Dell’uso dell’inutile

Siamo davvero capaci di non cercare di trarre dall’inutile un nuovo, più consistente profitto? Sappiamo davvero apprezzarlo per quello che è?

Fausto Pellecchia

Sulla inutilità della filosofia, della letteratura e della filologia classica, nonché delle cosiddette “scienze pure” – la cui purezza si misura sulla decisa prevalenza della ricerca, prima e indipendentemente dalle sue possibili ricadute sul piano applicativo – esiste uno sconfinato, permanente dibattito culturale. La purezza, infatti, indica innanzitutto lo sforzo teorico che si indirizza alla comprensione dei meccanismi alla base dei fenomeni naturali e delle loro astrazioni matematiche, prescindendo dalla finalità di una utilizzazione pratica. In questo senso, pura è senz’altro la ricerca svolta dai fisici delle particelle elementari e dai cosmologi, che ereditano dagli antichi filosofi naturalisti il compito di rispondere a domande sull’origine e sul funzionamento dell’Universo e sul suo destino. Altrettanto puri sono, perciò, molti campi della matematica, nei quali lo studio delle proprietà dei numeri e degli oggetti geometrici dà luogo a osservazioni scientifiche. Il dibattito che concerne principalmente lo studio e l’insegnamento delle suddette discipline teoriche è riassumibile nelle diverse risposte possibili alla domanda: è giusto dedicare ingenti risorse alla ricerca scientifica pura, alla filologia o alla filosofia? E non solo per i costi finanziari ma anche sul piano di un più generale investimento umano, in termini di impegno e di dedizione allo studio che tali discipline richiedono? Perché mai dovremmo sottrarli ai fondi stanziati per la ricerca applicata e per l’apprendimento delle tecnologie produttive, immediatamente utilizzabili? Perché mai ci si dovrebbe dedicare con tanto impegno alla scoperta del bosone Higgs o alla teoria degli anelli dell’algebra astratta? Allo studio della dialettica di Hegel o della questione omerica, invece di pensare a come combattere il cancro?

Naturalmente, questi interrogativi impattano con forza sulla pedagogia sottesa agli ordinamenti didattici delle nostre scuole e sulla formazione dei giovani. La scuola italiana negli ultimi decenni è stata il laboratorio di continue, devastanti controriforme orientate alla marginalizzazione delle “scienze pure”, della filosofia e delle discipline filologiche, per favorire la prevalenza di una formazione “professionalizzante”, incentrata sull’insegnamento delle nuove tecnologie e corroborata dal mitologema dell’alternanza scuola/lavoro, come pegno e promessa del trionfo dell’utilità di un sapere che sia sempre e comunque immediatamente innestabile nei dispositivi sociali della produzione. In esplicita controtendenza rispetto all’attuale clima culturale, prontamente divulgato dalla pedagogia ministeriale, la filosofa Agnes Heller (1929-2019) ha formulato un apparente paradosso: «Se qualcuno dovesse chiedermi, come filosofa, che cosa si dovrebbe imparare al liceo, risponderei: “Prima di tutto, solo cose ‘inutili’, greco antico, latino, matematica pura e filosofia. Tutto quello che è inutile nella vita”. Il bello è che così, all’età di 18 anni, si ha un bagaglio di sapere inutile con cui si può fare tutto. Mentre col sapere utile si possono fare solo piccole cose» (Solo se sono libera, Castelvecchi, 2017).

Si potrebbe chiosare l’affermazione della filosofa ungherese, con la seguente massima: «Tutto ciò che degrada la cultura, accorcia la strada che conduce alla servitù», giacché solo un sapere che non serve a nulla, può aspirare a diventare, se non un “sapere sovrano”, un sapere propriamente “libero”, esonerato da ogni “servizio” e perciò emancipato da ogni servitù. Quest’idea che percorre in lungo e in largo la tradizione filosofica, si sviluppa lungo il solco negativo della docta ignorantia, cioè di quel sapere interrogante mediante il quale Socrate mette in questione ciò che i cittadini di Atene credono di conoscere, smantellando le false convinzioni su cui poggia l’intera vita della città. Dopo aver attraversato ampie zone del pensiero moderno, essa tocca le sponde più “eversive” del pensiero contemporaneo in Georges Bataille – lungo un tracciato che va dalla lettura hegeliana di Kojève alla decostruzione filosofica di Nietzsche, mobilitando le categorie antropologiche del celebre Saggio sul dono di Marcel Mauss, fino a coivolgere i grandi pensatori novecenteschi, tutti largamente empatici degli sviluppi della logica negativa di Bataille, come Heidegger, Lévinas, Irigaray, ma altresì Deleuze e Derrida.

