Usa-Cina: una nuova guerra fredda?

Da qualche tempo ha iniziato a serpeggiare fra gli addetti ai lavori l’espressione “nuova guerra fredda” per riferirsi alle recenti tensioni fra Stati Uniti e Cina. L’espressione però è da un lato fuori luogo in quanto, a differenza di quelle fra Usa e Urss, le economie di Stati Uniti e Cina sono inestricabilmente intrecciate, e dall’altro pericolosa, perché rischia di diventare una profezia che si autoavvera.

Simone Pieranni

«In relazione alle nostre questioni economiche, lasciatemi dire che continuiamo a essere colpiti, molto colpiti dalle coraggiose iniziative della Cina in materia di riforma economica. È sorprendente come le persone negli Stati Uniti siano consapevoli di questi cambiamenti e ne siano impressionate. Non siamo ignari dei problemi in sospeso, ma i risultati in termini di aumento della produzione, espansione del commercio, aumento degli investimenti e miglioramento del tenore di vita sono importanti e nutriamo per essi grande rispetto».

Queste parole furono pronunciate, a Pechino nel marzo 1989, dall’allora presidente statunitense George H.W. Bush (si trovano tra i materiali declassificati della Casa Bianca relativi all’incontro con l’allora premier cinese Li Peng). Poco dopo, con la repressione delle proteste di piazza Tiananmen, la Cina si ritrovò isolata, ma non a lungo: il processo di avvicinamento del Paese agli Usa era ormai avviato, accompagnato da una necessaria politica antisovietica e propedeutico a una cooperazione economica che ancora oggi rende impensabile un’idea di cui pure si è parlato, ovvero il decoupling, il «disaccoppiamento» tra le economie dei due Paesi.

Negli anni Novanta poi in Cina si assistette a un cambio di rotta dell’opinione pubblica: dall’elogio dell’amicizia sino-sovietica, si passò all’eccitazione per questa nuova avventura americana. Nel 2001, dopo anni di trattative, rotture e nuovi accordi, l’entrata nell’Organizzazione mondiale del commercio. Principale sponsor dell’iniziativa fu Bill Clinton e la sua amministrazione, convinti che in questo modo il Paese sarebbe diventato un attore internazionale nel mercato globale.

Analogamente Washington cullava quella che in seguito si sarebbe rivelata una clamorosa illusione, ovvero che la crescita economica della Cina avrebbe portato la dirigenza comunista a riforme in senso democratico. Niente di più sbagliato: Deng Xiaoping consegnò parte del Paese ad aziende di Stato e joint ventures sino-americane fortemente sorvegliate dal governo, aumentò, sì, il livello di vita di milioni di persone, ma non si sognò mai di mettere in discussione il controllo assoluto su ogni processo da parte del Partito comunista cinese. Del resto nelle stanze segrete del Pcc l’oggetto più studiato era il crollo dell’Unione Sovietica; secondo i funzionari cinesi una delle ragioni del fallimento dell’esperimento sovietico era da ricercare nella poca fermezza con la quale il Partito comunista russo aveva affrontato il tentativo di rinnovare il Paese. Con queste convinzioni, il Pcc rimase nel pieno controllo della situazione. Da un lato pose i propri funzionari a capo di molte aziende di Stato, dall’altro utilizzò il processo di crescita economica per attuare una sorta di patto sociale con la popolazione: potete arricchirvi, disse Deng Xiaoping, ma in cambio della cessione di alcuni diritti.
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CREDIT FOTO EPA/ROMAN PILIPEY

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