Usa e Cina sull’orlo del conflitto?

Intervista a Claudio Pagliara, corrispondente Rai negli Stati Uniti e autore di “La tempesta perfetta. Usa e Cina sull’orlo del conflitto”.

Roberto Rosano

Nell’ambito della rassegna scrittorincittà, tenutasi a Cuneo dal 15 al 19 novembre, ho intervistato Claudio Pagliara, responsabile dell’ufficio di corrispondenza della Rai per gli Stati Uniti e autore de La tempesta perfetta. Usa e Cina sull’orlo della terza guerra mondiale (Piemme, 2023).
Gli USA hanno guadagnato la loro sfera di influenza (qualcuno dice il proprio impero informale), attraverso il dominio del mare, il primato tecnologico militare, il dollaro, ma anche distinguendosi e facendosi apprezzare. Sarà mai così per la Cina?
Come sappiamo l’influenza conquistata dagli Usa in molti campi non dipende soltanto dall’hard power, o dal fatto di aver liberato l’Europa dal nazismo, ma anche da Hollywood, dalla cultura, dalle tendenze, dalle libertà. Quello che chiamiamo soft power. È un Paese in cui la libertà è sancita dalla Costituzione ed è totale, superiore a quella italiana. In questi giorni, ad esempio, ci sono manifestazioni dichiaratamente antisemite, che non possono essere vietate se non viene attuato un atto antisemita. La libertà di espressione è comunque tutelata.

Perché il soft power cinese è ancora così carente? Eppure rientra perfettamente in certi aspetti della loro cultura. Sun Tzu consigliava ai regnanti della sua epoca di “spezzare la resistenza del nemico senza combattere”.
La Cina è un regime autoritario che non ha mai liberato nessuna nazione, non tutela la libertà di espressione ed esercita una forma di soft power assai contigua all’hard power. Ad esempio, l’Australia, per aver chiesto in tempo di covid un’inchiesta indipendente sull’origine della pandemia, si è vista boicottare le aragoste. Per Taiwan, quando si è spostata troppo su posizioni indipendentiste, è scattato il boicottaggio dell’ananas, esportate principalmente in Cina.