La leva concettuale dell’estrema torsione del socratismo in Bataille è rappresentata dalla declinazione derisoria dell’idea di “sovranità del sapere”, caratteristica di una soggettività che sfida – al di là di ogni volontà di padronanza (e di competenza), con la serietà del bambino eracliteo, impegnato nel suo instancabile gioco cosmico – l’ordinato mondo adulto che lo attornia, scompaginando, nella giostra vertiginosa del proprio agire sotto l’egida di un gioco dis-propriante e improduttivo, anche la dimensione dell’utile e/o del lavoro.

Dalla logica negativa che sottende la docta ignorantia discende, attraverso il fiume della storia, il tipo ideale che nella modernità assume i connotati dell’“intellettuale”: un personaggio – come sostiene Edward W. Said (cfr. Dire la verità. Intellettuali e potere, Feltrinelli, 1995) – al quale è affidato il ruolo di colui che “dice la verità” al potere, e perciò, come accadde a Voltaire, si situa ai margini della cultura dominante, destinato a rappresentare la figura dell’outsider, del contestatore, dell’esiliato e del “dilettante”.

Sulla stessa traiettoria di pensiero, si colloca il saggio di Immanuel Kant Il conflitto delle facoltà (1798), l’ultimo di cui il filosofo di Könisberg poté seguire la pubblicazione ancora in vita. Qui Kant sviluppa infatti la tesi, tutt’altro che comoda e conciliante, di un «conflitto della facoltà inferiore con le tre superiori». Le facoltà di cui si discute sono le facoltà universitarie, e precisamente le tre «superiori» (sul piano epistemologico, in quanto conducono a un “sapere positivo”), rappresentate da teologia, giurisprudenza e medicina, in rapporto a quella «inferiore» : la filosofia che resta nell’orbita dell’autoriflessione dei puri mezzi, senza riferimento alle possibili finalità. Infatti, per Kant, il conflitto è determinato dall’ipotesi che solo la “facoltà inferiore” possa, in linea di diritto, esercitare il ruolo di sentinella critica nel definire l’ordinamento delle facoltà superiori, mentre nell’università del tempo, avveniva esattamente il contrario. La ragione di questo rovesciamento doveva essere ricercata filosoficamente nella struttura stessa della conoscenza razionale. La figura dell’intellettuale nasce, quindi, con l’apertura di quello spazio d’autonomia di pensiero e di vita rispetto alle istituzioni del potere e del sapere che si suole chiamare “illuminismo”, una chiarificazione (Erklärung) autoriflessiva della ragione umana.

Del resto, già nella Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo (1783), Kant, sottolineando la logica negativa che costituisce il principio della critica della ragione, rimanda all’etica filosofica dell’illuminismo, che presuppone «l’uscita dell’essere umano dallo stato di minorità di cui egli stesso è colpevole. […] Colpevole è questa minorità, se la sua causa non dipende da un difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi di essa senza essere guidati da un altro». In questo senso, Kant precisa che l’illuminismo «implica molto meno di quanto non immaginino coloro che ritengono che l’illuminismo consista di conoscenze: è piuttosto un principio negativo dell’uso della facoltà di conoscere», il cui fine consiste unicamente nel delimitarne l’ambito di validità.

Recentemente, Andrea Tagliapietra in un saggio su Kant, in consonanza con la pedagogia filosofica di Agnes Heller, ha sostenuto la straordinaria potenza creativa che è dischiusa dal paradosso dell’appropriazione dell’immediatamente inutile: «Se dovessi redigere un manifesto degli studi per la filosofia, di quelli che oggi la cosiddetta riforma dell’Università pretende vengano stilati da ogni corso di laurea della Repubblica, non mentirei. La filosofia non garantisce nessun profilo professionale. Neppure quello del professore di filosofia che, accade sempre più spesso, non ha nemmeno la laurea in questa disciplina. Nel “conflitto delle facoltà”, come già lo chiamava Kant, la filosofia, per la sua povertà e inutilità strumentale, è destinata a soccombere. Medici, ingegneri, avvocati studiano per qualcosa che sopravanza i loro studi, mentre la filosofia è già ciò per cui si studia. Tuttavia, l’inutilità non deve trarre in inganno riguardo alla sua presunta inoffensività. I guerriglieri della filosofia, infatti, imparano a maneggiare l’arma più potente e radicale, quella del pensiero» (“Esser contro” in XÁOS. Giornale di confine, Anno I, n. 1, 2002, bit.ly/3u7g345).

