ostenta sicurezza e fa mostra di non temere le sanzioni comunitarie, poi chissà. Di fatto, ora, l’assemblea nazionale di Budapest si è espressa a favore dei quesiti referendari che interpelleranno i connazionali del premier su alcune questioni specifiche. Verrà chiesto loro se condividano o meno lo svolgimento di lezioni sull’orientamento sessuale senza l’autorizzazione delle famiglie e quindi l’“incoraggiamento” di trattamenti volti alla riconversione sessuale. Gli aventi diritto, poi, dovranno anche esprimere il loro parere sulla possibilità che contenuti multimediali a sfondo sessuale o riguardanti la riconversione sessuale vadano promossi e mostrati ai minori senza restrizioni di sorta.

L’intento ufficiale della legge è proteggere i minori e la loro stabilità psicologica che, secondo la propaganda governativa, potrebbe essere messa a repentaglio dalla trattazione di temi delicati come quello della sessualità. A questo rischio ipotetico si risponde con la chiusura e la non conoscenza, tramite scelte tali da incoraggiare l’avversione a qualsiasi tipo di diversità. Abbiamo già constatato questo aspetto in diversi altri casi, come quello riguardante i migranti. Anche in quel frangente il governo pensò di interpellare gli ungheresi con una consultazione caratterizzata da domande tese a presentare la figura del migrante in modo negativo. L’impostazione del referendum sulla legge detta “anti-Lgbtq” è praticamente la stessa, basata su quesiti studiati apposta per dar ragione al governo e testimoniare la giustezza della causa da esso sposata: tutelare il corretto sviluppo dei minori. Poi ci sarebbe da riflettere su cosa si intenda per “corretto”, in questo caso. Il peggio è poi dar luogo a una coabitazione fra l’omosessualità e la pedofilia, fenomeni che non sono certo in relazione l’uno con l’altro. Purtroppo il governo ungherese ha fornito questo tipo di lettura attraverso una propaganda che si conferma ancora una volta eticamente inaccettabile.

Apparentemente incurante delle critiche internazionali, l’esecutivo a guida Fidesz procede per la sua strada e difende la legge incriminata. “Tuteleremo i diritti dei bambini e dei genitori ungheresi e fermeremo la lobby Lgbtq ai cancelli delle scuole”, ha dichiarato di recente su Facebook la ministra della Giustizia Judit Varga a commento del voto parlamentare. La medesima ha aggiunto che “solo una volontà comune può fermare la violenta lobby Lgbtq e la pressione di Bruxelles”. Per l’europarlamentare fidessino Balázs Hidvéghi, invece, “l’Ungheria è l’unico paese europeo in cui i cittadini possono decidere liberamente su questo tema”. La narrazione è sempre la stessa: la patria deve difendersi dalle lobby degli affaristi, dei tecnocrati di Bruxelles, della comunità Lgbtq e la lista potrebbe continuare. La propaganda alimenta la sindrome dell’accerchiamento e indica nel governo il vero baluardo a difesa del paese e degli interessi nazionali. È un gioco per niente pulito fatto sulla pelle degli stessi cittadini ungheresi con risvolti negativi anche per chi crede in questa retorica, prodotto di un sistema di potere indifendibile.

 

(credit foto EPA/OLIVIER HOSLET / POOL)



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