Unioni gay, la beata ipocrisia della Congregazione per la Dottrina della Fede

Foto (c) ANSA

Alessandro Esposito

Non che l’attendessimo spasmodicamente, ma ci ha comunque raggiunti, nostro malgrado, il responsum a un dubium che, in verità, affligge soprattutto chi ha inteso rispondervi. Ancor meno al passo coi tempi del ricorso all’intramontabile latino appare il contenuto dell’ultima esternazione della Congregazione per la Dottrina della Fede, istituzione desueta di cui, spero, i cattolici per primi non sentano più (se mai l’hanno sentita) la necessità. Con il consueto tono cattedratico, insensibile a ogni sussulto di umanità, l’ex (ma neanche troppo) Santa Inquisizione ha inteso renderci edotti circa il fatto che ogni pensiero che intenda pericolosamente avvicinarsi alla benedizione delle coppie dello stesso sesso va considerato illecito, perché non gradito a Dio. Più onesto sarebbe ammettere che il rifiuto pervade esclusivamente le algide menti dei guardiani dell’ortodossia più retriva, dietro le cui elucubrazioni si agita, visibilissimo, lo spettro mai sopito del Grande Inquisitore di dostoevskjiana memoria. Ma è chiaro che se chi emette pronunciamenti è convinto di farlo in nomine dei, non saremo certo noi a dissuaderlo. Non intendo tediare lettrici e lettori con le motivazioni teologiche e liturgiche, improntate a una dogmatica inflessibile, mediante cui il prefetto cardinale Ladaria crede di argomentare quelli che altro non sono se non i convincimenti di un’istituzione interamente declinata al maschile e segnata da una millenaria sessuofobia: è sufficiente, ritengo, operare due semplici sottolineature.

La prima: la persona omoaffettiva (apprenderanno mai Oltretevere ad utilizzare questa espressione?) è magnanimamente accettata da santa romana chiesa, a patto, però, che rinunci a vivere la sua sessualità, reprimendola al solo scopo di non contravvenire a quel disegno divino che, malauguratamente, non ha previsto questa eccezione al suo ordine immutabile e incontrovertibile di cui il Vaticano è custode. Questo soltanto, difatti, può voler dire l’espressione: «Sono quindi compatibili con l’essenza della benedizione impartita dalla Chiesa solo quelle realtà che sono di per sé ordinate a servire quei disegni»: tutto ciò che non risponde e non corrisponde a quest’architettura che nulla ha di divino, perché nulla ha di umano, va rigettato con ipocrita carità, che sostiene di accogliere quando, in verità, esclude e discrimina, per di più in nome di Dio.

In seconda battuta: l’omosessualità, non dimentichiamocelo (ma come potremmo mai, dinanzi a cotanta, pervicace ossessività?) è peccato. Anche in questo caso, è santa romana chiesa a stabilirlo in una modalità che non ammette replica né contraddittorio. E il peccatore è semplicemente invitato, con la consueta magnanimità, a cambiare la sua condotta immorale: dunque, una volta ancora, a negare quella componente fondamentale e inviolabile della sua persona che è la sua sessualità.

In conclusione, due note a margine. Chi, come me, si è a più riprese illuso che questo pontificato potesse essere foriero di aperture in tal senso, ha dovuto immediatamente ricredersi: il responsum, difatti, si affretta a chiarire che tale pronunciamento gode del placet papale. La cosa mi rammarica non poco, ma, insieme con altri, non posso che prenderne atto.

Infine, come lo stesso documento è costretto a riconoscere sin nel suo incipit (cerco di adeguarmi al mio interlocutore), il responsum al dubium è stato generosamente fornito a motivo del fatto che, cito, «in alcuni ambiti ecclesiali si stanno diffondendo progetti e proposte di benedizioni per unioni di persone dello stesso sesso»: cosa, naturalmente, inammissibile.

Ma qui a dover prendere atto del palesarsi di quello che Pietro Prini denominava «lo scisma sommerso» è la Congregazione per la Dottrina della Fede: il suo (soltanto presunto) controllo delle coscienze è sempre più flebile e il cattolicesimo di base, che include più di una realtà profetica e per ciò stesso refrattaria ad ogni accondiscendente sottomissione, ha fatto e farà sentire ancora la sua voce, che nessun autoritarismo potrà mettere a tacere. Sappiano le amiche e gli amici che sono espressione attiva e coerente di questo dissenso che avranno sempre nel sottoscritto un compagno di cammino e di lieta, motivata ribellione, che ha in un evangelo di umanità, oltre che nel riconoscimento dei diritti, il suo fondamento più radicato e radicale.

 

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