Un altro caso esemplare, da inserire nel paradossale florilegio dell’uso dell’inutile, è descritto da Steve Jobs. Nel suo celeberrimo discorso ai neolaureati dell’Università di Stanford (2014), che culmina nell’esortazione stravagante «Siate affamati, siate folli!», racconta l’episodio determinante della sua biografia intellettuale, quando decise di seguire, per pura curiosità estetica, lungo un tragitto apparentemente obliquo e assolutamente marginale rispetto ai corsi ufficiali del Red College, un seminario sulla calligrafia: « Ho imparato dei caratteri serif e sans serif, a come variare la spaziatura tra differenti combinazioni di lettere, e che cosa rende la migliore tipografia così grande. […] Nulla di tutto questo sembrava avere speranza di applicazione pratica nella mia vita, ma dieci anni dopo, quando stavamo progettando il primo computer Machintosh, mi tornò utile. Progettammo così il Mac: era il primo computer dalla bella tipografia. Se non avessi abbandonato gli studi, il Mac non avrebbe avuto multipli caratteri e font spazialmente proporzionate. E se Windows non avesse copiato il Mac, nessun personal computer ora le avrebbe. Se non avessi abbandonato, se non fossi incappato in quel corso di calligrafia, i computer oggi non avrebbero quella splendida tipografia che ora possiedono».

Se, tuttavia, ci lasciassimo sedurre dalle possenti attrattive dell’immediatamente inutile, anche il gesto anodino della citazione di frasi celebri o dell’invenzione di motti di spirito che compaiono, con sorprendenti combinazioni di immagini, nei tag sui social network, solo in apparenza aderiremmo alla medesima logica. Il premio atteso da questa banale cattura del frammento o dell’immagine è la lusinga dei “mi piace” o dei “cuori” attraverso i quali qualche amico, virtuale o reale, esprime il suo apprezzamento o la sua condivisione. Un gesto che resta comunque debitore della facilità con cui si ricicla la creatività degli altri. Ci si può, infatti, domandare se la pubblicazione istantanea di questi messaggi e dell’iconografia che li accompagna possa essere considerata dal lato della “sovranità” inappropriabile della cultura, a cui dedicarsi nel “tempo libero” – per imprimervi il sigillo della “liberazione” del tempo – o non piuttosto di un’inclinazione che permane fondamentalmente “servile”. L’impulso all’appropriazione e alla trascrizione dei messaggi non denota forse una forma di dipendenza dagli algoritmi che presiedono alla selezione nella rete, e dunque si inscrivono in una faticosa quanto vana ricerca del riconoscimento, anche e soprattutto durante il weekend? Un tag è, o dovrebbe essere, un gesto libero, essenzialmente inutile. Ma il clima spirituale della nostra civiltà ci tende qui una trappola ulteriore e difficilmente aggirabile: siamo davvero capaci di non cercare di trarre dall’inutile un nuovo, più consistente profitto? Sappiamo davvero apprezzarlo per quello che è? Se ci concediamo qualche settimana di vacanza in riva al mare, è solo per poter ritornare in piena forma alla nostra routine professionale. Se ci sconnettiamo durante il weekend, è per ritrovare l’energia mentale per un più proficuo trattamento delle informazioni durante la settimana lavorativa.

Si può supporre che persino la moda della meditazione corrisponda al bisogno, presso numerosi salariati oberati di lavoro, di armarsi di una strategia adattiva, di dotarsi di una sfera di decompressione per resistere ad alti livelli di stress. La stessa finalità, del resto, presiede anche alle attività sportive praticate per hobby: le nostre passeggiate nei boschi, i nostri silenzi e le nostre contemplazioni solitarie, perfino il nostro entusiasmo per un brano musicale, un poema, un aforisma scritto con lo spray sul muro rischia di essere reimmesso nella macchina degli scambi sociali.

Come suona il noto aforisma di Oscar Wilde: «Toglietemi tutto, tranne il superfluo». Queste massime ci affascinano ma, al tempo stesso, ci spingono a continuare a puntare mediatamente sull’utile attraverso l’inutile, per una sorta di indiretta perversione dell’avidità. Un’autentica ricerca dell’inutile comporterebbe l’accettazione del fatto che certi momenti siano un arricchimento soltanto per noi, che non siano successivamente monetizzabili in alcun modo, che siano vissuti, come intendeva Bataille, in pura perdita (dépense), perché solo così attestano il loro radicamento nella sfera generica dell’umano; che essi appartengano alla nostra esperienza interiore, che eventualmente si abbia voglia di condividerli soltanto con un amico intimo, ma che comportino sempre e soltanto soddisfazioni segrete e clandestine, non condivisibili mediante la diffusione sulle reti social.

E tuttavia, nel trascrivere queste riflessioni, non posso fare a meno di chiedermi: sto tenendo fede al proposito esigente di un autentico disinteresse? Mentre mi rivolgo questa domanda, infatti, mi rendo conto che da questa sommaria riflessione, che avevo scelto di trattenere sospesa nella mia mente, ho appena tratto un articolo…

Nell’immagine: John William Waterhouse – Dolce Far Niente (1880)



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