Usa, Cina, Russia. Chi aggredisce chi?

L’aumento incessante del bilancio militare e nucleare, la pretesa del ruolo di polizia internazionale e l’”esportazione della democrazia” con la guerra sono i punti qualificanti della politica estera americana degli ultimi vent’anni.

Michele Martelli

Il Congresso americano, su proposta di Biden, ha appena stanziato, senza opposizione alcuna, con i voti favorevoli di ambedue i partiti democratico e repubblicano, altri 40 miliardi di dollari di «aiuti» al governo ucraino, in prevalenza militari, con nuovi efficaci armamenti e «missili di lunga gittata», capaci di colpire obiettivi in territorio russo. Con quale sicuro effetto? Non promuovere la pace, ma alimentare l’escalation bellica, come ha prontamente commentato il ministro russo Lavrov. Al tempo stesso, Biden ha minacciato la Cina d’intervento militare diretto in caso di invasione di Taiwan. Ma la Cina non ha invaso né manifestato di invadere alcunché, anche se rivendica la legittimità dell’integrazione cinese di Taiwan. Intanto Biden sta ulteriormente armando il governo filo-Usa di Taiwan, mentre aerei bombardieri e sommergibili atomici americani controllano, come temibili falchi e pescicani, il cielo e le acque dell’Indo-Pacifico. Che cosa sta succedendo? Taiwan come Ucraina? Chi aggredisce o minaccia chi?

Facciamo un passo indietro. Tutto comincia col «suicidio» dell’Urss, che qualcuno ha chiamato «assassinio», nel 1989-91, ultimo frutto avvelenato della Guerra Fredda. Gli Usa, che restano l’unica superpotenza planetaria, sognano un mondo unipolare; la Russia eltsiniana è allo sfacelo, facile preda del capitalismo occidentale e della mafiosa oligarchia cleptocratica interna; la Cina post-maoista sin dagli anni ’80 ha spalancato le porte al capitale straniero, dando l’impressione di potersi trasformare finalmente in una sorta di colonia americana. Ma ben presto il sogno rischia di sfumare. La Russia nazionalista si riorganizza autonomamente come esportatrice di materie prime (gas, petrolio, grano, ecc.) e superpotenza nucleare pari agli Usa, esaltandosi nel progetto neoimperiale e neozarista di Putin; la Cina, governata paradossalmente sempre dal Partito comunista, in pochi anni diventa una superpotenza economica in grado di vincere la sfida planetaria.

Qui comincia il delirio americano. La sigla che lo riassume è Pnac, ossia Project for the New American Century («Progetto per un Nuovo Secolo Americano»), nome del più famoso e influente centro di ricerca politico-strategico «neocon» nato nel 1997, con sede a Washington, ma tuttora attivo, e che ha ispirato ininterrottamente le ultime presidenze, democratiche e repubblicane, da Clinton a Bush Figlio, da Obama a Trump fino all’attuale Biden già vice di Obama. E l’acronimo Maga? No, non è la perfida maga Magò de La spada nella roccia, ma le iniziali dello slogan Make America Great Again («Facciamo l’America di nuovo grande»), simbolo della campagna presidenziale di Trump nel 2016, nonché di quelle di Clinton e consorte, e usato per la prima volta nel 1980 da Reagan. La particolarità di Trump è che la sua ideologia ultraconservatrice, condensata in quello slogan, era supportata dal miliardario David Duke detto il «Grande Mago», suprematista bianco, ex Gran Maestro degli incappucciati del Ku Klux Klan ed ex-membro del Partito Nazista Americano. Sì, certo, non è il Pnac, ma il Pna. Ma negli Usa, per chi non lo sapesse, c’è anche quel partito. Ѐ stato fattore e componente dell’assalto al Capitol Hill?

Aldilà delle differenze programmatiche, in realtà molto labili, tra presidenti, partiti e rispettivi raggruppamenti interni, tre sono i punti qualificanti della politica estera americana negli ultimi due decenni: 1) l’aumento incessante del bilancio militare e nucleare; 2) la pretesa del ruolo di polizia internazionale; 3) l’«esportazione della democrazia» con la guerra. Il fine? Americanizzare il pianeta, imponendo un «novus ordo saeclorum» centrato sulla supremazia Usa e difendendo ovunque e con ogni mezzo gli interessi americani. E tre sono anche le principali aree d’intervento Usa, come indicato dalla mappa geopolitica globale del Pnac: 1) il Medio-Oriente; 2) l’Est-Europa; 3) l’Indo-Pacifico[1].