Spesso si parla delle divisioni interne delle democrazie, ma anche la Cina è un insieme di territori eccentrici: Hong Kong, il Tibet, lo Xinjiang … Gli Stati Uniti e la Cina sono accomunati dalla difficoltà di riunire la nazione prima che il mondo?
Io credo che nei regimi autoritari, per loro natura, le divisioni interne non emergano, ma questo non significa che non ci siano. La lotta per il potere avviene, ma segretamente. Se si manifesta, lo fa in maniera distruttiva, con colpi di Stato, rovesciamenti violenti, uccisioni dei leader. Le democrazie fanno molto rumore, io amo chiamarlo “il rumore della democrazia”. Sono litigiose per loro natura: tutti contro tutti, difficilissimo trovare un’intesa, un voto può essere determinante e spostare investimenti di centinaia di miliardi. Abbiamo visto quanto è stato difficile trovare al Congresso la maggioranza che permettesse di investire nelle infrastrutture di cui gli Usa hanno immenso bisogno. Tuttavia, io sono profondamente convinto che, nonostante il rumore di fondo, e l’apparente minore efficienza, è sempre la democrazia a vincere proprio per la sua capacità di coinvolgere nel dibattito, di essere più inclusiva. Le autocrazie sono nelle mani di leader che possono essere anche molto soli al comando …
Come ha dimostrato il caso di Putin …
Esatto, ha preso da solo la decisione sbagliata di invadere l’Ucraina. Si è visto che prezzo sta pagando in termini di isolamento internazionale. Solo è stato anche Xi nella politica dello zero covid, che al di là della ragionevole prudenza, si è prolungata un anno in più, creando danni molto vasti all’economia, ma anche danni psicologici ai cinesi stessi. Poi è stato costretto a rimuovere queste restrizioni sull’onda delle proteste di massa, senza neanche aver completato il ciclo vaccinale per le persone più anziane, producendo poi un numero elevato di vittime. Il fatto che le decisioni vengano imposte dall’alto è un segno di debolezza, non di forza.
Nella tradizione cinese, i regnanti ottengono un “mandato dal cielo” che consiste in pieni poteri, ma devono assicurare al popolo buoni raccolti. Le ultime annate non sono particolarmente buone …
Il 20% di  disoccupazione giovanile è un fatto senza precedenti per la Cina dalle riforme di Deng Xiaoping. Non dimentichiamo che nel 1989, dopo la repressione sanguinosa delle manifestazioni studentesche e operaie in piazza Tienanmen, il regime comunista ha stabilito un patto coi giovani: rinunciate alle vostre libertà, ma in cambio di un benessere crescente e di un futuro roseo per voi e per i vostri figli. Ora questo patto scricchiola. Anche il confucianesimo prevede come unico caso in cui il popolo possa ribellarsi al sovrano, la fine del “mandato del cielo”: l’imperatore aveva il dovere di presiedere una serie di riti propiziatori per i raccolti, quando questi non si mostravano più efficaci e arrivava la siccità, il popolo lo considerava un segno del cielo. Non so se siamo a questo punto, ma sicuramente i raccolti non sono buoni e il regime mostra adesso qualche segno di scricchiolamento. Sono stati rimossi, a pochi mesi dalla nomina, il ministro degli Esteri e della Difesa. Molto strano! Non è mai successo in Cina. È morto improvvisamente il primo ministro Li Keqiang. Per carità, sarà morto d’infarto, ma è così grigio e oscuro il regime cinese che tutte le ipotesi possono essere aperte.
Occuparsi di Cina è un po’ come occuparsi di esegesi biblica, di semiotica. Possiamo soltanto interpretare segnali…
In una democrazia la rimozione di ministri darebbe luogo a indagini giornalistiche, con dichiarazioni incrociate degli interessati, con maggioranza e opposizione pronte a spiegare il perché e il percome. In Cina non si sa nemmeno il motivo della rimozione. Dobbiamo leggere tra le righe.
Taiwan è una condicio sine qua non nella competizione sino-americana? Per usare un linguaggio garibaldino, Taipei o morte?
Nei cromosomi della Cina di Xi, vi è scritto che Taiwan verrà riunificata alla Cina. Xi ha detto chiaramente che questo compito non può più essere demandato da presidente a presidente. Ha anche detto che se il nodo non venisse risolto per via negoziale, cosa che preferirebbe, è disposto ad usare la forza. Tutto l’ammodernamento dell’Esercito Popolare di Liberazione degli ultimi dieci anni, ci lascia supporre che a questo si stia preparando la Cina. Se conquistasse Taiwan, scalzerebbe di fatto gli Usa e ne ridurrebbe al minimo l’influenza in Asia. Costringerebbe anche gli alleati asiatici come Giappone e Corea del Sud ad allinearsi o ascoltarla. Molti analisti sostengono che, nei progetti cinesi, l’anno dell’annessione potrebbe essere il 2027. Xi ne avrebbe bisogno per coronare la fine del suo Terzo mandato e candidarsi al quarto, ma io penso che, se la crisi economica dovesse creare problemi al regime, i tempi si accorcerebbero. La storia ci insegna che i regimi risolvono difficoltà interne col patriottismo.
Pensa che la Cina abbia dei veri alleati o soltanto cointeressenze, lealtà di comodo?
Non quello che noi intendiamo per alleati. Hanno costruito la famosa Via della Seta, hanno alleati in Africa, nei BRICS, hanno la Russia. E’ un’alleanza definita “senza limiti”, ma non è l’alleanza che intendiamo noi. In questo schieramento, ciascuno ha un obiettivo diverso, ma a tenere davvero insieme gli “alleati”, soprattutto Cina e Russia, è la necessità di indebolire gli Usa. Per altro, Russia e Cina in passato si sono fatte guerra, sono in competizione per l’influenza in Centro Asia, non sono Paesi destinati ad amarsi. Fossi in Putin sarei anche preoccupato, ha spostato tutto il suo esercito sul fronte occidentale, lasciando scoperta la frontiera orientale! Fidarsi dei cinesi è bene, non fidarsi è meglio!
Puntare sugli Stati Uniti è ancora una buona scommessa?
Penso di sì. Anche se la società è divisa, la politica è impazzita, anche se il Paese oggi è molto polarizzato, anche se assistiamo alla competizione elettorale tra due candidati peculiari, l’uno considerato troppo anziano, l’altro saturo di guai giudiziari, tuttavia la democrazia americana ha dimostrato di avere gli anticorpi per sopravvivere anche alle prove più difficili, come il 6 gennaio 2021. Alla fine il sistema giudiziario e politico hanno resistito: è la forza della democrazia, che non viene capita dai regimi. Queste divisioni vengono lette come debolezze e, invece, dimostrano che le democrazie hanno risorse per superare molte sfide. Le autocrazie sono estremamente rigide: basta poco che la loro unità granitica si scomponga, perché non è basata sul consenso, ma sulla paura.
Il cantiere della libertà mondiale può dipendere solo dagli Usa?
No, io penso che l’Europa possa giocare un grande ruolo a patto che trovi una politica estera comune, faccia passi più significativi verso l’integrazione, costruisca una politica economica comune e più forte …
In questo libro, sempre a proposito della Cina, parla della cultura della “faccia”, il senso della vergogna. L’episodio dell’allontanamento di Hu Jintao dal Congresso va interpretato alla luce di questo dato culturale?
Per un cinese è molto importante questa “cultura della faccia”. Se c’è qualcosa che non va tra capo e impiegato, è necessario che se ne discuta con discrezione, non davanti agli altri. Se c’è un rimprovero da fare, è molto importante questo riguardo. Quando si fa “perdere la faccia a qualcuno”, lo si fa con un intento ben preciso, per dare un fortissimo segnale anche ad altri potenziali alleati. La rimozione di Hu Jintao dal Congresso del Popolo è un atto chiaramente non necessario: è servito a far perdere la faccia a qualcuno che, forse, nelle segrete stanze contestava le derive troppo autoritarie o troppo stataliste dell’economia cinese.



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