USA, primarie repubblicane: Trump sbanca in Iowa

A guardare i risultati del caucus dell’Iowa, Donald Trump non sembrerebbe avere rivali nella corsa alla guida del partito per le elezioni di quest’anno. L’Iowa non è tuttavia uno Stato particolarmente rappresentativo della complessità demografica degli Stati Uniti. La partita per Haley e DeSantis è ancora aperta: per fare previsioni più realistiche dobbiamo attendere gli appuntamenti nel New Hampshire, in Nevada e in South Carolina.

Martino Mazzonis

Il verdetto dei caucus dell’Iowa non è un verdetto per molte ragioni. La prima è che la vittoria di Donald Trump con un margine enorme era più che scontata e la soglia superata del 50% dei consensi è solo simbolica. La seconda ragione è che per scoprire che il partito repubblicano sia in larghissima parte il partito dell’ex presidente non servivano le assemblee tenute nel mezzo di una gelata terribile anche per i parametri dell’Iowa a gennaio. La terza ragione è più storica e in parziale contraddizione con la seconda: l’Iowa non è storicamente un buon termometro per gli umori della base repubblicana, solo due candidati che hanno vinto qui sono finiti sulla scheda per le presidenziali di novembre. È probabile che in questa occasione lo sia, ma non è da quel che succede in Iowa, uno stato rurale e bianco come pochi altri, che possiamo misurare la temperatura politica degli Stati Uniti. Comunque sia, rispetto ai caucus del 2016 Trump ha guadagnato 30 punti in più tra gli evangelici e 40 tra chi si autodefinisce “molto conservatore”. Nel 2016 quei voti andarono al senatore del Texas Ted Cruz, che vinse i caucus. Rispetto a 8 anni fa l’ex presidente prende meno voti tra i moderati, i giovani, chi ha deciso all’ultimo e non è quindi un militante.
Pur non essendo un verdetto, si tratta comunque di un test importante che ci manda segnali diversi. Tralasciamo Trump per un momento e guardiamo ai suoi avversari.
Ron DeSantis è salvo: se dopo aver bussato praticamente a ogni porta dello Stato e investito una montagna di risorse fosse arrivato terzo come prevedevano gli ultimi sondaggi, in molti tra i repubblicani anti trumpiani avrebbero chiesto il suo ritiro per rafforzare Haley. Il governatore della Florida aveva ricevuto il sostegno di pastori evangelici di primo piano e politicamente è un Trump più moralista e senza carichi pendenti, ma non è efficace e non sfonda. Le cosiddette culture wars (aborto, questioni di identità di genere, temi da toccare o meno a scuola) non sono divenute oggetto di gran dibattito come DeSantis sperava: negli entrance ed exit polls l’aborto è la terza o quarta questione nominata dopo economia, immigrazione e politica estera (che sale e scende dal podio con aborto).
Una delle ragioni per le quali DeSantis  non è cresciuto oltre una certa soglia è un cambiamento nelle abitudini degli evangelici, blocco cruciale per le primarie del partito dell’elefante. Specie in Iowa gli evangelici hanno lavorato per diventare determinanti: qui invece delle primarie si fanno assemblee dove si vota e con un’organizzazione metodica e con buoni oratori nelle assemblee si possono spostare voti. Ma il Covid e la pervasività dei social media hanno cambiato le abitudini, anche questi rinati in Cristo vanno meno in chiesa e guardano di più le prediche sui social, non più dunque seguendo i pastori noti, ma finendo sugli account dei pastori che dicono cose che si vogliono sentir dire. Così il blocco elettorale evangelico è meno una rete che partecipa e si coordina e più una base elettorale con determinate preferenze politiche. Dalla partecipazione e organizzazione in chiesa si passa al megafono che parla al popolo, il vantaggio per Trump è innegabile. Le percentuali ottenute dall’ex presidente nelle contee più a Ovest, dove la presenza evangelica è maggiore, sono più alte che altrove.
DeSantis sopravvive a questa prova, ma visto che i prossimi appuntamenti sono,  New Hampshire, Nevada e South Carolina e due su tre favoriscono Haley, la sua strada è molto in salita anche per il secondo posto.
L’ex governatrice della South Carolina ed ambasciatrice di Trump all’Onu, Nikki Haley, arriva terza, il che non la aiuta a potersi vendere come l’alternativa credibile. Haley sarebbe la candidata repubblicana più forte: ha esperienza di governo e internazionale (Onu), ha tolto la bandiera confederale dal campidoglio di Columbia, la capitale della South Carolina, ed è meno radicale in materia di aborto – è contraria ma ripete “salviamo più bambini e non demonizziamo i pro scelta della donna”. La governatrice non è una moderata ma propone questo profilo e su alcune questioni spinose ha una posizione che gli indipendenti potrebbero giudicare non estrema come quelle di Trump o DeSantis. Dopo il New Hampshire (23 gennaio), dove ha “solo” 14 punti di distacco da Trump nei sondaggi, sentiremo ancora parlare molto di lei. Per sorprendere tutti Haley deve sperare nella partecipazione alle primarie di elettori indipendenti e contare su un qualche effetto del nuovo passaggio in aula di tribunale di Trump – passaggi che gli fanno perdere consensi tra i moderati ma esaltano la base e le primarie sono soprattutto elezioni per militanti. Ma a meno di miracoli, gli appuntamenti successivi di Nevada e South Carolina (8 e 24 febbraio), dove nei sondaggi Trump ha il 75% e il 50% dovrebbero confermare l’inevitabilità della nomination dell’ex presidente.
Ad essere di grande interesse sono i sondaggi effettuati tra i partecipanti ai caucus, che confermano come una parte maggioritaria degli elettori repubblicani viva in una bolla dove le regole democratiche sono state dimenticate e la realtà è guardata attraverso una lente deformante. Due terzi dei partecipanti ai caucus ritiene che Biden non abbia vinto le elezioni e il 72% lo voterebbe anche se condannato. C’è un però che dovrebbe far ben sperare Biden: sia i sondaggi che le interviste indicano come tra coloro che hanno votato Haley (e in misura minore DeSantis) c’è chi non voterà per Trump dovesse essere lui il candidato. Si tratta di percentuali non enormi, ma che potrebbero risultare determinanti sia se questo elettorato più moderato (o banalmente di buon senso) deciderà di non andare a votare o se voterà Robert Kennedy jr, l’ex democratico con il nome importante divenuto No Vax e complottista che toglierà voti ai democratici come ai repubblicani.
Nel suo discorso di vittoria Trump ha parlato di unire il paese e persino elogiato i suoi avversari, gli stessi insultati fino a tre ore prima. È quel che i candidati dicono dopo una vittoria o quando ottengono la nomination. Ma la moderazione è durata lo spazio dei ringraziamenti, poco dopo l’ex presidente ha promesso deportazioni di massa verso il Messico, insultato Biden e Jimmy Carter dopo aver parlato dei funerali di sua moglie (“Biden è così pessimo che Carter sarà contento di venire ricordato come un buon presidente”), giurato che con lui nessuna guerra sarebbe scoppiata e poi ricordato che i paesi con inflazione alta sono “morti”. La verità è che, al netto della bolla dei MAGA republicans, le preoccupazioni per l’immigrazione e per le guerre, è l’argomento inflazione quello che potrebbe regalargli la vittoria. Ma novembre è davvero lontano e per ora i sondaggi non ci dicono granché se non che c’è un pezzo di società americana che vede in un miliardario, evasore fiscale, stupratore condannato e pessimo presidente il leader di un movimento di rinascita nazionale che farà tornare l’America grande, qualsiasi cosa questo significhi.



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