Perché il Medio-Oriente, dove gli Stati Uniti sono intervenuti nei modi più diversi, col bombing police in Iraq e Libia, con le «primavere arabe», con le sanzioni anti-Iran, con l’invenzione dell’Isis e il tentato regime change di Bashar al-Assad? Semplice: per il pieno controllo delle risorse petrolifere ed energetiche di quell’area; chiaramente: chi controlla le risorse, controlla l’economia e il commercio mondiale. Il perché dell’Est-Europa è testimoniato dalla guerra russo-ucraina in atto, originariamente provocata, non giustificata, dall’espansionismo dell’Alleanza Atlantica, iniziato col bombardamento-smembramento blair-clintoniano della Serbia, paese amico della Russia. La Nato a papa Bergoglio ha forse ricordato il mitico mostro cinocefalo greco-antico dalle mille teste canine, se è ricorso alla metafora del suo «abbaiare alla porta di Mosca»; l’intento di Washington è stato ed è l’accerchiamento e l’indebolimento della Russia, attualmente percepita come il principale ostacolo militare che si frappone agli Usa e all’illusione del suo dominio mondiale.

E infine, perché l’Indo-Pacifico? Perché per la Casa Bianca oggi, per sua esplicita e ripetuta ammissione, «il vero nemico» globale degli Usa è la Cina. Sin dalla nascita della Repubblica popolare cinese, nel 1949, le élites dominanti statunitensi non si sono mai rassegnate alla «perdita della Cina». Le guerre di aggressione, in parte fallimentari, contro la Corea e il Vietnam, con un bilancio tragico di morti e devastazioni, e il sanguinoso colpo di Stato anticomunista del generale Suharto nel 1965 in Indonesia (500 mila vittime), ne sono state la controprova, così come la Seato (= South East Asia Treaty Organization, «Organizzazione del trattato per l’Asia sudorientale»), una sorta di Nato asiatica in funzione anticinese, sorta nel 1954 e sciolta nel 1975.

Ma gli Stati Uniti, di fronte allo strepitoso sviluppo della Cina, allo scopo di isolarla e strangolarla, hanno ristabilito nuove alleanze e partnership nell’Indo-Pacifico, dal Quad (= Quadrilateral Security Dialog), formalizzato nel 2007 con l’adesione di Stati Uniti, Australia, India e Giappone, all’Aukus (dalle iniziali dei paesi membri: Australia, United Kingdom e United States), firmato il 15 settembre 2021, Biden regnante. Due sigle che, insieme alla Nato, formano la rete di alleanze geopolitiche e strategico-militari degli Usa contro Russia e Cina, una rete di fatto alternativa all’Onu, che le «guerre umanitarie» americane hanno scavalcato, ignorato e ridotto in agonia. Ecco perché il 24 maggio 2022, a proposito del conflitto in Ucraina, di cui fino all’invasione russa la Cina, guarda caso, era il primo partner commerciale, Biden ha dichiarato agli alleati asiatici: «Non è una questione europea, è un problema globale». Detto altrimenti: la posta in gioco, nella guerra per procura in Ucraina, giocata con tragico cinismo sul giusto orgoglio e sulla pelle del popolo ucraino, è la sopravvivenza dell’Impero americano, del suo sogno persistente di dominio mondiale.

Un Impero che, come il «vecchio Re» di Ionesco, non vuole morire, perché si ritiene eterno, immortale: altrimenti, che «cielo e terra, popoli e città periscano con me». Tradotto nel linguaggio imperiale di Washington: piuttosto l’Olocausto nucleare che la mia fine. Quasi come il Mazzarò della famosa novella di Verga: «Roba mia, vientene con me».

[1]Cfr. il sito http://www.newamericancentury.org/.

(Credit Image: © Liu Jie/Xinhua via ZUMA Press)



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