Università, è tempo di tornare in presenza

Mauro Barberis

Settembre, andiamo, è tempo di tornare all’università: naturalmente in presenza, quale che sia la variante Covid d’autunno. È questo l’appello che si levava, sin da giugno, dal Ministro dell’Università e della Ricerca – Cristina Messa, per chi si fosse dimenticato il nome – dai Rettori tutti, dai docenti unanimi e forse, ma qui mi sbilancio, persino dal personale tecnico-amministrativo. Anche il personale, infatti, da quasi due anni lavora da casa, facendosi prestare i computer dai figli, senza stampanti, scanner e tutte gli aggeggi indispensabili per lavorare.

Lo accoglieranno, l’invito, il milione e settecentomila studenti attualmente iscritti, molti dei quali si erano già rifatti una vita altrove? Soprattutto, lo recepiranno le centinaia di migliaia di possibili nuovi iscritti, che sembrano tanti, invece sono pochissimi, e prim’ancora i loro parenti, che devono metterci i soldi? Basteranno a convincerli le difficoltà ad iscriversi all’estero, le nuove lauree abilitanti all’esercizio della professione, e persino i concorsi cotti-e-mangiati del ministro Brunetta, per i quali fratelli e figli maggiori hanno sostenuto le prove a distanza anche a Ferragosto, con video e telecamere di controllo che neanche su un set di Quentin Tarantino?

La domanda, sull’efficacia dell’appello a iscriversi, sorge anche perché l’anno scorso fu proprio la promessa della DAD, l’ormai famigerata Docenza a Distanza, ad assicurare anche ad atenei e corsi situati alla fine del mondo, come i miei, sensibili incrementi nelle iscrizioni. Poi si sa com’è andata, benché i dati ufficiali manchino ancora: ma anche se ci fossero, non sostituirebbero l’esperienza diretta.

In breve, è andata così. Corsi surreali, nei quali diventava impensabile persino chiedere, come faceva in presenza un mio (bravissimo) collega genovese, «ma sono io che non so più insegnare, oppure voi che non capite un accipicchia?». Esami e lauree, non a distanza ma proprio in absentia, o da altri sistemi solari, con pochissimi iscritti, talvolta ragazze belle e motivatissime collegate dalla Slovenia, che parlavano un italiano migliore dei loro compagni italiani?

Perché c’è poco da fare, sinché insegni da casa puoi pure ricorrere a tutti i trucchi accumulati in una vita, tanto qualsiasi influencer con la scollatura profonda, ma anche il rapper o trapper più scalcagnato, sarà sempre più bravo di te. Perché sulla rete la concorrenza fra professori e influencer è diretta: tu parli e parli, ma niente ti assicura che gli studenti stiano seguendo te e non loro o, se è per questo, che non si stiano dando lo smalto alle unghie. Soprattutto, come convincerli che quanto stai dicendo lo sai davvero, che non stai leggendo, e che, peggio ancora, lo sai perché ti piace, perché leggere, studiare e insegnare è mooolto più divertente che guardarsi un’intera serie su Netflix…

Cosa dite? Che quest’anno ci vorrà il green pass anche per respirare, figuriamoci per entrare in aula? Che si dovranno di nuovo registrare le lezioni, e qui davvero ci vorrebbe la regia di Tarantino? Per non parlare delle altre certificazioni e sanificazioni, vere o fittizie, che qualche burocrate absburgico s’inventerà anche quest’anno al suo solito fine, metterti i bastoni fra le ruote? Dopo la pandemia, siamo ancor più sicuri che mai della vecchia legge: ogni mattina docenti e studenti si alzano, e sanno che dovranno correre più veloci del burocrate. Machissenefrega, dopotutto. In aula, raga, in aula.

 

(credit foto PFUPOL, CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons)



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